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4 maggio 2018

I coltivatori di carne e le loro ragioni

Da Bill Gates al governo cinese, passando per le grandi aziende americane: ecco chi punta alle sperimentazioni per la produzione in vitro, senza uccidere animali e riducendo l'impatto ambientale.

Samuele Cafasso

Lo scorso due maggio una delle più grandi aziende americane attive nel business della macellazione e della lavorazione della carne, Tyson Foods, ha annunciato un investimento da 2,2 milioni di dollari in una start up israeliana. Future meat technologies, questo il nome della start up, è una delle società all’avanguardia nella ricerca sulla “carne coltivata”, o “carne pulita”, come talvolta viene definita. La società, insomma, è impegnata per definire un processo industriale che permetta di far crescere carne per il consumo alimentare in vitro, senza dover uccidere animali. «Sebbene continuiamo a investire con forza sul nostro business tradizionale – ha spiegato un dirigente dell’azienda, Justin Whitmore –, crediamo anche nella necessità di esplorare altre strade per crescere e dare ai consumatori più possibilità di scelta».

 

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La ricerca degli anni Duemila

Sebbene i primi esperimenti risalgano al 1970, solo nei primi anni Duemila la ricerca sulla carne coltivata ha dato risultati apprezzabili. Nel 2013 a Londra c’è stata la prima dimostrazione pubblica in cui un hamburger di carne coltivata è stato cotto dal cuoco Richard McGeown e mangiato dal critico culinario Hanni Ruetzler, che ne ha dato un giudizio positivo. L’esperimento portato avanti da Mark Post, dell’università di Maastricht, utilizzava però per la crescita della carne siero fetale bovino, un derivato del plasma sanguigno. L’obiettivo di aziende come Future meat techologies, invece, è la produzione di carne coltivata senza impiego di prodotti animali. Per fare questo è necessario trovare un mezzo attraverso cui “coltivare” la carne diverso dal siero bovino. Inoltre, per avviare la produzione attualmente vengono utilizzate cellule staminali adulte prelevate tramite biopsia. Tali cellule, però, hanno una capacità di dividersi e e differenziarsi limitata. L’obiettivo di Future meat technologies e di altre aziende simili è quella di creare artificialmente cellule di tipo embrionale, la cui capacità di crescita e differenziazione è molto maggiore.

 

Investe Gates e anche il governo cinese

Tyson Foods non è l’unica azienda a puntare sulla carne coltivata: anche il governo cinese ha invetito su Future meat techologies e altre aziende a questa collegate 300 milioni di dollari. Sebbene il consumo di carne non sia così diffuso in Cina come negli Stati Uniti, la crescita della popolazione pone dei seri problemi di sostenibilità. La domanda di carne è prevista raddoppiare dal 2000 al 2050. Al di là delle questione etiche, c’è un tema di sostenibilità in ordine al consumo di acqua, suolo, ed emissioni inquinanti degli allevamenti. La carne coltivata, secondo uno studio dell’Università di Oxford e di Amsterdam, consentirebbe di ridurre le emissioni di gas serra del 96%, il consumo di acqua di più dell’82% e praticamente azzerare il consumo di suolo. Future meat, sul suo sito, afferma che la carne coltivata potrebbe essere disponibile nei negozi tra dieci anni secondo alcune previsioni, 30 secondo stime più prudenti. Tra i problemi da affrontare c’è quello dei costi: con le tecnologie attuali produrre dieci chili di carne costa circa 10mila euro. Future Meat sostiene di riuscire già adesso ad abbattere i costi a 8mila euro e di poter scendere a 5-10 euro al chilo entro il 2020.
Tra gli investitori che hanno mostrato interesse per questo campo di ricerca ci sono Kimbal Musk, fratello di Elon, Bill Gates, Richard Branson. Diverse società americane sono attive nel campo. Finless Food, ad esempio, è specializzata nella carne di pesce.

 

La diffidenza delle persone

Tra gli ostacoli principali da superare c’è la diffidenza delle persone: sebbene chi lavora in questo campo nota come, ad esempio, la produzione di formaggi non sia più naturale che la coltivazione di carne, la diffidenza è ancora forte. La carne coltivata non è l’unica strada possibile per fare a meno degli allevamenti e garantire comunque alla popolazione un equilibrato apporto di proteine che sia anche gustoso, nella convinzione che convertire la maggioranza delle persone a una dieta vegetariana, o al consumo di insetti, sia al momento un obiettivo non credibile.

 

L’alternativa: la carne vegetale

La produzione di carne “vegetale”, ovvero surrogati che abbiano però lo stesso sapore e lo stesso apporto nutrizionale della carne ricavata dagli allevamenti, è una tecnica già applicata con successo da aziende come Beyond Meat e Impossible Food. In particolare, gli hamburger di quest’ultima azienda sono stati inseriti nel menù di una delle catene americane più note, White Castle. La particolarità di questo prodotto è dato dal fatto che gli hamburger di Impossible Food sanguinano e hanno un sapore estremamente simile a quello della carne perché utilizzano eme, ovvero un complesso chimico presente nel sangue (ma anche in lacune piante). L’eme utilizzato da Imposible Food è creato modificando geneticamente un lievito utilizzato poi come ingrediente negli hamburger che già da diversi anni sono disponibili ai consumatori in America. Non è carne, al contrario di quella “coltivata”, ma ne ha lo stesso sapore grazie all’eme e lo stesso apporto nutrizionale.

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