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23 febbraio 2018

Il sonno dei partiti genera mostri

Il politologo Gianfranco Pasquino parla di conflitto di interessi. Impossibile nella Prima Repubblica, dove a fare da filtro c'erano gli apparati e i percorsi di formazione politica

Barbara Ciolli

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In Italia il conflitto di interessi ha un nome e un volto, diventato non a caso simbolo per antonomasia del conflitto di interessi in tutta Europa: Silvio Berlusconi. Gli Stati Uniti hanno consegnato le chiavi della Casa Bianca a due petrolieri della dinastia dei Bush ed eletto poi presidente Donald Trump, il tycoon più potente. Ma in Germania non è mai andato al potere un Cavaliere. E neanche in Francia, in Spagna o nella Gran Bretagna che pure nella City di Londra raduna imprenditori e finanzieri da tutto il globo. L’anomalia del Vecchio Continente, dunque, è Berlusconi; ma prima del suo ingresso in politica l’Italia era simile agli altri Stati europei.

«Angela Merkel, Emmanuel Macron, Mariano Rajoy non hanno conflitti di interessi e se è per questo non li aveva neppure Margaret Thatcher. Un magnate dei media come Rupert Murdoch non potrebbe mai diventare primo ministro del Regno Unito, non sarebbe candidabile», ci racconta il politologo e accademico italiano Gianfranco Pasquino, allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori. Ex senatore, la politica lo studioso l’ha esperita anche sugli scranni di Palazzo Madama e non ha dubbi nell’identificare «l’inizio visibilissimo del conflitto d’interessi in Italia con Silvio Berlusconi. Dopo di lui, un altro caso chiaro è l’ex ministro Maria Elena Boschi».

La politica dei palazzi romani è sempre stata affetta da malaffare; perché quindi Berlusconi viene considerato il capostipite delle commistioni di interessi?

Il conflitto di interessi in sé si configura quando un governante – non un parlamentare – può privilegiare dei suoi interessi privati personali rispetto alla sua funzione pubblica. Deputati e senatori non prendono decisioni ma approvano leggi. Non a caso la legge che per prima in Italia tocca la questione è la 361 del 1957 sulla disciplina degli interessi dei sindaci. Chi ha conflitti di interessi può farsi eleggere membro del parlamento, ma non dovrebbe essere capo di un governo né farne parte.

In merito c’è tutto il capitolo di ministri ed ex ministri italiani che si sono dimessi per conflitti di interessi o che negano di averne: l’ex ministro per le Riforme e parlamentare Boschi è il caso più evidente dopo Berlusconi?

No, è solo il più recente. In mezzo ce ne sono stati altri ma sono svaniti. Al contrario del caso del sottosegretario ed ex ministro.

Boschi ha giudicato il ruolo apicale del padre in Banca Etruria non determinante per le inchieste sul caso e soprattutto non legato ai suoi incarichi di governo e al ripetuto interessamento sull’istituto in ambienti finanziari. Cosa pensa del suo rifiuto di fare un passo indietro?

Boschi si giustifica parlando di attenzione per il suo territorio, quando in realtà un deputato e in special modo un ministro dovrebbe rappresentare tutti gli italiani, ma è il ruolo del padre avuto in Banca Etruria che la pone in conflitto di interessi. Questo si ha anche quando un governante si muove o manifesta di muoversi in favore di famigliari o parenti. È come Berlusconi che cede ai figli rami di aziende: proprietà delle quali nei fatti non può disfarsi. Con Berlusconi poi non si tratta neanche di uscire da incarichi, e poi rientrare. Le sue imprese sono sempre lì.

Nei 20 anni di berlusconismo l’Italia è stata protagonista di un’anomalia europea. La condizione economica attuale del Paese può esserne una conseguenza?

Questo no, Berlusconi non c’entra. Per quanto grosso possa essere un conflitto di interessi, non può aver causato i problemi strutturali dell’economia italiana, un terreno troppo vasto perché possa incidere un gruppo di aziende. I guai del nostro Paese dipendono dal debito pubblico e dalle politiche economiche sbagliate di diversi governi.

In Italia il conflitto di interessi è visibile nel campo dei media, ma in quali altri ambiti alberga grazie alle relazioni trasversali e ambigue di ministri, governatori locali, grand commis?

Nei media è evidente nelle tivù in particolare. Ma poi è presente in tutti i contesti: alligna soprattutto nelle infrastrutture, e poi nell’immobiliare, nella finanza…

Perché personalità come Berlusconi non sono emerse nella Prima Repubblica?

Gli apparati dei partiti tradizionali e il percorso di formazione dei politici al loro interno rappresentavano un filtro. Casi plateali di imprenditori candidati a primo ministro non potevano verificarsi, sarebbero stati scartati da molto prima. Forza Italia ha avuto una genesi diversa.

Più simile a quella del Movimento 5 Stelle, per quanto diverso nello statuto e nella selezione, e di nuove sigle dell’anti-politica. La disgregazione dei partiti di massa favorisce il presentarsi di conflitti di interessi?

Può certamente favorire la possibilità che entrino in politica e poi si candidino a governare, senza essere fermati, soggetti che perseguono loro interessi di parte.

 

Foto in apertura di Christopher Anderson / Magnum Photos / Contrasto

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