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24 aprile 2018

Divisi dal 38esimo parallelo. Per 70 anni

Il vertice tra Kim Jong-un e Moon Jae-in è forse l'ultima occasione per i famigliari separati dalla creazione del confine tra le Coree di avere notizie dei propri cari. Ma la politica sembra averli abbandonati. Le storie

Cecilia Attanasio Ghezzi

La Storia, si sa, è fatta di tutte quelle storie con le s minuscole che raccontano le vite di tutti noi. Per questo mentre si prepara uno degli appuntamenti più importanti della diplomazia di questo inizio XXI secolo, il vertice tra i presidenti delle due Coree, migliaia di coreani sono in trepidante attesa. Riusciranno finalmente ad avere notizie dei famigliari al Nord del 38esimo parallelo? Probabilmente, no.

Sono migliaia, e stanno invecchiando. Anzi, molti non ci sono già più. Secondo il ministero per la riunificazione sudcoreana circa 130 mila persone si sono registrate come componenti di famiglie divise da un confine, ma meno della metà sono ancora vive. E la loro età media, oramai, è di 81 anni. Poi ci sono le centinaia di sudcoreani che si son visti rapire un parente che non è mai tornato indietro. Un’emorragia lenta e senza fine.

[Foto credits: The Korea Press Photographers’ Association via Getty Images]

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Qualcuno è cominciato a fuggire durante la guerra, durata dal giugno del 1950 al luglio del 1953 e che a sua volta veniva dopo l’occupazione giapponese e sovietica. Milioni di morti e di dispersi. Si dice che quando la zona demilitarizzata fu creata e non fu più possibile varcare il confine le famiglie separate fossero dieci milioni.

 

Rapiti

Inoltre secondo Seul, dalla fine della guerra, 3.835 professionisti sudcoreani sono stati rapiti per portare le loro competenze al Nord. Di questi la maggior parte è riuscita a tornare, ma nel 2016 c’erano ancora 516 persone il cui fato è rimasto ignoto. Sono vivi? Dove e come stanno? Sono storie dense di affetto e emozioni. Persone che hanno trasformato un’assenza in una ragione di vita.

Choi Sung-ryong aveva 15 anni quando suo padre è andato a pescare. Non è più tornato. Solo più tardi ha saputo: suo padre era stato rapito dai nordcoreani, e tre anni dopo giustiziato pubblicamente. Choi, che oggi a 54 anni, non si è mai dato pace. E oggi è uno delle voci più note tra gli attivisti che chiedono al governo di Seul di non dimenticare i connazionali a nord del 38esimo parallelo. «Il governo pensa solo al vertice imminente, e non vuole dare seccature al Nord», si è lamentato con il Financial Times.

 

Grandi famiglie, grandi stenti

Yoon Il-young aveva dieci anni quando ha raggiunto il Sud. Ricorda: «Quando siamo riusciti a prendere il treno uno dei miei nipoti è morto congelato. Abbiamo dovuto seppellirlo tra le montagne per continuare a scappare». Era una fredda mattina di marzo del 1947 quando lui, sua madre e altri parenti partirono per quell’impresa. Erano stati gli ultimi a farlo. Sua madre era già stata detenuta per settimane. Un modo comune per il regime per cercare di convincere i famigliari già fuggiti a tornare.

«Abbiamo sofferto pene incredibili», dice a The Nation. «Sono il più giovane di dieci fratelli, e ho perso mio padre quand’ero molto piccolo». Racconta che vivevano molto vicino al confine, e che per raggiungerlo ci hanno messo appena tre ore, ma che poi la vita è stata dura. Per guadagnare qualcosa ha cominciato a fare torte di riso e a venderle. Tanto si è messo di impegno che è riuscito a studiare in una delle più prestigiose università di Seul e oggi è il presidente dall’Assemblea coreana per la riunificazione di dieci milioni di famiglie separate.

Lavora per garantire aiuto a chi si è trovato nella sua stessa situazione, senza una casa e senza parte della famiglia. «Ho fatto richiesta per rincontrare il mio fratello maggiore, ma non è mai stata accolta. Vorrei sapere se è vivo o morto, durante la guerra è tornato al Nord ed è stato arruolato. Da allora non so più nulla». Ma in settant’anni è stato organizzato un solo incontro, il 26 ottobre 2015. Un incontro di appena tre ore.

 

Sempre meno i sopravvissuti

Jang Man-soon, un volontario della stessa assemblea, afferma che chi è fuggito ha avuto una vita molto più dura proprio perché si è lasciato tutto ciò che aveva costruito, compresi i suoi averi, aldilà del confine. «Mio padre ha dovuto mantenere i suoi fratelli e i suoi sette figli, potete farvi un’idea di quanto abbia sofferto?». Jiang, che oggi a 59 anni, ha potuto studiare e da oltre 40 anni dedica il suo tempo alla causa.

Si dice «disperato» perché «molte delle prime generazioni delle famiglie separate sono passati a miglior vita e ogni anno ne muore qualcuno. Ormai il loro più grande desiderio è di vivere abbastanza per incontrare un parente». Ogni anno raccoglie le loro storie e le porta al Consiglio per i diritti umani dell’Onu.

«Un tempo quello delle famiglie separate sarebbe stato il primo argomento di un incontro tra i leader delle due coree», dice il suo collega Lee Sang-chul all’Atlantic. Ed esprime ad alta voce quello che sarebbe il minimo sindacale: «Avrebbero almeno il diritto di sapere se i loro famigliari sono ancora vivi».

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