Seguici anche su

16 febbraio 2018

Cosa resterà dei nati negli anni 80

Doveva essere classe dirigente, si ritrova schiacciata tra crisi e gerontocrazia. La generazione dei trenta-quarantenni è quella che ha pagato di più, nell'assenza della politica. Partire o resistere?

Gabriella Colarusso

 Vai al sommario

Nei giorni scorsi, mentre Silvio Berlusconi barcollava da un palco all’altro promettendo l’abolizione di tasse che non esistono più (Irpeg) e Salvini e Meloni dibattevano di caccia ai neri e superiorità razziali, mentre Di Maio era alle prese con lo scandalo deflagrato dal partito senza scandali e Renzi con improbabili paragoni tra il capo dei 5 Stelle e Bettino Craxi, in Rete è diventato virale un post di Ciccio Rigoli dal titolo molto eloquente: Come hanno fottuto i trenta/quarantenni. Decine di commenti, centinaia di condivisioni, migliaia di visualizzazioni rimaste però sottotraccia…

Leggi l'articolo per 0,10 €

PAGA CON
Paga con Tinaba

C’è stato un tempo in cui se ne parlava, persino, di quella lotta di classe generazionale al contrario che ha scaricato sui nati negli Ottanta il peso dei debiti e del futuro. Ora la politica non la strumentalizza nemmeno più, passata senza grossi danni la fase della rottamazione il divario tra l’Italia che ha avuto molto – lavoro, sicurezza, reddito, welfare – (a proposito, buon compleanno Sessantottini) e quella che rischia di non avere niente è scomparso dall’agenda dei partiti. Eppure è la rossa linea di frizione che attraversa la nostra società, un conflitto combattuto tutti i giorni e con molti danni, in un Paese in cui la rendita e i patrimoni sopravanzano e di molto i redditi di lavoro.

 

Generazione di mezzo 

Generazione perduta, la definì qualche anno fa Mario Monti, quella per cui si potevano al massimo limitare i danni, quella dei trenta/quarantenni. Eccesso di pessimismo, certo. Se si pensa all’Italia dei Christian Greco, direttore del Museo Egizio a soli 39 anni, o a quella delle decine di manager, fondatori di aziende, fotografi o giovani architetti che conquistano riconoscimenti e spazi nazionali e internazionali, si fa fatica ad accettare la retorica della lamentazione.

Un esempio non esaustivo ma di un certo significato: l’indagine “La voce delle startup” realizzata su oltre 300 imprese innovative dice che per la maggior parte sono state fondate e vengono portate avanti da persone tra i 25 e i 45 anni, che son aumentati gli startupper tra i 30 e i 39 anni, che nella maggior parte dei casi sono almeno laureati se non hanno anche un post-laurea, un master o un dottorato.

Ma esiste l’altro lato della medaglia e non si può far finta di non vederlo. I  numeri più ampi non fanno eccezioni: la generazione dei 35-45enni è quella che più di tutte ha pagato il conto della crisi, in un Paese già sbilanciato a favore dei più anziani, e sempre più vecchio. Non più giovane abbastanza da rientrare nelle attenzioni dei governi e nelle politiche per il lavoro; non tanto anziana da poter godere delle ricadute della riforma Fornero.

Gli ultimi dati Istat lo dicono chiaramente. Nel 2017 si contano 234 mila occupati in meno tra i 25 e i 49 anni, ma tra i 35 e i 49 anni la riduzione del numero degli occupati resta anche al netto dei cambiamenti demografici. In un anno, nella fascia di età tra i 35 anni e i 49, gli occupati sono diminuiti del 2,1%. E in questa terra di mezzo non esistono incentivi, bonus, sgravi o politiche del lavoro ad hoc.

«Dal punto di vista quantitativo il dato è chiaro: mentre la fascia degli over 50 ha beneficiato della riforma Fornero, quella dei 35-49 ha subito di più in termini di occupazione, almeno nell’ultimo anno, e non c’è un sistema di incentivi che possa aiutare questo tipo persone», ci dice Francesco Seghezzi, direttore del centro studi sul lavoro Adapt.

«Se un lavoratore di 40-42 anni perde un lavoro si trova in difficoltà nel ritrovarlo perché non è più in una fascia d’età vicina al periodo di formazione, ha competenze probabilmente che sono già troppo vecchie, magari l’impresa in cui ha lavorato prima non l’ha formato e fatica a recuperare». Ma c’è anche l’effetto inverso: troppo qualificati per quello che offre il mercato del lavoro italiano. Dal 2008 al 2016 c’è stato un esodo silenzioso: gli expat quarantenni o quasi cinquantenni sono raddoppiati, da 7.700 a 14 mila: la maggior parte di loro sono laureati, professionisti, medici, manager, ingegneri, diretti in Cina o a Dubai. «È la nuova normalità», commentò la Cna presentando la ricerca nell’aprile 2017. Più del 39% dei 124 mila italiani che sono emigrati nel 2016 ha tra i 18 e 34 anni, ma un quarto rientra nella fascia di età 35-49 e questa nuova emigrazione è aumentata del 12,5% in un solo anno, dal 2015 al 2016.

 

Il tetto di vetro della gerontocrazia

Per chi resta la strada è tutta in salita; nel mondo dell’impresa, delle professioni, dell’industria creativa o in quella finanziaria, la nostra classe dirigente è tra le più anziane d’Europa. Un po’ di tempo fa, era il 2008, Manager Italia confrontò l’età media dei dirigenti dei diversi Paesi europei rilevando come quella dei dirigenti italiani (che allora era di 47 anni e oggi è persino salita a 49) fosse la più alta del continente; in Francia – per non andare troppo lontano – è 44 anni, in Belgio 43.

Carlo Carboni, economista dell’Università delle Marche e uno dei massimi studiosi delle élite in Italia, ha calcolato sul Sole 24 ore che il divario generazionale, «nel 2004 rappresentabile con un’asticella a 1 metro, facile da scavalcare per un giovane di 24 anni, nel 2017 si è alzato a 1,83, una misura riservata a un salto giovane e atletico, ma nel 2030 sarà 2,70, un’altezza impossibile da oltrepassare senza ultrapoteri».

Carboni è anche uno degli autori del rapporto “Generare Classe dirigente”, l’ultimo che ha fotografato il peso degli over 70 sulla classe dirigente italiana: nel sindacato, per esempio, questa fascia di età costituisce il 60% del totale; in Gran Bretagna è il 40%. Quasi la metà dei nostri diplomatici, poi, dati al 2016, ha più di 70 anni. Paradossalmente, il settore in cui è avvenuto un vero ricambio generazionale è proprio la politica. Se a questo si aggiungono i dati su ricchezza e patrimonio, il quadro è chiaro: le famiglie che rientrano in una fascia di età 51-65, raccontano le indagini di Bankitalia, hanno più di due volte il patrimonio di quelle tra i 31 e i 40 anni.

La generazione che dovrebbe oggi prepararsi a essere o essere già classe dirigente, insomma, come accade in Asia, in America Latina o in altri Paesi d’Europa, si trova schiacciata tra decenni di politiche pubbliche sbilanciate a favore degli over 50 e gli effetti ancora non sopiti della crisi. Con quali conseguenze per il futuro del Paese?

«Sicuramente ci sono ricadute in termini di welfare, di ammortizzatori sociali e poi di sostegno al reddito di certe persone», dice Seghezzi. «L’altra conseguenza è sui consumi e poi soprattutto sulla natalità: il ricambio generazionale sarà complicato se oggi i quarantenni sono in difficoltà nel mantenere la famiglia o fare altri figli».

Seghezzi rifiuta la narrativa della generazione perduta, dice, perché le difficoltà che questa affronta «non stanno a significare che non ci siano trenta/quarantenni oggi parte della classe dirigente», ma certo i numeri invitano a una svolta. «Le opportunità occupazionali sono minori rispetto a quelle che c’erano prima. Perché non c’è solo l’aspetto numerico, della quantità di occupati, ma anche quello della qualità del lavoro e del reddito. Sicuramente la situazione è più complessa di quella dei loro genitori, ma bisogna mettersi in gioco ed essere protagonisti di un nuovo mercato del lavoro». Farlo in proprio, farlo meglio.

 

Foto in apertura  Martin Parr / Magnum Photos / Contrasto
Alberobello, 1997

Altri articoli che potrebbero interessarti