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21 marzo 2018

L’alba della nuova Cina

La riforma costituzionale, con il mandato eterno a Xi, può trasformare la Repubblica popolare. Con un'incognita: il modello economico da scegliere

Cecilia Attanasio Ghezzi

Si è chiuso la lianghui o, letteralmente, la «doppia assemblea», l’appuntamento annuale più importante di quella complessa piramide in cui il Partito si sovrappone allo Stato nella Repubblica popolare cinese. Come a marzo di ogni anno, più di 5 mila delegati sono confluiti a Pechino, in una delle rare occasioni in cui le persone più influenti della nazione più popolosa al mondo si trovano fisicamente nello stesso luogo. E quest’anno ha segnato una svolta di cui leggeremo nei libri di storia.

Un’ascesa pacifica?

La Costituzione, infatti, è stata emendata. Abolito il limite dei due mandati per presidente e vicepresidente e istituita una Commissione di supervisione nazionale, un nuovo organo che di fatto sarà immediatamente alle dipendenze del presidente e sopra ogni altro apparato giuridico. Nel discorso conclusivo il presidente Xi Jinping ha poi tratteggiato quello che sarà la Cina, la sua Cina. «Ogni sforzo per dividere la Nazione sarà destinato a fallire».

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Il riferimento è chiaramente Taiwan: se Xi riuscisse a unificare quella che Pechino continua a chiamare «regione ribelle» non ci sarebbero dubbi sul suo essere più grande di Mao Zedong e Deng Xiaoping. La seconda economia mondiale proseguirà nella sua «ascesa pacifica», ma il resto del mondo non deve aver paura. «Solo coloro che sono soliti minacciare gli altri, vedranno gli altri come una minaccia», ha detto Xi. Per capire, anche qui, bisogna leggere tra le righe. Il messaggio è chiaramente rivolto agli Stati Uniti di Donald Trump che, proprio mentre la leadership era riunita in conclave, avrebbe ordinato di raddoppiare il valore del pacchetto di dazi contro la Cina, portandolo dai 30 miliardi suggeriti dai suoi consiglieri a 60 miliardi di dollari. Il premier (riconfermato) Li Keqian, con la formula di rito, ha risposto: «La Cina non vuole vedere guerre commerciali con gli Usa e non ci sarebbe alcun vincitore qualora ce ne fosse una».

 

Il momento è critico

Sono tempi di sfide interne ed estere e in cinque anni Xi Jinping è riuscito ad accentrare su di sé tutti i poteri. Ora che è «presidente di ogni cosa», per un numero indefinito di mandati, la responsabilità di qualsiasi cosa accada sarà solo sua. E le occasioni perché qualcosa vada storto non mancano. Oltre alla questione di Taiwan, la Cina dovrà confrontarsi con l’instabilità della penisola coreana e del Mar cinese meridionale. Dietro l’angolo potrebbe esserci una crisi del debito o l’impossibilità di mantenere l’occupazione interna nei limiti della tollerabilità (bisogna creare 20 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno). Oltre alle sfide dell’automazione e dell’intelligenza artificiale, la Repubblica popolare sta affrontando la transizione da un’economia basata sulla produzione a quella basata sul terziario. È in discussione il fulcro del patto non scritto che ha permesso al Partito di governare per più di 60 anni: il costante miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie cinesi. E così Xi ha deciso che era tornato il momento di rivalutare le parole di Mao: «Il potere politico nasce dalla canna di un fucile». Ha messo i suoi fedelissimi nelle posizioni apicali dell’Esercito di liberazione popolare e ha fatto in modo che quest’ultimo tornasse a essere sotto il controllo del Partito più che dello Stato. Ricordiamoci che il Partito comunista nasce da una rivoluzione: ha preso il potere con la forza e, se necessario, lo conserverà con essa.

La grande sfida è quella economica

Il presidente, anima del Partito a cui si deve l’esistenza della Cina così come la conosciamo, si è reso conto poi di un’altra cosa. Negli ultimi 30 anni, «riforme e apertura» hanno decentralizzato molte delle decisioni chiave, lasciando che il sistema economico si assestasse a secondo delle iniziative e delle reazioni dei mercati. Questo a lungo andare ha logorato la centralità del Partito mettendone quasi a rischio la sopravvivenza. Xi ha deciso che è arrivato il momento di riprendere saldamente in mano il timone. Il nuovo modello economico, inaugurato cinque anni fa con la sua presidenza, ha messo al centro – con discreto successo – i consumi e l’innovazione nelle biotecnologie e dell’intelligenza artificiale e la sostenibilità ambientale. Ha mancato però di affrontare con decisione le debolezze strutturali della Cina, tra cui l’inefficienza delle aziende di Stato, la sovrapproduzione, politiche fiscali e del lavoro. I vertici sanno bene che in questi ultimi anni è stato il privato a trainare l’economia e a creare nuovi posti di lavoro, ma sono altrettanto coscienti che questa situazione è quella che più ha contribuito a erodere la centralità del Partito. Sono sempre di più le grandi aziende private a dover affrontare seri problemi, che hanno più a vedere con la politica che con il mondo degli affari. In questo senso la temporanea nazionalizzazione di Anbang, il terzo assicuratore del Paese con asset pari a 310 miliardi di dollari, potrebbe essere un caso studio da tenere d’occhio.

Tre uomini avranno in mano questo processo, tutti messi in posizioni blindate durante quest’ultima settimana. Sono il vice presidente Wang Qishan, il vicepremier Liu He e Wang Yang che presiede il Comitato nazionale della Conferenza politica consultiva del popolo cinese, la massima autorità nel complesso organigramma dell’ex Impero di mezzo. Continueranno sulla strada battuta di «una politica di sinistra e un’economia di destra» o imprimeranno una svolta definitiva anche nelle politiche economiche? Lo vedremo presto, quello che è certo è che si trovano di fronte a un anno critico. Come del resto la Cina tutta.

 

[Foto in apertura  Kevin Frayer/ Getty Images]

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