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4 aprile 2018

Un Brasile diverso è possibile?

Lula incarcerato, ma il suo gradimento resta alto. Per i risultati del passato. Ma anche perché malaffare e corruttela falcidiano pure la destra. E la società è spaccata come non mai

Barbara Ciolli

Se fosse arrivato da uomo libero alle Presidenziali del prossimo 7 e 28 ottobre, le avrebbe probabilmente vinte ancora una volta. Invece l’ordine di incarcerazione della Corte suprema del Brasile verso Luiz Inácio Lula da Silva è uno spartiacque nella storia dell’America latina e una ferita aperta tra la sua popolazione.
Alla notizia dell’ultimatum, l’ex leader sindacale e due volte capo di Stato del Brasile si è rifugiato a San Paolo, nella sede del sindacato dei metalmeccanici, dove insieme alle migliaia di sostenitori lì assediati e ai compagni ha deciso le ultime mosse: il Partito dei lavoratori ha subito indetto una «mobilitazione generale», altre proteste sono esplose in tutto il Paese, mentre – asserragliato – Lula ha trattato la resa. 
Ma anche se l’ex «presidente operaio» non si fosse consegnato alle autorità per scontare la condanna a 12 anni per corruzione e riciclaggio, la sua fine politica sarebbe stata inevitabile, così come la spaccatura nella società brasiliana.

 

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Lula spiccava ancora in testa nei sondaggi per le Presidenziali del 2018: dato quasi il 50% al ballottaggio, contro il 32% dello sfidante conservatore, il militare Jair Bolsonaro. E questo nonostante il ricorso in Appello, perso, che ha finito poi con l’aggravare la pena, sancendone l’ineleggibilità. 
Il nome del leader socialista, che tra il 2003 e il 2011 ha fatto uscire dalla miseria, studiare e curare gratis 35 milioni di persone, è un eterno ritorno per la metà dei brasiliani. Da diversi anni le sue traversie giudiziarie riempiono le prima pagine dei giornali, nazionali e internazionali: accuse gravi, di un sistema di corruttela esteso e consolidato. Quelle sui fondi neri della compagnia nazionale petrolifera Petrobras hanno finito per investire anche la sua delfina Dilma Rousseff – uscita indenne da condanne –  presidente del Brasile fino al 2016. Contro Rousseff è scattato l’impeachment dal parlamento per l’accusa di aver falsificato il bilancio allo scopo della riconferma a capo di Stato, ma sullo scandalo Petrobras si sarebbe limitata a nominare Lula ministro, per proteggerlo dal carcere con l’immunità.

 

Senza un candidato, a destra e a sinistra

Nel frattempo nelle spire dell’inchiesta Lava jato (la Mani pulite brasiliana) del super-procuratore Sergio Moro sono rimasti intrappolati anche i discussi fomentatori politici della messa in stato d’accusa di Rousseff. Il leader del partito della destra evangelica Movimento democratico, da presidente della Camera iniziatore della procedura d’impeachment, Eduardo Cunha, è stato arrestato per aver nascosto milioni di dollari di mazzette in conti segreti in Svizzera e in paradisi fiscali. Il compagno di partito e massone, vice presidente di Rousseff e poi presidente suo sostituto, Michel Temer, ha rischiato un nuovo impeachement per analoghi guai giudiziari. Temer, come Cunha, è stato additato da alcuni pentiti come destinatario di tangenti, divenendo incandidabile: salvato dal parlamento, arriverà alla scadenza di mandato, ma dopo le Presidenziali, privato dell’immunità, potrebbe finire in manette, e per reati più gravi di quelli contestati a Rousseff. 

Il corto circuito politico alimenta la tenuta del leader simbolo del Partito dei lavoratori: a dispetto delle responsabilità penali conclamate, Lula non ha visto intaccare il suo gradimento, anzi la tesi di Rousseff sulle manovre della destra turbocapitalista e dei reazionari agrari per farla decadere («un colpo di Stato»), per mano di personaggi tacciati – non a torto – come poco limpidi, ha ripreso vigore. Ma senza Lula il Partito dei lavoratori non ha un leader spendibile per le Presidenziali e neanche il Movimento democratico rivale.

 

L’eterno scontro tra masse bolivariane ed élite 


L’unico candidato emergente è il nazional-sovranista Bolsonaro, del piccolo partito dei cristiano-sociali, che si presenta con gli stessi must di Donald Trump (pro armi, omofobo, sessista e anti-migranti) e al primo turno è dato al 17%, contro il 36% dei consensi di Lula. Sullo sfondo del vuoto politico che in Brasile si trascina dall’impeachment contro Dilma Rousseff nel 2016 resta – come in Venezuela, a Cuba e in tutta l’America latina – il solco profondo tra le masse luliste, che ancora inseguono il sogno di un grande continente socialista e bolivariano, e l’élite e il ceto medio-alto in continua crescita, che spingono per un Paese dall’economia neo-liberista, legato a triplo filo agli Stati Uniti.
Ancora nel 2017, da condannato in primo grado, a 72 anni Lula ha girato il nord-est del Brasile scaldando le folle con il suo movimento per un modello equo di sviluppo. L’ex presidente che la destra bolla come «populista» è lontano dall’80% dei consensi degli esordi, e l’apertura al libero mercato è ormai un processo incontrovertibile anche per il suo Partito dei lavoratori, ma Lula lascia un’eredità pesante per il Brasile in forte crisi d’identità.

[Foto in apertura Getty Images]

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