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23 febbraio 2018

Fatevi gli affari vostri, in Italia si può

Dal caso Boschi ad Angelucci: breve rassegna dei conflitti d'interesse dei politici in assenza di un'efficace legge che li prevenga e nell'indifferenza degli elettori. Perché oramai li consideriamo normali

Samuele Cafasso

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L’ultima vicenda balzata agli onori della cronaca è quella del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro. Quando ancora era un imprenditore, comprò per 5  milioni di euro un terreno abbandonato a Marghera, proprio di fianco al Ponte della Libertà che porta in Laguna. Quando i malpensanti gli chiesero cosa avrebbe fatto di quell’investimento se fosse diventato sindaco, rispose «Nulla. Perché è giusto. Sarebbe un conflitto d’interessi». Poi però si sa come va il mondo: bisogna cogliere le opportunità. Visto che alla gloriosa Reyer, la squadra di basket locale, serve un nuovo palasport, e visto che quei terreni sarebbero la soluzione migliore secondo un’azienda che ha già pronto un piano, adesso si parla di un grande progetto proprio su quelle aree. In Consiglio comunale è scoppiata una grande cagnara: «Rancorosi!» ha inveito il sindaco contro gli oppositori, spalleggiato dai tifosi, tra lacrime e coppe esibite. Già perché anche la Reyer è di proprietà del sindaco, sebbene sia stata conferita in un blind trust inglese, sulla cui efficacia ci sarebbe però da eccepire, essendo che Brugnaro sa benissimo dove sono piazzati i suoi soldi e i suoi interessi.

 

Ventitré anni dopo il partito azienda

Conflitto di interessi, siamo ancora lì? Già, siamo ancora lì: 23 anni dopo il partito-azienda, 23 anni dopo l’arrivo in parlamento di Silvio Berlusconi nonostante la legge 361 del 1957 neghi a chi gode di concessioni pubbliche l’eleggibilità (obiezione respinta più volte dalla giunta per le elezioni: lui non è legale rappresentante di Mediaset), l’Italia non ha una legge sul conflitto d’interessi capace di prevenire le situazioni più a rischio. Nel frattempo è vero che gli Usa hanno eletto un presidente di fronte al quale il caso Berlusconi impallidisce, tuttavia questo nulla toglie all’handicap italiano che va ben oltre alla vicenda Mediaset.

«Ci sono due questioni che danno la cifra della democraticità di un Paese oggi – commenta il deputato (uscente) Pino Pisicchio (Gruppo Misto) – Una è la gestione dei conflitti di interesse, l’altra delle lobby. Oggi purtroppo l’Italia è deficitaria su entrambi i fronti». Pisicchio è il promotore del Codice di condotta dei deputati, ad oggi l’unico strumento istituzionale di monitoraggio su base volontaria dei conflitti di interesse dei parlamentari. La sanzione, però, in assenza di leggi è limitata alle ricadute sulla reputazione. Un passo importante costruito sulle stesse basi del ministerial code britannico. Ma insufficiente: da Maria Elena Boschi ad Antonio Angelucci, passando per il caso di Renato Soru e l’intricata questione Casaleggio – oltre ad alcune storie più laterali ma significative come quella di Maurizio Rossi in Liguria -, appare evidente come il conflitto d’interesse sia diventato pervasivo, proliferi nella debolezza dei partiti politici e, allo stesso tempo, ne è causa perché alimenta la sfiducia degli elettori.

 

L’eccezione italiana

A gennaio del 2017 il Greco, ovvero il gruppo di Stati del Consiglio d’Europa, nel report sull’Italia esortava «il Paese a gestire meglio la spinosa questione dei conflitti d’interesse. Sollecita una profonda revisione del sistema attuale, compreso il consolidamento delle norme frammentarie che disciplinano la questione, e chiede meccanismi più efficaci di controllo e di responsabilità. Il Greco, pur apprezzando la recente adozione da parte della Camera dei Deputati di un Codice di condotta e della disciplina delle attività di lobbying, ritiene che dovrebbero essere compiuti ulteriori sforzi per garantire il rispetto di tali disposizioni. Ha inoltre osservato che il Senato non ha ancora intrapreso un percorso analogo». In Italia esiste una disciplina frammentata sulle ineleggibilità il cui ultimo tassello è la legge Severino che sbarra la strada ai condannati con sentenza definitiva, mentre l’unico testo organico che regolamenti il conflitto di interesse è la legge Frattini del 2004, che riguarda solo i membri del governo. Approvata sotto Berlusconi, sanziona il conflitto d’interesse in atto e non in potenza, ovvero un membro del governo deve esimersi dal prendere decisioni che abbiano un impatto diretto sul suo patrimonio o su quello dei suoi diretti familiari e che allo stesso tempo portino a un danno per la collettività, ma non ci sono incompatibilità di cariche che prevengano situazioni di rischio.

«Di fatto la legge italiana – spiega Emiliano Di Carlo, vicedirettore esecutivo del Master anticorruzione all’Università di Tor Vergata – fa coincidere il conflitto d’interessi con il fenomeno corruttivo. L’esempio che faccio sempre è quello dell’imprenditore farmaceutico che diventa capo del governo. Supponiamo che imponga un vaccino obbligatorio per tutta la popolazione e che questo vaccino sia prodotto dalla sua azienda: perché vi sia conflitto di interesse secondo la legge italiana non solo bisogna aspettare che siano prese decisioni su argomenti di suo diretto interesse, ma bisognerebbe dimostrare anche il danno a carico della collettività. È la prova del diavolo, indimostrabile».

Ad oggi, la modifica della legge sul conflitto d’interesse non è presente nel programma del Pd e, ovviamente, nemmeno in quello del centrodestra. Luigi Di Maio ha recentemente dichiarato che il Movimento si occuperà della questione se avrà la maggioranza e la possibilità di governare. Ma in realtà proprio M5S è stata tra le forze che hanno impedito l’approvazione di una nuova normativa in questa legislatura. Il 25 febbraio del 2016, in effetti, la Camera aveva approvato un disegno di legge che abrogava la Frattini e che introduceva il concetto di conflitto di interessi preventivo. Le nuove regole, applicate sia a membri di governo che a parlamentari e a componenti di autorità indipendenti, prevedevano il blind trust in generale e l’alienazione dei beni solo per partecipazioni di rilevanza nazionale in settori strategici, parziale e imposta dall’Antitrust. La legge, però, si è impantanata al Senato. Da dove non è mai uscita, impallinata dalla doppia opposizione M5S (troppo poco) e centrodestra (troppo).

 

Non solo Berlusconi (e Boschi)

Nel frattempo, il panorama politico non ha dato una ottima immagine di sé. Del caso Maria Elena Boschi molto si è parlato: qui vale la pena ricordare come non ci sarebbe stato bisogno di sapere se la allora ministra avesse o meno chiesto al Ceo di Unicredit Federico Ghizzoni di valutare l’acquisto di Etruria per far scattare il conflitto d’interesse in capo alla ministra il cui padre era consigliere dell’istituto di credito. «Il conflitto d’interesse non è un comportamento, ma una situazione – spiega Di Carlo – e un ministro non solo deve essere indipendente, ma anche apparirlo». Ma il caso Boschi è la punta dell’iceberg. Il conflitto d’interessi è un problema grosso anche per i Cinque Stelle dove l’intreccio tra il partito e le attività imprenditoriali di Casaleggio, unite alle forte limitazioni imposte a deputati e parlamentari sull’assenza di vincolo di mandato, stanno creando un nuovo mostro, come documentato nel pezzo che pubblichiamo in questo dossier a firma di Gabriella Colarusso.

Ma ci sono anche casi più tradizionali. Che dire, ad esempio, di Antonio Angelucci? Parlamentare per Forza Italia, nella dichiarazione scritta rilasciata secondo il codice di condotta dei deputati e pubblicata online si limita a segnalare il suo ruolo di “consulente occasionale quale socio fondatore gruppo Tosinvest”. Gruppo, vale la pena ricordarlo, presente nell’editoria quotidiana sovvenzionata dallo Stato (controlla Libero insieme ad altre testate come il Tempo) e nella sanità. Basta questa noticina e il fatto che la guida dell’azienda sia passata ai figli per fugare i dubbi su qualsiasi potenziale conflitto d’interesse? I limiti dell’autoregolamentazione sono evidenti. Angelucci per altro si ripresenta anche a queste elezioni. Per restare nella galassia editoria, è in buona compagnia: Forza Italia schiera in Veneto anche Fabio Franceschi, che ha una quota marginale de Il Fatto ed è padrone della più grande azienda tipografica italiana. La legislatura uscente ha poi visto in campo anche Maurizio Rossi, proprietario dell’emittente televisiva ligure Primocanale e incredibilmente scelto per far parte della Commissione parlamentare per l’indirizzo e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi. Si immagina con quale serenità abbia svolto il compito, dopo aver lasciato la guida dell’azienda a un manager a lui vicino, Cesare Castelbarco (che è stato anche presidente di Carige).

 

Il ruolo dell’informazione

Sono storie di cui, a esclusione del caso Boschi, si è parlato pochissimo. Una legge più restrittiva potrebbe fare molto, ma non c’è solo quello. «La sanzione più grave sarebbe la perdita della reputazione, ma siamo pronti a leggere i conflitti di interesse? Io penso che, dopo Berlusconi, ci siamo abituati a considerare normali situazioni che invece non dovrebbero essere tollerate» sostiene Di Carlo. Il suo è un punto di vista simile a quello di Pino Pisicchio, che però pone l’accento anche sul “rumore” generato dai media, spesso incapaci di distinguere diversi livelli di gravità nelle storie che raccontano, per cui il rimborso non dovuto per un pranzo e la sistematica commistione tra interessi pubblici e privati pari sono: «Ci sono comportamenti scorretti, scorrettissimi, lievemente inadeguati. Perdere la misura vuol dire non aver più il criterio per giudicare. È la notte in cui tutte le vacche sono nere».

Foto in apertura di Christopher Anderson / Magnum Photos / Contrasto

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