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16 febbraio 2018

Chinese dream

La generazione «più importante del pianeta», copyright Goldman Sachs, vive a Pechino. Dove il vecchio sogno americano ha trovato nuova linfa. E i millennial stanno rivoluzionando l'economia

Cecilia Attanasio Ghezzi

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Cerchiamo di vedere il mondo da un’altra angolazione. Globalmente, i miliardari che hanno meno di 40 anni e che non potevano contare su patrimoni di partenza sono solo 47.  Di questi, 20 sono statunitensi e 18 cinesi. Ma se si guarda alla ricchezza in una prospettiva temporale, sappiamo che il sorpasso è vicino. Nel 2016 per la prima volta il numero di miliardari cinesi è stato maggiore di quello americano (568 vs 535) e Pechino ha superato New York per numero di coloro che l’hanno scelta per abitarci. I dati di Hurun, il Forbes cinese, oltre a raccontarci la storia di un sorpasso epocale, evidenziano come la Cina abbia fatto suo l’elemento fondativo del sogno americano: il «self made man», l’uomo che è capace di costruire il suo impero dal niente. Due terzi dei paperoni cinesi corrispondono a questo profilo…

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Mobilità sociale e innovazione a braccetto

La mobilità sociale, dunque, è tutta concentrata ad Oriente tanto che, a fine 2015, la Cina ha strappato agli Stati Uniti un altro importante primato: quello di avere la classe media più numerosa. Cento e nove milioni di cittadini contro 92. In un Paese ancora giovane. Ci sono sono circa 415 milioni di cinesi tra i 13 e i 40 anni. E vivono in un contesto in cui la ricchezza è quintuplicata dall’inizio del secolo. Oggi nella Repubblica popolare sono concentrate un quinto della popolazione e il dieci per cento della ricchezza dell’intero globo. Sembra proprio che il baricentro del mondo stia cambiando. E con esso la possibilità di fare innovazione. Se nel 2010, quasi ogni “unicorno” – cioè una start up valutata sopra a un miliardo di dollari – che entrava sul mercato era statunitense o europeo, oggi uno su tre è cinese.

L’ultimo rapporto del Boston Consulting Group fotografa una nuova realtà che si va imponendo a ritmi sostenuti. E la velocità è uno degli aspetti fondamentali delle «caratteristiche cinesi», ovvero quelle peculiarità che hanno trasformato il socialismo di Stato in una (dubbia) economia di mercato che si fa (discusso) alfiere della globalizzazione. Per il resto è questione di numeri. La Repubblica popolare ormai ospita oltre 750 milioni di internauti, più di quelli statunitensi e indiani messi insieme, e il volume dei pagamenti da mobile è quadruplicato solo nell’ultimo anno arrivando 8.600 miliardi di dollari contro i 112 americani. E sì che la maggior parte del popolo cinese è approdato allo smartphone senza quasi passare dalla navigazione internet su pc. I 98 unicorni cinesi, valgono 350 miliardi di dollari. E se hanno iniziato replicando idee e modelli della Silicon Valley, oggi la sfidano in diversi campi.

 

Non è solo questione di numeri

La rapidità con cui le aziende innovative penetrano il mercato cinese non ha pari e le radici alla base del loro successo sono le stesse che hanno trasformato la Repubblica popolare nella seconda economia del mondo. Innanzitutto il territorio è cosi vasto e la popolazione così numerosa da permettere un’economia di scala senza nemmeno dover pensare di espandersi all’estero. Inoltre la cultura, le infrastrutture e le politiche sono relativamente omogenee. Pensate, per averne un’idea, a un’Europa che parli la stessa lingua e sia soggetta a uno stesso ordinamento. La classe medio-alta cinese, poi, è più giovane e vogliosa di sperimentare tecnologie del suo corrispettivo occidentale. L’Economist ha fatto un esempio calzante: se il tipico acquirente di autovetture Audi in Germania ha superato i 50 aanni, in Cina ne ha appena30.

C’è poi un elemento tutto cinese. Decenni di immobilismo guidato da aziende di Stato che servivano gli interessi politici senza curarsi di quelli dei cittadini hanno contribuito all’entusiasmo dei novelli consumatori per ogni azienda innovativa che li mettesse al primo posto. Secondo diversi analisti di mercato, gli imprenditori dell’internet cinese, hanno aiutato in modo indiscutibile, la transizione (in parte ancora in corso) dall’economia di mercato a quella dei servizi. Dal Made in China al Created in China, come ama sottolineare la leadership. E sono i millennial i protagonisti di questo cambiamento. Giovani adulti sempre più educati, indipendenti e curiosi del mondo che sta al di fuori della grande muraglia. E con una capacità di spesa impensabile per le generazioni che li hanno preceduti. Le statistiche ci insegnano che i cinesi inseribili in questa fascia d’età, hanno un reddito superiore ai 5 mila euro l’anno che si prevede crescerà fino a 13 mila nei prossimi dieci anni per un totale che, nel suo insieme, arriverà a sfiorare i 3 mila miliardi.

Quasi tutti (il 97 per cento) sono in possesso di uno smartphone che controllano in media 100 volte al giorno. Sono sempre connessi: amicizie, attività e divertimenti sono legati alla rete. Tanto che per loro si è già coniato il neologismo della zhai economy, ovvero «l’economia pantofolaia». Più della metà di loro guarda video per almeno un’ora al giorno, il 40 per cento gioca ai videogiochi. Secondo il gruppo di ricerca del gigante dell’ecommerce Alibaba, più della metà degli intervistati è disposto a pagare per la propria attività online: che sia guardare film, giocare ai videogiochi o leggere ebook.

n ogni caso trascorrono in rete quasi tutta la giornata: si scambiano contenuti e messaggi con gli amici, lavorano e fanno shopping. Inoltre, a differenza di chi li ha preceduti, sono disposti a pagare di più per la qualità perché la riconoscono. Probabilmente nei prossimi anni saranno loro a trainare i consumi globali, perché il contesto e il numero li favorisce rispetto ai coetanei occidentali. Non è un caso che Goldman Sachs li abbia già definiti «il segmento demografico più importante del pianeta».

 

Foto in apertura: Martin Parr / Magnum Photos / Contrasto
Riva del Garda, 1999

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