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2 marzo 2018

Contro il voto a tutti i costi

I teorici dell'apocalisse vedono nella crescita costante e inesorabile dell'astensione il segno inequivocabile della crisi della democrazia. E se fosse invece un fenomeno non solo razionale, ma anche utile?

Gabriella Colarusso

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Dopo l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e il sì inglese all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, l’elezione di Emmanuel Macron alla presidenza della Francia, nel maggio 2017, è stato l’evento politico più dirompente degli ultimi due anni, per diverse ragioni: il crollo dei partiti storici francesi, Repubblicani e Socialisti; l’arrivo in Parlamento di una formazione, En Marche!, che era nata solo un anno prima e che tuttavia ha conquistato una maggioranza di seggi sorprendente; la sconfitta dei nazionalisti di Marine Le Pen che sembravano destinati a riscrivere il dna della Repubblica.

Ma tutto questo è avvenuto sulla base di un altro evento storico per la politica francese: la somma di astenuti e schede bianche o nulle è arrivata al 34%, la più alta da 16 anni. Nel 2002 era stata del 24,6%…

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Il 4 marzo ci saranno le elezioni politiche italiane ed è probabile che l’astensione, almeno stando alle ultime rilevazioni, si attesti intorno a una percentuale simile a quella francese, oltre il 30%, in linea con una tendenza che va avanti dalla fine degli anni Settanta. Nel 1976, il 93% degli italiani scelse di dire la sua sul rinnovo del Parlamento, venti anni dopo, nel 1996, quella percentuale era scesa all’82% e nel 2013 si è fermata al 72%.

Può darsi – come ha scritto di recente lo storico Paul Ginsborg in un intervento piuttosto allarmato sulla rivista Political Critique – che più la democrazia rappresentativa diventa «corrotta e decrepita», e debole la partecipazione, tanto più è probabile che «i cittadini ritirino i loro voti in numero sempre maggiore». Ginsborg fa parte di una nutrita schiera di pensatori che vede nell’astensione il segnale chiaro della crisi della democrazia rappresentativa, del suo inesorabile declino.

Ma se questa fosse una lettura deformante? Se, cioè, il non-voto non rappresentasse tanto il rifiuto degli elettori di legittimare le istituzioni e la politica quanto il frutto di processi storici più ampi e anche di una consapevolezza nuova, di un diverso modo di intendere il proprio ruolo civile? Se il problema non fosse l’astensione, infine, ma il come si vota?

 

Voti locali per scelte globali

Antonio Pilati ha condotto una approfondita ricerca per la fondazione Magna Carta sulle ragioni storiche che hanno portato una quota sempre maggiore di italiani a non andare a votare e in cui si spiega che l’astensione «acquista consistenza solo a metà degli anni Novanta».

È facile mettere «in correlazione tale balzo con i mutamenti drammatici che il sistema politico vive nel biennio 1992-1994»: la fine dei partiti politici che avevano retto la prima Repubblica ad opera di Mani Pulite; l’abolizione delle preferenze dai sistemi elettorali e, qualche anno dopo, la firma del trattato di Maastricht, ovvero «il progressivo consolidamento dei vincoli europei che portano al di fuori del recinto nazionale una crescente quota di decisioni politiche togliendo così importanza e cogenza alle prove elettorali».

La globalizzazione e la rivoluzione digitale hanno spinto un numero crescente di elettori a pensare che la politica, soprattutto quella nazionale, ormai conti sempre meno nelle scelte che influiscono sulla nostra vita quotidiana e sul nostro benessere.

Eppure, anche così, la tesi apocalittica dell’astensione come segno di una crisi irreversibile della democrazia non convince del tutto. L’Italia continua ad avere una percentuale di voto paragonabile se non superiore a quella di altre democrazie, eccetto quelle in cui il voto è obbligatorio, come il Belgio o l’Australia.

Sempre più persone, poi, ammettono senza timori di non sapere bene per cosa si vota e quindi di non volerlo fare attualmente, ma non escludono di tornare a esprimersi in futuro. Hanno, cioè, superato il giudizio morale negativo che circonda l’astensionismo. Non sono indifferenti, sono diversamente consapevoli.

 

Un fenomeno mobile e razionale

«Credo che bisogna avere nei confronti dell’astensione un atteggiamento laico, secolare», ci dice Roberto D’Alimonte, politologo esperto di sistemi elettorali e direttore del Centro italiano studi elettorali.

Il fattore principale dell’astensione è senza dubbio la «delusione, l’insoddisfazione nei confronti dell’offerta politica», ma dentro il mondo degli astenuti ci sono ragioni differenti, diversi gradi di consapevolezza e soprattutto non si tratta di un fenomeno irreversibile, ma «mobile e razionale». Mobile «perché non è affatto detto che se alcuni elettori decidono di non votare una volta poi non lo fanno più, ci sono molti astensionisti intermittenti».

Prendiamo il caso dell’Emilia Romagna. «La profonda insoddisfazione espressa verso l’offerta politica delle ultime elezioni regionali ha portato meno del 40% dei cittadini a votare in una regione dove, di solito, anche alle elezioni locali la partecipazione è superiore al 70%. Questo però non vuole dire che martedì in Emilia Romagna andrà a votare il 40%. L’astensionismo è variabile a seconda dei contesti, della posta in gioco, è variabile e razionale da questo punto di vista».

Una parte di non-voto dipende, poi, proprio da come si vota: se sei in un sistema maggioritario e vivi in un collegio dove il candidato che ti piace è un sicuro perdente e allora decidi di non andare a votare, questo comportamento può essere considerato una presa di distanza dalla democrazia rappresentativa, addirittura un suo rifiuto?

«Non c’è una riposta univoca, l’astensione è un fenomeno molto complesso e mi aspetto che in futuro ci sia più variabilità», continua D’Alimonte. «Alle ultime elezioni inglesi e anche a quelle tedesche, per esempio, sono andate a votare più persone che in passato». Anche in Gran Bretagna, dove tradizionalmente l’astensionismo è più alto rispetto ad altri Stati europei, negli ultimi anni si è assistito a un aumento dei votanti.

 

Il governo dei bene informati

Discorso ancora diverso per gli Stati Uniti, dove gli elettori sono tra i meno attivi del mondo, eppure tutti consideriamo l’America una grande democrazia. Le ragioni dell’astensionismo negli Stati Uniti sono state analizzate in tantissimi studi: votano di più i bianchi, istruiti e più ricchi, gli anziani, mentre le fasce di reddito più basse tendono a votare meno.

Ma ci sono anche questioni procedurali − per esempio gli Stati che negano il voto ai detenuti e ai condannati − e le difficoltà a portare alle urne le minoranze etniche. Eppure nel dibattito intellettuale il problema non sembra affatto essere l’astensione. Da qualche anno, e soprattutto dopo l’elezione di Trump, la questione al centro di accese discussioni tra accademici è un’altra: le elezioni così concepite funzionano?

Il libro che ha suscitato più clamore in questo senso è quello del sociologo Jason Brennan pubblicato nel 2016 dalla Princeton University Press, Against Democracy. Brennan sostiene che sono pochissimi gli elettori che arrivano al voto bene informati, che la maggioranza non sa nulla o meno di nulla e che questo mette seriamente a rischio la democrazia, visto che le loro scelte finiranno per influire sulla vita di tutti.

Brennan propone di ripensare il sistema di voto, il suffragio universale, per arrivare a una democrazia governata dai bene informati. Una provocazione, certo, ma anche una domanda ai teorici dell’apocalisse democratica: siamo sicuri che l’astensione sia sempre e in ogni caso il male peggiore?

 

Foto in apertura di Rocco Rorandelli / TerraProject / Contrasto

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