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16 marzo 2018

La guerra dentro alla guerra nel Sahel

La missione italiana è in bilico. Niamey frena e i francesi dettano le condizioni. E nell'area la presenza crescente di truppe occidentali rischia di essere un fattore di destabilizzazione ulteriore

Gabriella Colarusso

Il 17 gennaio del 2018, la Camera dei deputati ha approvato il decreto missioni che organizza l’impegno militare italiano all’estero nel 2018: circa 6.500 uomini e donne dislocati in 21 Paesi del mondo per 31 missioni operative, un costo stimato intorno al miliardo e mezzo di euro, e una strategia che, nelle parole dello stesso presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, può essere riassunta nella formula Pivot to Mediterranean, la “svolta” mediterranea: minor impegno in Medioriente, maggiore presenza sulla nuova frontiera meridionale dell’Europa, il Nord Africa appunto.

Le operazioni più importanti del decreto riguardano infatti la Libia, dove verrà rafforzato il contingente già presente nel Paese; la Tunisia, dove l’Italia invierà soldati in accordo con la Nato con compiti di addestramento delle forze dell’ordine locali e il Niger, dove, entro giugno di questo anno, dovrebbero arrivare all’incirca 120 militari italiani, un primo nucleo che potrebbe raggiungere le 470 unità.

Il condizionale tuttavia è d’obbligo perché sulla missione militare nel Sahel nelle ultime settimane si è alzata una fitta coltre di confusione e ambiguità, dichiarazioni contrastanti e smentite tra i ministri dei due Paesi, a testimonianza di quanto quell’area dell’Africa subsahariana sia diventata teatro di interessi non sempre convergenti tra diversi Paesi occidentali. A chi dà fastidio l’Italia in Niger?

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La svolta nel Mediterraneo

Una premessa è necessaria. La missione militare in Niger è stata pensata dal governo Gentiloni come naturale e necessaria evoluzione del lavoro che l’Italia sta facendo in Libia per contrastare l’immigrazione illegale: il Niger, con il suo sconfinato deserto, è una zona di transito essenziale verso la Libia per i migranti che cercano di arrivare in Europa.

L’Unhcr – l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati – calcola che solo nel 2016 circa 300 mila persone abbiano attraversato il Paese in cerca di un approdo sicuro sull’altra sponda del Mediterraneo. Controllare quella frontiera e i flussi di migranti che vengono rimpatriati dalla Libia grazie a un ponte congiunto tra Unhcr, Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e governo nigerino, dunque, è considerata dall’Italia una priorità per la difesa dei propri interessi nazionali.

Dopo l’approvazione del decreto – che affida ai militari compiti di addestramento e non di combattimento – dal Niger però sono cominciate ad arrivare le prime parziali smentite.
In particolare quella del ministro dell’Interno, il potente Mohamed Bazoum, che si dice aspiri a diventare il prossimo premier, che ha definito «inconcepibile» l’invio di militari italiani nel suo Paese, sostenendo che non ci sono mai stati accordi tra i due Stati in questo senso.

Bazoum ha detto anche però che se dovesse esserci una «relazione militare con l’Italia sarebbe nel quadro di una missione di esperti che consenta di rafforzare le capacità del nostro esercito, quindi non una missione che preveda la presenza di militari italiani con una vocazione di tipo operativo». Esattamente quello che prevede il decreto approvato dal Parlamento: addestramento e non combattimento.

Le parole del ministro appaiono dunque contraddittorie anche alla luce del fatto che 40 militari italiani sono già da diverse settimane a Niamey per preparare il terreno alla missione.

 

La confusione italiana  

Di fronte alle dichiarazioni che arrivano dal Niger anche il governo italiano ancora in carica ha tenuto finora un atteggiamento ambiguo. La ministra della Difesa, Roberta Pinotti, ha ripetuto più volte che la missione italiana nasce su richiesta del governo nigerino, e che il suo dicastero ha trasmesso al parlamento ben due lettere, una del novembre 2017 e una del gennaio 2018, firmate dal suo omologo nigerino, Kalla Moutari, in cui si chiedeva l’intervento di Roma per sostenere le forze nigerine nella lotta contro il traffico di migranti.

Le due missive però non sono mai state rese pubbliche. Il 15 marzo, il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha usato parole più prudenti, facendo intendere che l’avvio della missione è tutt’altro che certo. «Il progetto della missione italiana in Niger è nato su richiesta del ministro della Difesa nigerino. È arrivata l’autorizzazione del parlamento italiano e tale autorizzazione ora è al vaglio delle autorità nigerine» per dare l’eventuale via libera, ha spiegato.

Il giorno dopo, Marco Minniti, ministro dell’Interno, era a Niamey per la conferenza dei Paesi del G5 Sahel, la forza militare congiunta tra Niger, Mauritania, Ciad, Mali e Burkina Faso, nata nel 2014 con il sostegno dell’Unione europea per combattere il terrorismo jihadista, contrastare il traffico di esseri umani e ripristinare il controllo degli Stati dell’area sulle proprie frontiere.

A Niamey, Minniti ha avuto un incontro bilaterale di circa 30 minuti con il ministro Bazoum. «Si è parlato di cooperazione tra le diverse forze di polizia, di strategie di contrasto al terrorismo e al traffico di migranti, di sicurezza», fanno sapere dal Viminale. Ma non di missioni militari.

 

Le ambiguità francesi e gli interessi Usa

Diversi analisti sostengono che dietro lo stop di Niamey ci sia una certa ostilità della Francia ad avere truppe italiane in un territorio da sempre sotto l’influenza di Parigi: in Niger i francesi hanno grossi interessi nell’estrazione dell’uranio e tra Niger, Ciad e Mali ci sono già circa 4 mila soldati francesi dell’operazione Barkhane voluta nel 2014 dall’ex premier Hollande per contrastare il terrorismo jihadista.

Per altri osservatori le ambiguità francesi nascono invece proprio dal rifiuto italiano di voler assumere funzioni operative, cioè di combattimento e dal fatto che la nostra base operativa sarebbe dipendente da quella americana e non dai comandi parigini.

In Niger, infatti, come nel resto del Sahel, dal 2012 si è assistito a una escalation militare occidentale – ci sono truppe americane, francesi, tedesche, delle Nazioni Unite – dettata dal fatto che l’area è diventata una base di reclutamento e operativa di gruppi jihadisti radicati soprattutto a Sud del Niger, al confine con la Nigeria (Boko Haram) e a Est, alla frontiera con il Mali, ma anche – secondo molti analisti – dalla necessità da parte degli Stati Uniti di contrastare il potere crescente della Cina nel Sahel.

La base americana in Niger è a Niamey, ma un’altra più ampia è in costruzione a ridosso della città di Agadez, nel Nord- Est, il punto di snodo dei migranti verso la Libia. Una volta terminato sarà quello il quartier generale operativo a stelle e strisce, con quali effetti sulla sicurezza di tutta l’area è difficile prevedere.

L’efficacia di una strategia di militarizzazione totale del Sahel comincia a essere messa in discussione da molti osservatori e dallo stesso governo nigerino: nonostante la presenza di truppe occidentali gli attacchi di Boko Haram e di altri gruppi jihadisti non sono diminuiti, anzi, sono aumentati e in molti sostengono che sia proprio a causa della presenza delle truppe Usa.

In un lungo reportage per The Intercept Joe Penney racconta come la nuova base per i droni americani di Agadez, e in generale la presenza crescente di militari stranieri nel Paese, non sia affatto ben vista dalla popolazione locale – anche perché ha contribuito a falcidiare quella che era la prima fonte di guadagno per molti trafficanti locali: il traffico di migranti, con ricaduta su tutta l’economia locale – e che alla lunga possa persino diventare un fattore di destabilizzazione.

 

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