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16 febbraio 2018

Cronaca di una disfatta annunciata

La generazione del "Rottamatore" volta le spalle al Pd e farà volare Movimento Cinque Stelle e Lega. Giovannini e Amadori spiegano perché l'appello alla ragionevolezza è destinato a fallire

Samuele Cafasso

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Era la generazione che doveva far volare il nuovo Pd di Matteo Renzi in nome della rottamazione, in nome di un Paese che ripartiva su base nuove e meritocratiche. È diventata la generazione che potrebbe affondare nelle urne il Partito Democratico e aprire le porte alle forze populiste, Movimento Cinque Stelle in primis, ma anche Lega Nord.

Secondo un sondaggio Ipsos realizzato per il Corriere della Sera a fine gennaio che assegnava al Pd un consenso pari al 22,7%, il partito soffre particolarmente nella fascia d’età 35-44, dove si ferma al 15%. Nella stessa fascia d’età, il Movimento Cinque Stelle è attestato al 36,5% (contro il 29,3% di media complessiva), la Lega Nord al 16,1% (13,7% di media complessiva). Se andasse alle urne solo questa generazione, le forze anti-sistema sarebbero in Italia sopra il 50%. Non è così perché le frenano il voto dei più anziani e, in parte, quello dei giovani, soprattutto under 25. Ma il peso dei giovani-adulti sarà comunque determinante, visto che stiamo parlando del 17,1% della popolazione italiana in età di voto. Certo, i sondaggi sono da prendere con le pinze, ma su questo tema i diversi istituti di ricerca sono abbastanza unanimi: il Barometro politico Demopolis per Otto e mezzo assegna al Movimento il 40% dei voti nella fascia d’età tra i 30 e i 44 anni. Roberto Weber (Ixé) ha scritto a gennaio che «Il Pd mostra scarsa penetrazione fra gli under 45, risale nelle due fasce successive e infine raccoglie oltre 1/3 dei votanti fra gli over 65».

 

La curva inversa della povertà

Non si capisce molto di cosa sta succedendo nel nostro Paese, e cosa succederà il 4 marzo, senza partire da qui. La generazione dei giovani-adulti, quelli che tradizionalmente costituiscono l’ossatura di una società perché tra loro si concentra il maggior numero di lavoratori e di famiglie con figli piccoli (il primo arriva sempre più tardi), per dirla con le parole del primo Beppe Grillo stanno per lanciare un gigantesco vaff al partito di governo, premiando allo stesso tempo non la destra moderata, ma le forze anti-sistema. Meglio un terremoto che andare avanti così, sembrano dire. «E d’altronde quando hai poco da perdere hai poca paura delle conseguenze», commenta Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat e ministro del Lavoro tra il 2013 e il 2014 nel governo Letta.

Oggi Giovannini è portavoce di Asvis, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, dove si occupa tra le altre cose di lotta alla povertà. Ed è guardando gli indici di povertà che, dice, si possono capire i perché del probabile voto di protesta che vedremo il 4 marzo. «Se guardiamo a come è cambiata nel corso degli anni la distribuzione della povertà per classi d’età, vediamo che 25 anni fa l’incidenza tra gli anziani era molto più alta che non tra i giovani. Oggi la situazione si è capovolta, non solo in Italia, a causa di una crisi che ha tolto certezza di reddito ai lavoratori, mentre i pensionati possono contare su un assegno fisso». I dati al 2016 ci dicono che l’incidenza di povertà assoluta tra gli over 65 è pari al 3,8%, mentre è dell’8,9% tra i 35 e i 44 anni, con una incidenza maggiore nelle famiglie con figli minorenni.

In questa fascia d’età, infatti, si è concentrata la maggior crisi occupazionale. Solo guardando ai dati del 2017, vediamo che tra i 35 e i 49 anni gli occupati sono calati del 2,1%. Secondo Giovannini, il voto anti-sistema avrà proporzioni di assoluta rilevanza «ad esempio tra chi era occupato nel settore delle costruzioni, che ha subito un tracollo fortissimo. Sappiamo che tra questi lavoratori l’istruzione è mediamente inferiore che in altri comparti: da una parte sono persone più soggette ai messaggi populisti, dall’altra la loro situazione è oggettivamente complicata perché è difficile la possibilità di re-impiego».

 

Populismo o disincantato pragmatismo?

Ma è davvero solo un’onda populista, o qualcosa di diverso? Secondo Alessandro Amadori, sondaggista, docente di comunicazione politica, «si tratta piuttosto di voto disincantato pragmatico. Ho solo carte brutte sotto gli occhi, se qualcuno mi propone un asso, perché non rischiare? Cosa ci perdo a dare fiducia ai Cinque Stelle, o alla Lega? O alla rinata Forza Italia, o al Potere al Popolo? È un voto con il portafoglio in mano, se con portafoglio intendiamo il bilancio della nostra vita. È pura applicazione della teoria dei giochi per cui conta il valore atteso delle nostre scelte, quanto potrei guadagnare e quanto perdere». Il secondo piatto della bilancia, come abbiamo visto, per molti pesa assai poco.

«In una era liquida come la nostra, catalogare il voto per fasce d’età, o classi di reddito, ha un valore relativo», mette le mani avanti Amadori. «E, tuttavia, io penso che chi va dai 30-35 anni fino ai 55, perché io allargherei il campo, soffre più di altri la pressione oggettiva di un sistema iniquo. C’è una classe media che produce Pil e che pensa che le regole applicate a loro per gli altri non valgano. Le faccio un esempio personale: ultimamente sono stato contattato diverse volte dall’Agenzia delle Entrate per sistemare piccole inadempienze, cosa che ho fatto da buon cittadino. Forse ho sbagliato io, forse loro, non conta. Ma poi esco dalla stazione ferroviaria e vedo un diffuso commercio privo di qualsiasi regolamentazione e nessuno che lo sanziona. Non ne faccio un discorso di uomini o donne, bianchi neri, alti bassi, magri o grassi», spiega ancora.

Secondo Amadori il Movimento Cinque Stelle «quando dice che tutti possono essere parlamentari con il voto online», o la Lega quando proclama «che le regole devono valere per tutti, e chi non ha i titoli per restare deve lasciare l’Italia», fanno scattare meccanismi di consenso simili: «Mettono al centro l’idea che tutti dovremmo avere le stesse carte, mentre in Italia oggi non è così». Di fronte a questo problema, conta poco presentarsi come “i responsabili”, o “quelli che non sfasceranno il Paese”, i latori di una proposta ragionevole: «Parlare di ragionevolezza significa dire all’elettore che è irragionevole. Ancora prima di iniziare a discutere. È un classico atteggiamento up-down che forse poteva funzionare quando il voto era retto da ideologie, o questioni di fede. Non per il voto d’opinione. La comunicazione assimetrica dà fastidio. Bisognerebbe smetterla di dividersi tra buoni e cattivi, stupidi e intelligenti e presentare delle opzioni agli elettori per uscire da una situazione giudicata insostenibile».

 

Foto in apertura  Martin Parr / Magnum Photos / Contrasto
Lago di Garda, 1999

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