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23 febbraio 2018

Nessun girotondo intorno a Rousseau

La sinistra che era scesa in piazza contro il partito-azienda di Berlusconi ammutolisce di fronte al controllo del M5S da parte di Casaleggio. Perché fatica a capire la rivoluzione della democrazia in Rete

gabriella colarusso

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Beppe Grillo e Silvio Berlusconi non hanno nulla in comune e anzi, per certi versi, possono essere considerati gli arcinemici della Seconda Repubblica: il primo castigatore di corrotti e corruttori, il secondo incarnazione – agli occhi del popolo grillino – di un classe politica inefficiente e clientelare. Eppure tra Forza Italia e il Movimento 5 stelle esiste un filo di continuità: entrambe sono formazioni politiche nate come emanazione di una azienda. Forza Italia nel 1993 da una costola di Fininvest, Publitalia, l’agenzia che per anni fornì al partito di Berlusconi classe dirigente, fondi, mezzi. I Cinque Stelle nel 2009 da un’idea di Gianroberto Casaleggio, con la faccia di Beppe Grillo e la regia organizzativa e manageriale di una piccola srl milanese, la Casaleggio Associati, oggi nelle mani del figlio di Gianroberto, Davide.

Per vent’anni il dibattito pubblico italiano si è concentrato sul conflitto di interessi di Silvio Berlusconi, ma oggi nessuno sembra preoccuparsi altrettanto del conflitto di interessi di Davide Casaleggio. Le piazze sono vuote, il Palasharp incubatore dei girotondi pure, Nanni Moretti non si fa sentire da un bel po’. Rimozione collettiva? Quello che ci troviamo davanti è un conflitto che non siamo in grado di vedere?

 

Il potere nuovo del controllo dei dati

«L’analogia sicuramente c’è e per certi aspetti la situazione attuale è anche più preoccupante», ci dice Mauro Calise, politologo, docente all’Università di Napoli e autore de La Democrazia del leader (Laterza). «Ma mentre con Berlusconi il fenomeno era sotto gli occhi di tutti nelle sue dimensioni macroscopiche, e lui stesso presentava Forza Italia come un partito-azienda, nel caso del rapporto tra i 5 Stelle e la Casaleggio il legame è persino più profondo ma invisibile ai più. E la ragione è semplice: il diffuso analfabetismo tecnologico delle classi dirigenti, degli opinionisti, anche dei giornalisti».

Non siamo di fronte a un conflitto di interessi economici, sostiene Calise, ma a un conflitto di interessi democratici. «Il Movimento 5 stelle è un partito dove la componente aziendale e il controllo privatistico sono estremamente forti perché non sono trasparenti». Non c’entrano i soldi, non ci sono grandi affari in ballo, «il giro di denaro intorno alla Casaleggio è insignificante, ma c’è un problema enorme di conflitto di interessi democratico perché la Casaleggio, attraverso Davide Casaleggio, controlla le procedure decisionali interne al Movimento. Per controllare Forza Italia ci voleva la proprietà di tre grandi aziende costruite in 20 anni. Per controllare i 5 Stelle ci vogliono un server e una piccola azienda. Il valore vero non sono i soldi ma è il controllo dei dati, la proprietà digitale».

 

Il ruolo ambiguo di Davide Casaleggio 

Facciamo un passo indietro. Di questa piccola società milanese dai bilanci modesti si sa poco o nulla se non che si occupa di consulenza strategica per le imprese in Rete, produce un rapporto annuale sull’e-commerce, ha una sezione editoriale molto di nicchia e per la verità prima della discesa in campo di Beppe Grillo non era nemmeno molto nota nella comunità digitale italiana. Dell’influenza di Davide Casaleggio, il presidente della Casaleggio Associati, sul Movimento 5 stelle, invece, abbiamo imparato molto negli ultimi tempi.

Nel giugno del 2016, il giovane Davide dichiarò al Corriere della Sera che non si sarebbe mai candidato né che avrebbe fatto politica: «Intendo occuparmi dello sviluppo delle applicazioni di democrazia diretta del Movimento 5 Stelle in rete affinché tutti i cittadini possano fare politica». Nei mesi successivi, tuttavia, l’abbiamo visto acquistare una influenza crescente sulle scelte del Movimento e suoi suoi rapporti politici, presente alle riunioni romane in cui si prendevano decisioni importanti per la giunta Raggi o a incontri diplomatici di livello come quello avvenuto a dicembre 2017 con l’ambasciatrice inglese a Roma, Jill Morris, solo per fare alcuni esempi.

 

Di provider e finanziarie lussemburghesi

Nel frattempo l’associazione Rousseau, di cui Davide è presidente, ha cambiato faccia: fuori l’eurodeputato Borrelli dentro Pietro Dettori, ex dipendente della Casaleggio Associati e l’uomo che per molto tempo ha curato il blog di Grillo. Rousseau è proprietaria dell’omonimo sistema informatico su cui si svolgono le votazioni dei 5 Stelle, ovvero il cuore pulsante dell’attività politica e democratica interna al Movimento. Chi controlla Rousseau controlla tutto.

Quel sistema però non è né sicuro, né trasparente né orizzontale. Questa non lo sostiene un avversario politico del Movimento, ma il Garante della Privacy, che nell’estate scorsa ha aperto una istruttoria sulla piattaforma Rousseau in seguito ad alcune intrusioni informatiche. Cosa dice il Garante? Che i voti su Rousseau sono tracciabili. «Con riferimento al database Rousseau, il documento trasmesso all’Autorità recante “Estratto delle tabelle principali di Rousseau”, ha permesso di valutare alcuni aspetti relativi alla riservatezza delle operazioni di voto elettronico svolte tramite la piattaforma; in particolare, l’esame delle predette tabelle ha mostrato come l’espressione del voto da parte degli iscritti, in occasione della scelta di candidati da includere nelle liste elettorali del Movimento o per orientare altre scelte di rilevanza politica, venga registrata in forma elettronica mantenendo uno stretto legame, per ciascun voto espresso, con i dati identificativi riferiti ai votanti», scrive l’autority. E ancora: «Nello schema del database risulta infatti che ciascun voto espresso sia effettivamente associato a un numero telefonico corrispondente al rispettivo iscritto votante». Il Garante ha censurato Rousseau anche perché l’associazione non ha indicato esplicitamente che a quei dati hanno accesso anche altri soggetti, ovvero due grandi aziende private: Wind Tre e Itnet. Quest’ultima di proprietà della holding finanziaria lussemburghese Orascom Tmt.

 

La democrazia sorvegliata

Ricapitolando: i vertici di Rousseau, che hanno accesso alla piattaforma Rousseau, potrebbero tracciare il voto degli iscritti, sapere esattamente chi ha votato cosa e per ogni votazione. A questi dati potrebbero avere accesso anche Wind e Itnet. Detto in altri termini: un privato cittadino e imprenditore, Davide Casaleggio, presidente di una società privata, la Casaleggio Associati, (di cui è anche azionista al 30%), potrebbe tracciare e controllare il voto degli iscritti che decidono candidature, policy e programmi del primo partito italiano.

Tutto normale? Perché non se ne parla? Ci siamo abituati a una democrazia privatizzata? «Ci sono due aspetti diversi da considerare», riflette Calise, «In democrazia sono due le forme di legittimazione, sostantiva – sei legittimato perché fai delle cose che a me piacciono – e procedurale – sei legittimato perché applichi una serie di procedure attraverso le quali io elettore ti posso controllare. Alla constituency grilllina questo secondo piano non interessa, c’è legittimazione sostantiva e non procedurale: non mi importa dei voti, della piattaforma, della trasparenza, mi interessa solo l’alternativa a una sistema politico in cui non credo più».

E tutti gli altri, la sinistra che riempiva le piazze contro il partito-azienda di Berlusconi, il partito personale, la gestione privatistica di un movimento politico? «Si sono sprecati i commenti sui congiuntivi di Di Maio che francamente lasciano il tempo che trovano. Ma quando si parla di cultura della Rete, stampa e politica sanno quasi niente. Mentre Casaleggio padre, un genio, aveva capito la possibilità di presentare la Rete come nuova linfa della democrazia sapendo in realtà di poterla controllare in una specie di Panopticon digitale, gli altri partiti erano totalmente inconsapevoli delle trasformazioni in corso. Sono arrivati tardi e ci sono arrivati anche male dando credito a idee che potevano sembrano credibili 20 anni fa, in un’era  pionieristica della Rete, ma che hanno mostrato già tutti i loro limiti. La democrazia diretta è diventata controllo verticistico e per nulla trasparente. Vale per i 5 Stelle ma vale anche, con le dovute differenze, per Facebook e il mito dell’orizzontalità, delle comunità tra pari. In dieci anni è cambiato tutto e noi ragioniamo ancora con categorie che sono nate con Pericle. Aver gestito lo sviluppo della Rete con le categorie della Polis è stato un abbaglio catastrofico». Alla radice di un nuovo conflitto che rischiamo di non capire.

 

Foto in apertura di Christopher Anderson / Magnum Photos / Contrasto

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