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23 febbraio 2018

Di lobby e di governo

I think tank sono diventati veicoli di interessi. In Italia, dove non hanno obbligo di trasparenza, si trasformano nel braccio operativo dei singoli politici. E un potenziale pericolo per la democrazia

Cecilia Attanasio Ghezzi

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«Come lo cambi il mondo? Beh, ci sono strade ovvie come prendere il potere, essere mostruosamente ricco o spendersi nel processo elettorale. E poi ci sono le scorciatoie come il terrorismo. O la creazione di un think tank». Così scriveva il drammaturgo britannico Steve Waters sulle pagine del Guardian. Era il 2004, anno in cui ancora si discuteva della guerra «preventiva» con cui Bush aveva invaso l’Iraq. Altro che Torri gemelle! La copertura ideologica all’«esportazione della democrazia», si disse, gli derivava proprio dall’attività dei think tank neoconservatori, primo tra tutti l’American Enterprise Institute che, per usare le stesse parole dell’allora Presidente Usa, «fa un così buon lavoro che la mia amministrazione ha preso in prestito venti di questi cervelli»…

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Più recentemente un’inchiesta del Wall Street Journal ha messo in luce come Google avrebbe influenzato università e istituti di ricerca «pagando dai 5 ai 400 mila dollari ricerche atte a dimostrare che il gigante di Mountain View non gode di una posizione dominante sul mercato». Facendo così attività di lobby senza che venisse sempre esplicitata la relazione tra gli studi e l’origine dei finanziamenti. Lo stesso pericolo che corriamo in Europa. Non è un caso che i think tank si concentrino geograficamente nei pressi del parlamento europeo di Bruxelles e che non tutti siano regolarmente iscritti nel Registro per la trasparenza dell’Unione europea, al cui interno dovrebbe trovarsi l’elenco di tutte le strutture che, anche indirettamente, hanno come scopo quello di influenzare le politiche e i processi decisionali delle istituzioni europee.

 

Think tank o veicoli di interessi?

È chiaro che una grande azienda, per garantire il proprio profitto, ha bisogno di leggi e politiche favorevoli. Ed è altrettanto evidente che, per ottenerle, ha bisogno di influenzare (o sensibilizzare) le scelte della classe dirigente. E se quest’ultima si informa attraverso studi e ricerche prodotti da istituti che hanno un’onestà scientifica comprovata, perché non finanziarli o addirittura crearli? Ed ecco come quei serbatoi di pensiero, la cui diffusione esplose negli Stati Uniti nel secondo Dopoguerra, possono diventare veicoli di interessi particolari e produttori di argomentazioni a fini economici o politici. Per questo l’Unione Europea ha una serie di servizi per tenerne traccia.

Consultando il sito LobbyFacts, ad esempio, scopriamo che Facebook spende per queste attività oltre 1 milione di euro all’anno, più o meno quanto Apple. Mentre Google nell’anno fiscale 2015 superava i 4 milioni di euro e Amazon nel 2016 ha raggiunto i 2 milioni. Nel 2016 tutte le lobby tracciate hanno investito oltre un miliardo e mezzo di euro. Al primo posto c’è comunque la European Chemical Industry Council, che nel 2016 ha stanziato oltre 12 milioni di euro per sostenere e far approvare i progetti delle industrie chimiche.

Ma se l’Europa tenta almeno di tracciare le attività di lobbying, lo stesso non può dirsi dei singoli Paesi che la compongono. A oggi, infatti, sono soltanto sei i Paesi Ue dotati di un registro obbligatorio. E l’Italia non è tra questi. Nell’attuale legislatura sono stati presentati alcuni disegni di legge, ma i due testi presentati alla Camera (a firma Pisicchio e Misiani) e gli altri due presentati al Senato (a firma Lanzillotta e Quagliariello) sono fermi nelle commissioni parlamentari.

 

Dal Partito alla fondazione politica

«In Italia, in alcuni casi, si fa lobbying indiretta», ci spiega Mattia Diletti, professore di Scienza politica all’università di Roma La Sapienza. E ci racconta che ha cominciato a interessarsi a questo tema proprio durante l’amministrazione Bush e che lo ha continuato a seguire per capire la forma che stava prendendo l’americanizzazione della politica in Italia.

«Il big bang» ci spiega, «è avvenuto tra il 2007-2012, quando i partiti italiani si destrutturano e, da una parte, coloro che studiano politiche concrete si organizzano per vendere la loro esperienza, dall’altra aumentano i politici che fondano i loro think tank personali». Proprio per questo il nostro Paese ha «questa anomalia di think tank legati a una figura pubblica». Di fatto succede che «ai partiti si sostituiscono le strutture organizzate delle leadership politiche. I partiti sono sempre più semplici federazioni di leadership autonome; è naturale che ognuno costruisca la propria macchina con cui finanziare convegni, costruire relazioni, organizzare uno staff, produrre posizioni di policy e far confluire finanziamenti».

Matteo Renzi ha il suo; ora si chiama Open ma nacque nel 2012 come fondazione Big Bang e tenne a battesimo la Leopolda. Enrico Letta ha fondato VeDrò nel 2006. Gaetano Quagliariello ha Magna Charta. Claudio Scajola, dopo lo scandalo della casa «a sua insaputa», cercò di ripartire nel 2010 con la fondazione Cristoforo Colombo per le libertà.

 

Follow the money

L’associazione Openpolis ha contato in tutto 108 think tank in Italia, suddivisi in aggregazioni politiche (53%), di formazione politica e ricerca (32%) e di policy making tematico (15%). Nota inoltre che oltre il 93 per cento delle strutture nate per fare aggregazione politica si sono formate dal 2000 a oggi e che solo poco più dell’8,5 per cento del totale hanno pubblicato l’elenco di finanziatori e soci (e meno del 16% il bilancio).

Daniele De Bernardin, analista politico che per Openpolis cura il progetto di monitoraggio quotidiano dei think tank che sta per compiere il terzo anno, ci spiega come questi «stanno diventando attori sempre più importanti nel racconto delle dinamiche politiche italiane» e che «il motivo sta proprio nel fatto che ci sono meno vincoli sui finanziamenti e sulla trasparenza rispetto a quelli esistenti per i partiti politici».

Il punto è che non esistendo una legislazione specifica per le fondazioni politiche, «manca la richiesta di trasparenza sui finanziamenti». Risultano no profit e come tali beneficiano di una lunga serie di agevolazioni fiscali, tra cui la possibilità di ricevere donazioni e il diritto all’anonimato per i loro benefattori. L’importante è il pareggio di bilancio, ovvero che non ci siano utili. O che non risultino.

Così sono diventate una distorsione del sistema del finanziamento pubblico e, con il tempo, da costole dei partiti si sono trasformate nel braccio operativo dei singoli politici. Il magistrato alla guida dell’Anac Raffaele Cantone dal 2012 denuncia l’urgenza di fare una legge che «obblighi le fondazioni ad avere bilanci trasparenti» e ha più volte sottolineato che è stato inutile aver abolito il finanziamento pubblico ai partiti se poi «non vengono chiariti i finanziamenti alle associazioni private».

 

Urge una legge sulla trasparenza

«Prima di parlare di conflitti di interesse, bisogna aumentare la nostra conoscenza sul mondo dei think tank», prosegue De Bernardin. «I nomi dei membri, come anche i finanziamenti che ricevono, sono elementi fondamentali per tenere un faro acceso su possibili situazioni particolari. Per ora i dati economici sono talmente pochi che è difficile persino individuare qualche trend ricorrente».

Eppure il rapporto di Openpolis cita tre tipologie di fenomeni. Il più frequente riguarda casi di spoil system, ovvero quando persone appartenenti a un think tank legato a un determinato politico con un incarico pubblico vengono nominate come capo del gabinetto o della segreteria particolare o, e questo fa caso a sé, in un organo pubblico esecutivo guidato dalla stessa aerea politica.

Ma l’evenienza più preoccupante riscontrata è quando i finanziatori vengono nominati in strutture pubbliche di cui è responsabile quello stesso politico. «Bisogna fare in modo che i finanziamenti di società a capitale pubblico, come ad esempio l’Eni o l’Enel, non possano andare a fondazioni i cui referenti sono figure politiche in carica», rincara Diletti, che sta per arrivare in libreria con un volume sul tema, La Repubblica dei think tank (Carocci editore). «Questi infatti hanno un potere di nomina delle figure che sono in queste aziende. Per questo urge una legislazione che obblighi alla trasparenza questi organi». Perché, per dirla con le parole di Cantone, «se lasciamo una prateria completamente libera, si rischiano meccanismi pericolosi».

 

Foto in apertura di Christopher Anderson / Magnum Photos / Contrasto

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