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16 febbraio 2018

Il senso degli Xennial per il digitale

Sono giovani, ma non abbastanza per essere nati con internet e affini. E si ritrovano sempre più alle prese con cambiamenti tecnologici a cui faticano a stare dietro. Anche sul lavoro

Federico Gennari Santori

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Parlare di politica ai teenager sembra una missione impossibile, ma da qualche parte si deve pur cominciare. A farlo è stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha dato inizio a un ciclo di chiacchierate con alcune web star in diretta dal Quirinale. Al primo appuntamento, lo scorso 30 gennaio, erano presenti molti dei personaggi più seguiti in rete: i Jackal, l’ex vincitore di X-Factor Michele Bravi, la youtuber Sofia Viscardi. L’età media è ben più prossima ai 25 che ai 30 e tutti hanno meno di 32 anni. Oltre non si va.

Gli ultra quarantenni? Chiaramente non pervenuti, ma non solo. Resta fuori anche chi si è affacciato sul mondo del lavoro quando internet era già mainstream ed è nato a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80. Una generazione ibrida. Scissa nelle cosiddette generazioni X (1960-1980) e Y (1980-2000), o dei millennial. Legata, eppure slegata da entrambe. A cui un professore dell’università di Melbourne, Dan Woodman, ha recentemente affibbiato il nome – un po’ bastardo – di Xennials: né generazione X né millennial. Diciamo che se non potete fare a meno delle meraviglie tecnologiche del XXI secolo ma avete una potente, innata e malcelata nostalgia di quel breve pezzo di Novecento che avete vissuto, potete sentirvi chiamati in causa…

Gli Xennial sono i nati tra il 1977 e il 1983. Ascoltavano la musica col mangiacassette e ora hanno scoperto Spotify. Giocavano con il primo Game Boy e oggi corrono a comprare l’ultima PlayStation. Collezionavano schede telefoniche e adesso si videochiamano su WhatsApp. «Una generazione molto analogica e molto televisiva, che si è saputa adattare bene ai nuovi strumenti digitali, ma senza rinunciare del tutto alle sue passate abitudini», ci dice Giovanni Boccia Artieri, docente di Sociologia dei Media Digitali all’università di Urbino. Il 45% degli utenti italiani di Facebook ha un’età compresa tra i 25 e i 45 anni, mentre il 53% ne ha più di 35. Secondo una ricerca di Gfk, sono proprio i trentenni i cittadini più dipendenti da dispositivi tecnologici come smartphone e pc. E per Intel Security i quarantenni sono i meno capaci di staccarsi da internet durante le vacanze. «Sì, sui social network sono molto presenti ma perlopiù silenti, un po’ come se guardassero la tv. È un utilizzo essenzialmente ludico oppure funzionale, quindi limitato a determinate operazioni».

 

Questione di identità

La differenza sostanziale tra uno Xennial e un under 30 è la percezione della loro identità online. «Quando in Italia è arrivato Facebook, gli Xennial avevano l’età in cui la propria identità sociale è già più o meno consolidata: non hanno dovuto costruirsene una anche attraverso il web». Non hanno nemmeno condiviso con i più giovani l’entusiasmo per l’arrivo dei nuovi media, che hanno scoperto più tardi, quando si erano già affermati, per poi essere seguiti dalle generazioni ancora precedenti. Anzi, prosegue Boccia Artieri, «per farli propri, la generazione X e gli Xennial hanno trasferito su di essi il loro linguaggio, fortemente influenzato dalla televisione: molto diretto e con una forte componente di spettacolarizzazione». Cosa che, in effetti, possiamo vedere da come negli anni è cambiato – per non dire involuto – il dibattito in rete. Spesso le cattive pratiche nascono dalla tendenza a non prendere sul serio la propria identità online e «potrebbe valere per un buon numero di Xennial, i quali inevitabilmente vedono reale e virtuale ancora come due dimensioni non totalmente sovrapponibili».

Un altro aspetto da considerare è che gli Xennials si trovano schiacciati tra ventenni più competenti e cinquanta-sessantenni al comando. «La maggior parte dei quasi e degli appena quarantenni si sente in qualche modo tagliata fuori», commenta Boccia Artieri. «Questo ha generato in loro una maggiore attenzione al tempo libero rispetto alla generazione X e un forte sentimento di rancore, che trovano anche in internet una valvola di sfogo». Parole che nell’era della post-verità non cadono nel vuoto. Perché il falso e gli sproloqui che quotidianamente osserviamo in rete sono il frutto dei cosiddetti “fabbricatori dell’odio” ma anche da un mix letale di frustrazione e scarsa educazione digitale.

Considerando che i trenta-quarantenni rappresentano circa la metà degli utilizzatori di internet in Italia, se volessimo fare una battutaccia potremmo dire che sono proprio loro una delle principali cause di fake news e hate speech che inondano il web. Di base, «le modalità di fruizione tipiche dei trenta-quarantenni fanno sì che scarseggi l’interesse ad approfondire l’utilizzo degli strumenti digitali e a comprenderne certi meccanismi, con effetti importanti sull’attuale mercato del lavoro», conclude Boccia Artieri.

 

Il lavoro che (non) c’è

Ma c’è anche un altro aspetto. La differenza tra i trenta-quarantenni e i più giovani nel rapporto con le tecnologie digitali nasce da come si sono avvicinati a queste ultime, spiega Alessandro Braga, 41 anni, responsabile dell’area digital di Talent Garden e formatore della Tag Innovation School. «Siamo passati da un sistema in cui il business forniva le tecnologie alle persone a uno completamente inverso, in cui le persone utilizzano in prima persona le tecnologie per fare business». È questa la transizione in cui i nati tra gli anni ‘70 e ‘80 oggi si trovano in difficoltà, perché molti hanno introdotto nuovi dispositivi e servizi nelle loro vite ma non hanno capito come utilizzarli sul lavoro.

«L’Italia è un Paese fortemente manifatturiero. Chi ha lavorato in fabbrica, per esempio, non ha mai visto la tecnologia in azienda. Ecco perché i Paesi scandinavi, che si sono spostati sui servizi molto prima, oggi sono molto più avanti». L’economia e il lavoro stesso hanno influito sulla diffusione delle nuove tecnologie nella popolazione. E se tutti i trenta-quarantenni, Xennial in primis, hanno instaurato con esse un ottimo rapporto individuale, diverso è quando si tratta di lavoro. «Diciamolo: molti hanno paura di certe cose ed è normale che sia così, perché significa rinunciare a pezzo delle proprie certezze e, in certi casi, del proprio potere», afferma Braga. Oltretutto, ad avere maggiori difficoltà è proprio chi ricopre posizioni migliori e ha raggiunto un maggiore benessere. Che, paradossalmente, è anche chi è più esposto a rischi. «In Italia domina lo spirito del good enough: hai la casa, una macchina e ti senti bene. Poi nell’ultimo rapporto del World Economic Forum l’Italia è uno dei Paesi con il più alto rischio di cancellazione di posti di lavoro: il 48%».

Ma, chiarisce, «il problema è soprattutto psicologico, motivazionale, non anagrafico. A volte parli con l’amministratore delegato di una banca e ti sembra di parlare con un ventenne. Poi parli con un dipendente di quarant’anni e davanti hai il vuoto», prosegue. La transizione digitale non si può fermare, si tratta di capire come sfruttarla a proprio favore e di aprire gli occhi. E non si pensi che i giovani sono sempre migliori. «Spesso hanno il problema opposto: usano la tecnologia in modo prescrittivo, hanno difficoltà a pensare fuori dagli schemi del software. Classificare le persone in base agli anni è come attaccargli delle etichette. Che è lo stesso motivo per cui molte le aziende pensano di risolvere un problema legato all’innovazione aprendo una posizione per assumere un “tecnico” e basta. Al contrario, devono capire come sfruttare al meglio le risorse che già hanno e, soprattutto, motivarle a cambiare». Perché tutti possono imparare.

 

L’importante è crederci

«Insegnando, ho seppellito quasi  tutti i pregiudizi che avevo nei confronti degli over 40. Perché quella verso l’apprendimento è pura predisposizione», dice a pagina99 Federico Sbandi, quasi 28 anni, direttore della Digital Combat Academy. «Una persona a cui il mondo professionale si è rivoltato sotto le scarpe resta comunque un lavoratore: ha già abituato la sua mente ad apprendere, anche se con un altro ritmo, magari più lento». Del resto, molte professioni che oggi definiremmo “tradizionali” risultano propedeutiche a un’evoluzione digitale. Per esempio, «un ex giornalista, che ha fatto della semantica e della sintassi i suoi punti di forza può apprendere i fondamenti della SEO [Search Engine Optimization, tecniche per la rintracciabilità sui motori di ricerca, ndr] più facilmente rispetto a qualunque studente universitario non abituato alla scrittura».

Resta il problema di come inserirsi in un mercato del lavoro completamente nuovo avendo un’età già avanzata, che spesso esclude a priori delle opportunità. «Credo che si debba fare in modo strategico», continua Sbandi. «Tempo fa ho avuto una studentessa di 52 anni, Stefania, che ha consolidato le proprie competenze in social media e pubblicità online. Con intelligenza, lei ha attaccato direttamente piccole imprese locali», realtà che possono trovarsi molto più a proprio agio lavorando con un coetaneo. «Un cinquantenne formato sa come spiegare concetti complessi in modo semplice, perché lui stesso ha dovuto rimettere in discussione le fondamenta del proprio lavoro. Un ragazzo invece rischia di dare infinite cose per scontate». Si tratta di prendere le proprie competenze e integrarle, anziché ribaltarle.

Insomma, qualche differenza ci sarà sempre e probabilmente il più bravo di tutti sarà sempre più giovane. Ma c’è speranza. Se un over 50 può imparare, uno Xennial può fare anche di più. L’importante è non abbattersi, non considerarsi già vecchi e, soprattutto, non guardare con sospetto o con sfiducia tutto ciò che è più nuovo e complesso. Se proprio vogliamo usare etichette, oggi dovremmo parlare di un’unica generazione: la generazione C, nel senso di “connessa”. Da cui, qualunque sia la tua età, o sei fuori o sei dentro.

 

Foto in apertura  Martin Parr / Magnum Photos / Contrasto
Roma, 1997

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