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16 febbraio 2018

I giovani africani alla conquista del mondo

Figli del collasso del sistema scolastico, sono convinti che emigrare sia un diritto inalienabile. Un estratto de “La globalizzazione difficile” (2018, Mondadori Education) del viceministro Mario Giro

Mario Giro

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Com’è noto, la maggioranza dei giovani vive nei paesi poveri ed è povera. Cosa fa questa maggioranza? Lavora, soprattutto in Asia. L’età media di un giovane cinese che inizia a lavorare è di 20 anni, l’orario settimanale di 48 ore ma un terzo di essi lavora più di 50, e sale nelle aree rurali fino a 53 ore. Così anche in America Latina, in particolare nell’agricoltura. Molto spesso si inizia a lavorare da bambini.

Sono pochi, meno del 20%, quelli che studiano. In Africa, il continente più giovane del mondo, rappresentano la schiacciante maggioranza. Il controllo degli adulti, una volta asfissiante, vacilla ma non per le ragazze la cui esistenza è ancora condizionata  dagli «anziani» in tutte le scelte della vita.

All’età di vent’anni oltre la metà delle ragazze africane è già madre, non per «errore», come capita altrove, ma perché fare figli è considerato dalle famiglie un dovere e una forma di investimento. D’altronde il 40% delle famiglie africane è retto da una donna sola. Questo è uno dei fattori che spiega perché molti scelgono di tentare la fortuna fuori dall’ambiente familiare, lasciando i villaggi per le città, cercando di emigrare o facendosi trascinare in avventure violente e di ribellione. La maggioranza si accalca nelle bidonvilles e nei quartieri delle grandi agglomerazioni in cerca di fortuna.

 

Emigrare a qualsiasi costo

Globalmente la vita del giovane africano urbanizzato è condizionata dalla fragilità della famiglia e dalla fine dei sistemi tradizionali di protezione – che tuttavia restano autoritari –, dalla mancanza di lavoro, dal rischio di ammalarsi, dal desiderio di emigrare e dal dispotismo delle istituzioni. La stragrande maggioranza è convinta che emigrare per assicurarsi un futuro migliore sia un diritto inalienabile. Due terzi dicono che lo faranno certamente appena organizzati; uno su sette dichiara che per raggiungere un paese più ricco metterebbe volentieri a rischio la propria vita. L’HIV/AIDS è la prima causa di morte tra i giovani africani (soprattutto ragazze), seguito dalla violenza.

Nei paesi in via di sviluppo la globalizzazione ha cambiato il quadro di riferimento: una cultura competitiva e materialistica si sta affermando  fortemente tra i giovani urbanizzati. La ricerca del proprio interesse ad ogni costo è molto forte. La spinta ad emigrare va anche letta come una conseguenza di questa situazione e non solo perché è caduta ogni speranza nel futuro del proprio paese. Sui giovani si scarica il peso e la «fretta» di riuscire a carpire qualche briciola dello sviluppo globale. I rari adulti presenti li pressano.

È il senso pessimistico della nota lettera di Yaguine e Fodé, due adolescenti guineani morti nel carrello di atterraggio di un aereo nel tentativo di emigrare. Sentendosi «maledetti» nella propria terra, i giovani africani, in genere più istruiti dei loro genitori, mettono in atto ogni possibile espediente per farcela. La vita è violenta e ogni cosa va conquistata in un ambiente in cui l’insicurezza rende tutto molto competitivo e i giovani imparano ad essere aggressivi.

Tale competitività supera i restanti legami familiari e di amicizia e può far calare il livello etico generale: tutto è messo in vendita, niente è gratuito. Per il giovane africano ogni opportunità individuale che si presenta (non importa se legale o morale) è buona per uscirne. Il mito dell’africano religioso e legato a famiglie allargate svanisce davanti alla penetrazione traumatica dei valori della concorrenza globale, che nelle grandi città africane assume spesso i contorni della lotta per la sopravvivenza. Il «si salvi chi può» e il «ci si salva da sé» rappresentano una mentalità molto forte, gridata ad ogni angolo ed ogni giorno. Se non ne sai cogliere le opportunità, sei definito un perdente o un pazzo.

 

Una rivoluzione antropologica

Proliferano per tali ragioni anche sètte e Chiese del risveglio che predicano la teologia della prosperità: per portare ordine nell’universo morale e materiale caotico dell’Africa, viene proposta una nuova forma di autostima e nuovi modi di condotta davanti al fallimento di quelli tradizionali. Si cerca di reinventare il passato, superando una storia africana fatta di magia e soggezione ma anche di solidarietà. La questione della salvezza
individuale è legata alla demonizzazione del passato e del diverso, ma soprattutto alla riuscita sociale, al successo e alla prosperità individuale. All’interno della nuova classe media africana crescono gli adepti di tale versione del cristianesimo pentecostale.

In Africa, come altrove, sta avvenendo una rivoluzione antropologica. A differenza degli adulti, i giovani del continente sono più indipendenti, intraprendenti, più pronti all’avventura e – di conseguenza – anche più soli. Le vecchie generazioni africane pensavano (e pensano) che le cose si dovessero fare insieme, come tribù, etnia o almeno classe di età. L’unità africana fu il sogno di tale generazione ora invecchiata. Le delusioni prima, e la globalizzazione poi, hanno mutato tale orientamento: ora anche in Africa il primo posto è dato al destino individuale.

Se oggi gli adulti non si fidano più dei politici che li hanno delusi, i giovani africani non si fidano più della politica stessa, nemmeno dei sogni incompiuti dei loro genitori. I sogni svaniti del riscatto del mondo nero, il valore di ubuntu (io sono perché noi siamo) o il Soleil des indépendances, le altre ideologie panafricane: tutto un mondo che ormai scompare.

Simili ai loro coetanei degli altri continenti, i giovani africani non amano più né credono al destino collettivo, come facevano i loro genitori. Non pensano ad avventure comuni, se non quelle che li vedono risucchiati da qualche «signore della guerra». Molti conflitti africani sono nati a causa delle numerose braccia giovani non prese a giornata. In maggioranza i giovani africani cercano il benessere individuale, come tutti. L’alternativa dell’emigrazione, valutata dalla parte della società africana, è cosa diversa dall’allarme che provoca in Europa.

 

Il rapporto ambivalente con l’Occidente

È una ricerca di futuro, buttandosi in terribili traversate senza ritorno a prezzo della vita. Ma è anche un’impresa pionieristica, un’avventura. Tra questi giovani è diminuito, o si è laicizzato, l’amore per la propria terra: sanno che nella globalità devono cavarsela da soli e per arrivare a tale risultato, una terra vale l’altra. Il rapporto dei giovani africani con l’Europa e l’Occidente è ambivalente: odio e amore. Sebbene parlino le maggiori lingue europee e siano stati istruiti nella cultura europea, ci sono forti impulsi di rifiuto per quello che viene dall’Europa, considerata come una matrigna che non ha mai fatto il bene dell’Africa, che l’ha sfruttata e oggi rende così difficile l’accesso al visto e all’emigrazione. Non si tratta solo di vecchio orgoglio panafricano ideologico, quello dei padri: per i figli c’è una forte delusione che si fa aggressiva.

Talvolta tali giovani si rivoltano, come accadde nelle manifestazioni antifrancesi di Abidjan, durante la crisi 2000-2010, si ribellano contro la generazione più vecchia (gli «anziani») o contro l’Europa. Sono i giovani delle bidonvilles e degli slums, senza alternative, senza diritti, senza famiglia, clan o etnia, allontanati dalla società che conta. Possono essere preda per ogni avventura. Uno dei motivi ricorrenti è la collera contro lo Stato e i «potenti» che, mentre mandano i loro figli nelle scuole all’estero, hanno abbandonato i giovani poveri lasciando andare in rovina le strutture scolastiche ed educative, non hanno pagato bene gli insegnanti rurali, non hanno costruito gli edifici scolastici né le strade per raggiungerli.

La fine del sistema scolastico-educativo in Africa – dovuto alla corruzione ma anche all’aggiustamento strutturale – è all’origine di molta rabbia. Come altrove, la crisi dell’immagine dell’educatore, così autorevole nell’Africa indipendente, rappresenta la fine di un mito e di un principio di autorità. È sufficiente leggere i romanzi della prima generazione di scrittori africani dopo l’indipendenza, per rendersi conto chi era l’instituteur o il teacher. Julius Nyerere, il padre della Tanzania, si fece chiamare mwalimu (maestro in lingua swahili), tutta la vita.

 

*Mario Giro è viceministro degli Affari Esteri nell’attuale governo

Foto in apertura Martin Parr / Magnum Photos / Contrasto
Milano, 1989

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