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9 febbraio 2018

Il potere al popolo (elvetico)

In Svizzera la democrazia diretta è una realtà. Grazie anche a un libretto rosso. E il politologo Nenad Stojanovic dice che può funzionare altrove: «Non fatevi spaventare dal populismo»

Samuele Cafasso

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E se la soluzione fosse più democrazia, anziché meno? Ai nostri confini settentrionali, ci sono cittadini che votano mediamente quattro volte all’anno, su circa 15 questioni diverse. La Confederazione elvetica è, ad oggi, il modello più avanzato che esista di democrazia diretta. Il voto popolare riguarda i temi più disparati: trasporti, tasse, immigrazione, lavoro, adesione a trattati e associazioni internazionali. Dal 1848 solo le votazioni federali sono state oltre 600, cui poi aggiungere quelle cantonali e comunali.

Negli ultimi anni, tra i referendum più discussi c’è stato quello sulle quote per gli ingressi degli immigrati (promosso) o quello sul salario minimo garantito (bocciato). Ma gli svizzeri hanno votato anche su proposte più strambe, come il divieto di costruire minareti, e nei prossimi anni è previsto che si esprimano sull’allungamento del congedo di paternità pagato a 20 giorni, sul divieto di indossare il burqa, sul consenso presunto di donazione degli organi che prevede la possibilità di espianto per tutti quelli che non l’abbiano esplicitamente esclusa. E molto altro ancora…

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Rischio populismo

Secondo alcuni critici, il modello svizzero è legato indissolubilmente alle peculiarità della Confederazione: gli svizzeri sono un popolo poco numeroso, tradizionalmente diffidente verso le autorità centrali e vivono in un Paese in cui povertà e disoccupazione sono poco diffuse. In un’intervista concessa ai media austriaci lo scorso dicembre, il consigliere federale per gli Esteri (cioè il ministro) Ignazio Cassis ha dichiarato che «la democrazia diretta non è un gioco da ragazzi» e che il modello svizzero «non può essere cambiato dall’oggi al domani», ha richiesto secoli per essere implementato e non può essere tanto facilmente trasposto altrove.

Il rischio, ha spiegato a chi gli chiedeva la possibilità per gli austriaci di adattare alcune soluzioni al proprio quadro istituzionale, è quello di moltiplicare casi simili alla Brexit, ovvero spinte populiste che non riescono poi a tradursi in coerenti percorsi politici a vantaggio dei cittadini. Eppure non tutti la pensano così. Secondo Nenad Stojanovic «il modello svizzero e la democrazia diretta in generale è esportabile così come la democrazia rappresentativa è stata esportata dagli Usa verso la Francia, la Germania e poi in altri Paesi ancora. Non c’è niente di intrinseco che non le permetta di essere utilizzata altrove. Negli altri Paesi c’è una paura della democrazia diretta, si teme che sia un po’ come aprire le porte al populismo, le scelte di pancia, ma è una paura esagerata».

 

Più democrazia

Stojanovic, nato a Sarajevo nel 1976, politologo, membro del Partito socialista, ha insegnato scienze politiche a Zurigo (dal 2006), Sarajevo (2009), Friburgo (2010), Losanna (2011-2012, 2014), Ginevra (2012, 2014), Lucerna (2013, 2015). È stato promotore di una iniziativa che la dice lunga su come la pensi: nel febbraio del 2014 il popolo svizzero ha approvato a stretta maggioranza un referendum «contro l’immigrazione di massa» che prevede in Costituzione le quote di ingressi annuali e il contingentamento. Tuttavia, poiché una applicazione alla lettera di tale norma avrebbe causato la fine degli accordi bilaterali con l’Ue, il parlamento ha varato una modifica della legge sull’immigrazione che stringe un po’ le maglie, ma senza vere e proprie quote. Stojanovic allora, che pure è contrario alle quote, ha promosso – senza però riuscire a raccogliere le firme necessarie – un referendum sulla legge in modo da «ristabilire la fiducia nelle istituzioni» e «il principio di legittimità delle decisioni politiche»: soltanto l’avallo del popolo, a suo avviso, poteva legittimare un’applicazione solo parziale del principio inserito in Costituzione.

«Se è vero che le democrazie oggi sono in crisi, e mi riferisco soprattutto al ruolo dei partiti tradizionali, allora le risposte possibili sono due. Una è dire che la crisi è dovuta al fatto che i risultati raggiunti dalle democrazie non sono soddisfacenti, che i partiti sono corrotti, e che allora bisogna fare largo ai governi tecnici. Una risposta alla crisi della democrazia è, quindi, avere meno democrazia. O, per dirla diversamente, una democrazia elitaria: la tesi di Jason Brennan, sostenuta nel libro Against democracy. L’altra risposta è il contrario. Cioè che serve più democrazia, dando più possibilità ai cittadini e alle cittadine di co-decidere. Di qui il ricorso alla democrazia diretta. Io personalmente sono dell’avviso che sarebbe molto pericoloso andare nella prima direzione: la democrazia ha tutti i difetti di questo mondo ma, per citare il famoso detto, tutti gli altri sistemi politici si sono rivelati ben peggiori».

 

Come funziona

In Svizzera sono tre le vie principali attraverso cui i cittadini possono esprimersi. Innanzitutto i referendum sono obbligatori per le modifiche della Costituzione votate dal parlamento e in caso di adesione ad alcuni organismi internazionali. Ci sono poi i referendum facoltativi che i cittadini possono chiedere sulle leggi approvate dall’assemblea federale raccogliendo 50 mila firme entro 100 giorni dalla pubblicazione della legge stessa. Il meccanismo sicuramente più interessante, però, è quello dell’iniziativa popolare che permette ai cittadini di proporre una modifica o estensione della Costituzione raccogliendo 100 mila firme (circa il 2% dell’elettorato attivo) in 18 mesi.

Le autorità, governo e parlamento, hanno l’obbligo di esaminare la proposta e se danno parere negativo possono presentare un controprogetto all’iniziativa, che verrà così votato dalla popolazione (ma anche dai Cantoni) insieme all’iniziativa popolare. Una volta che la proposta o la controproposta è stata approvata tramite referendum dal popolo, spetta al Parlamento tramutarla concretamente in legge. «Il sistema è complesso ma tale complessità dimostra che c’è un gioco di ruoli tra popolo, parlamento e governo e tutto resta in equilibrio. Le iniziative popolari permettono a una minoranza di portare in parlamento temi che altrimenti non sarebbero stati trattati. Ci possono essere scollamenti, ma questo è una indicazione che è un sistema democratico sano, non c’è tirannia della volontà popolare». Non esiste quorum per l’approvazione. Solitamente si reca al voto una media del 40% degli elettori.

 

Scelte impopolari

Negli ultimi anni, attraverso le iniziative popolari la Svizzera ha discusso, su input della sinistra, di salario garantito, tutele del lavoro, ambiente. A destra ci sono state spinte rilevanti verso la chiusura dei confini. Il tema è, ovviamente, quanto tutto questo possa rimanere in equilibrio in tempi di povertà crescente, e conseguente disaffezione verso la politica e crescita dei populismi. E quanto influisce sulla buona riuscita dell’esperimento svizzero la ricchezza diffusa nel Paese?

«Uno dei benefici indiretti della democrazia, secondo filosofi come John Stuart Mill, è quello dell’educazione della cittadinanza. La democrazia migliora il livello di istruzione, la conoscenza necessaria per partecipare attivamente. Non bisogna considerare lo status quo, ma il processo virtuoso che si innesca. Anche gli svizzeri nella seconda metà dell’Ottocento erano molto poveri, specie in Ticino. Ma questo non ha impedito al sistema di funzionare. Credo che il problema ci sarebbe in Paesi molto poveri, sotto il livello di sussistenza, ma non è il caso dell’Italia. L’Italia, tra l’altro, è uno dei Paesi dopo la Svizzera dopo il referendum è più diffuso. Riguardo al fallimento del raggiungimento del quorum, penso che andrebbe abolito. Anche in Svizzera va a votare meno del 50% degli aventi diritto».

Per tutelare le casse pubbliche e la congiuntura economica negli ultimi anni i cittadini elvetici hanno votato contro misure popolari come il reddito di cittadinanza, o l’allungamento dei giorni di ferie. Sembra impossibile visto dall’Italia, con una campagna elettorale in corso costruita su proposte in molti casi irrealizzabili. «In realtà sarebbe presunzione immaginare come avrebbero votato gli italiani su questi stessi temi, la democrazia diretta infatti vuol dire proprio questo: responsabilizzare i cittadini perché decidano valutando pro e contro di ogni scelta».

 

Informazioni e scorciatoie

Perché tutto funzioni al meglio è necessario, tra le altre cose, un’ottima formazione dei cittadini sui singoli temi.  «I giornali per esempio – spiega Nenad – pubblicano le lettere dei lettori e in generale cercano di pubblicare le lettere sia dei favorevoli che dei contrari (ma qualche tentativo di favorire solo una parte l’ho visto, almeno in Ticino…). La radio e la Tv organizzano anche dibattiti e rispettano le regole della par condicio. I partiti rilasciano le cosiddette “parole d’ordine” (votare sì o no) che di solito i loro membri e simpatizzanti seguono. Idem per le grandi associazioni, come il sindacato e il padronato. Si tratta delle famose short cut, cioè scorciatoi, che permettono a un cittadino di votare fidandosi delle parole d’ordine del partito nel quale si identifica, ossia senza obbligarlo di spendere tanto tempo per informarsi bene sui vari aspetti dell’oggetto posto in votazione».

Inoltre pochi fuori dalla Svizzera conoscono ad esempio il libretto rosso. Stampato in oltre 5 milioni di copie, si tratta di un opuscolo esplicativo spedito ai cittadini in occasione di ogni votazione e in cui vengono sintetizzati, nella maniera più chiara e semplice possibile, le questioni che saranno posto all’attenzione dei cittadini nei referendum con i pro e i contro del sì e del no. Dal 2018, tra l’altro, il libretto è stato rivisto per lasciare lo stesso spazio di argomentazione alle ragioni del governo e del Parlamento e a quelle dei comitati promotori dei referendum. Secondo alcuni sondaggi dell’agenzia pubblica Voto, è consultato dall’88% degli elettori. Un bestseller, in pratica. Non fosse che è gratis.

Foto in apertura: Corridors of Power, Luca Zanier / Anzenberger / Contrasto
Strasburgo, Consiglio d’Europa, sala 7

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