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10 marzo 2018

Il mondo visto dal pensatoio vicino ai 5 Stelle

I rapporti con la Russia, l'atlantismo moderato, i nostri guai in Libia e il modello Rousseau. Dialogo con Vincenzo Scotti, già leader democristiano e fondatore dell'Università che ha fornito al M5S tre dei suoi aspiranti ministri

Gabriella Colarusso

All’Italia liquida del Movimento 5 Stelle, Vincenzo Scotti ci è arrivato attraversando le culture politiche più solide del Novecento. Dirigente della Democrazia Cristiana, ministro dei Beni culturali dei governi Spadolini nei primi anni Ottanta; poi, dieci anni dopo, all’Interno con Andreotti, e di nuovo agli Esteri con Amato. Sindaco di Napoli e sottosegretario, sempre agli Esteri, con Berlusconi, tra il 2008 e il 2011.

Non fa politica da diverso tempo, ma la politica è tornata a occuparsi di lui. Tre dei papabili ministri di un possibile governo 5Stelle provengono dall’ateneo privato che Scotti ha fondato nel 1999 a Malta, la Link Campus University di Roma, dove insegnano Paola Giannettakis, Elisabetta Trenta, e Emanuela Del Re, rispettivamente aspiranti ministro agli Interni, alla Difesa e agli Esteri della squadra presentata prima del voto da Luigi di Maio.

«Non siamo i consiglieri del principe, ma, come tutte le università, dobbiamo produrre un sapere critico che aiuti la classe dirigente complessiva del Paese», risponde Scotti. L’ateneo si occupa soprattutto di intelligence e geopolitica, temi finiti al margine della campagna elettorale ma proprio per questo interessanti per provare a leggere il nuovo volto dell’Italia a 5 Stelle.

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Scotti, si aspettava il risultato del 4 marzo?
Questo voto è stata più la rivelazione di una realtà esistente che una rivoluzione improvvisa. Le fratture tra Nord e Sud, l’indifferenza dei cittadini rispetto al modo di governare il Paese di questi anni, erano note a chi fa ricerca. Nel mondo globale, le antiche rendite di posizione elettorale derivanti da forti ideologie sono sparite, vale per l’Italia ma vale anche per l’Europa.

Un voto post-ideologico, dicono gli analisti. Ma questa post-ideologia non rischia di diventare essa stessa una ideologia?
Non parlo infatti di fine delle ideologie, della fine delle politica, come si disse dopo il crollo del Muro di Berlino. È la fine di alcune categorie, è un voto che segue la rottura del rapporto tra politica e scienza, tra politica e cultura. Destra e sinistra sono categorie che non riescono più a interpretare gli interessi della società, l’organizzazione dell’economia, delle relazioni internazionali e della loro influenza su quelle nazionali.

Il M5s, che raccoglie voti di entrambi gli elettorati, è una sorta di nuova Dc?
Non vedo analogie con la Dc, sono cambiate tutte le condizioni del Paese. I 5 Stelle hanno di fronte la sfida più difficile da affrontare: il passaggio da movimento a partito che vuol governare. Non rappresentano più solo chi li ha eletti ma devono rappresentare tutto il Paese, soprattutto in un contesto in cui il futuro interno delle nazioni dipende grandemente dalle decisioni che vengono prese da organi istituzionali sovranazionali ma anche da altri soggetti. Oggi, delle prime 10 società del mondo, otto sono imprese virtuali, non hanno più territorialità e con queste bisogna fare i conti.

E come si fa a rappresentare il Paese in un contesto, economico, industriale e politico, così complesso?
È necessario fare intese con il resto delle forze politiche. È il passaggio più difficile, ma noi non possiamo demonizzarli: non possiamo salire in cattedra.

Per interpretare l’interesse nazionale devi avere una classe dirigente. Come si fa avendo per anni sbeffeggiato la competenza ed elevato il cittadino comune a decisore?
Solo nuotando si impara a nuotare.

Tre dei papabili ministri presentati da Di Maio vengono dal suo ateneo. E con deleghe pesanti: Interno, Esteri, Difesa. Siete il serbatoio della nuova classe dirigente grillina?
Siamo una università con una pluralità di sensibilità e di culture, nel nostro consigli di amministrazione c’è, per dire, anche Gennaro Migliore, e guai se non fosse così. Educhiamo gli studenti al pensiero critico, capacità di adattamento al cambiamento. Dimensione interdisciplinare, sistemica, internazionale. Abbiamo 93 soci che vengono da think tank di tutto il mondo, dagli Usa alla Cina. Non siamo una lobby.

Com’è nato il rapporto con i 5 Stelle?
Il primo contatto è stato con il deputato Tofalo del Copasir che alcuni anni fa si è iscritto a un nostro master in intelligence. Non ha mancato a una lezione, ha avuto ottimi voti. Quando qualcuno dei nostri è venuto ad avvisarmi che avrebbe partecipato alla competizione politica, io ho risposto nell’unica maniera possibile: lei è libero di fare quello che ritiene.

Proviamo a decifrare la politica estera di quello che potrebbe essere il prossimo governo a 5 Stelle. Di Maio è venuto a presentare il programma Esteri qui da voi: si è fatto un’idea di cosa il Movimento voglia fare dei rapporti con la Nato e l’Europa?
Di Maio ha detto cose fondamentali nel discorso alla Link: la prima è che la politica estera ha bisogno di continuità e di pensiero strategico di lungo periodo. Crede che ci siano cose da modificare ma questa è la linea, che viene da lontano: quella di un ruolo dell’Italia anche critico delle alleanze atlantiche.

Esattamente quello che molti osservatori temono di un governo 5 Selle: l’indebolimento dell’alleanza atlantica dell’Italia, la vittoria di Putin.
Su Putin Di Maio è stato molto chiaro: resto schierato nell’area Nato e considero l’Europa politica interna, ma ritengo che se voglio affrontare i problemi in Medio Oriente, gli equilibri globali, devo dialogare con la Russia. Del resto, siamo interessati o no come Paese a che Stati Uniti e Corea del Nord trovino un punto di convergenza? Io vengo dalla cultura della coesistenza pacifica e penso che sia importantissimo che il nostro Paese non viva dentro il ricordo di un mondo bipolare, dentro una visione contrapposta degli interessi globali:“Questa è l’area del bene e quella l’area del male”.

Anche abbozzando di fronte alle interferenze della Russia nei processi elettorali occidentali?
Ho sentito molte stupidaggini su questa cosa. Come Link, prima che scoppiasse tutto questo, due anni e mezzo fa, abbiamo fatto un seminario internazionale lanciando l’allarme sulla disinformazione nella lotta politica. Con grande anticipo avevamo messo in guardia dallo sviluppo delle tecnologie moderne di comunicazione come strumenti della lotta economica e politica tra gli Stati.

Non bisogna ricadere nella logica dei due blocchi contrapposti, ma la Russia in Medio Oriente rischia di essere destabilizzante anche per l’Europa: in Siria Putin appoggia Assad e le milizie iraniane sono un problema per Israele. Soccombere o sovvertire?
Noi siamo estremamente critici con il regime di Assad, e lo stiamo stati in momenti molto diversi e antecedenti alle evoluzioni che ci sono state. Ma bisogna anche dire che come occidentali abbiamo contribuito in qualche modo a rafforzare la posizione di Assad.
La Russia, in una fase,  è stata accolta con grandi applausi. Ricordo articoli di grande assenso anche su giornali e riviste italiani. Quello che dobbiamo decidere è cosa facciamo delle Nazioni Unite come attore in quell’area: se il multipolarismo può funzionare davvero o se tutto si restringe a un rapporto Stati Uniti-Russia in cui l’Europa è marginale. Pensiamo alla questione curda, per esempio, che attraversa Iran, Siria, Iraq. Dobbiamo forse avere il coraggio di ripensare la divisione che all’inizio del Novecento fu fatta sulla carta dai vincitori.

Molti vostri docenti parlano russo e avete un master tenuto in maggioranza da docenti russi. Un vostro professore, Mifsud, è sospettato di fare da tramite tra Mosca e lo staff di Trump. Mifsud ha respinto le accuse. La Link è un ateneo filoputiniano?
Guardi, abbiamo fatto seminari e ricerche con la Sherman, l’università della Cia dove si formano gli analisti di intelligence, allora mi venite a dire che sono diventato uno strumento della Cia? Suvvia. Quanto a Mifsud è venuto qui, doveva cominciare a tenere dei corsi, in quanto professore full time di una università straniera ma non ha più iniziato. Punto e basta. L’università è aperta, i giornalisti vengano, parlino con gli studenti, vedano cosa siamo.

Prima citava l’onorevole Tofalo, che è finito sui giornali per vicende poco edificanti che riguardano la Libia: voleva dialogare con il golpista Ghwell, nemico del governo di Tripoli appoggiato da Roma e dall’Onu. Anche sulla Libia il M5s ha un comportamento quantomeno ambiguo.
Se parliamo di ambiguità e vogliamo fare un’analisi rigorosa, da studiosi che non si lasciano influenzare da obiettivi politici di parte, dobbiamo partire dalle ambiguità della Francia e dei Paesi europei.

L’Italia ha avuto una linea coerente finora: favorire l’unità tra Tripoli e Tobruk.
Una linea arrivata troppo tardi. Quando tutti dicevano che non bisognava avere nessun contatto con Haftar la nostra università ha invitato qui il suo ministro degli Esteri: volevamo capire. Usiamo lo stesso metodo Chatam House [think thank internazionale, ndr]: non portiamo all’esterno le cose che avvengono all’interno se non quando la linea di ricerca è consolidata e pubblichiamo dei testi.
Con la Libia bisogna avere un approccio realistico, pensare che non si può governare senza Haftar a meno di non voler dividere il Paese. Dall’esterno dobbiamo aiutare questo processo.

Tornando ai 5 Stelle: il passaggio di governo in una democrazia rappresentativa è compatibile con il loro sistema di democrazia diretta, e qualcuno dice eterodiretta,  basato sulla piattaforma Rousseau?
Questi sono i problemi che i 5 Stelle hanno sul tappeto: Di Maio sta cavalcando una tigre molto difficile da cavalcare. Bisogna anche riconoscere però che quanto successo era lo sbocco inevitabile della Seconda Repubblica. Come fa una democrazia rappresentativa a sopravvivere se abbiamo demonizzato i partiti, distrutto i partiti, delegittimato il Parlamento? E attenzione: non l’hanno fatto i grillini, ma gli stessi difensori della democrazia rappresentativa, i partiti storici. Quando metto otto voti di fiducia su una legge elettorale o vado in parlamento e dico – questa è l’ultima volta che voterete per il Senato – poi rischio la vendetta di Montezuma.

Quindi dobbiamo adeguarci a un sistema informatico chiuso e controllato da una società privata?
No, ma sa perché i partiti non sono in grado di fare una battaglia politica su questo, cercando il consenso dei cittadini? Perché sono stati i primi a delegittimare la democrazia rappresentativa. Abbiamo demonizzato il Parlamento e lo abbiamo trattato come la cassa di risonanza delle decisioni dell’esecutivo. Abbiamo distrutto i partiti, e il passo successivo è il web. Non puoi dare battaglia al web quando l’hai determinata.
L’idea che si potessero risolvere i problemi politici con le leggi elettorali, un’idea che nasce con Segni, è sbagliata. Un sistema elettorale può coprire una evoluzione politica ma non può sostituirsi all’evoluzione politica.

Il futuro che ci aspetta è una democrazia sempre meno liberale?
Ripeto: quando si approvano le finanziarie con un voto di fiducia dove sta il lavoro verso la libertà? La legge di bilancio è fondamentale, i parlamenti sono nati per controllare la spesa del sovrano e porgli un limite.

La crisi della democrazia liberale non è solo un problema italiano però, in tutta Europa soffia forte il vento dell’Est autoritario di Orban, Putin, Erdogan.
L’allargamento dell’Unione Europea è avvenuto in spregio a ogni analisi di questo tipo sulla democrazia liberale. Ha mai ascoltato un dibattito nel parlamento italiano sull’apertura dei negoziati tra Ue e Turchia per esempio? Spero che le nuove generazioni capiscano che la democrazia senza libertà non esiste: il fondamento della democrazia è la libertà, non è il voto, perché anche in Turchia si vota.

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