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2 febbraio 2018

Prove di reddito universale

Da Berlino alla Finlandia, le storie di chi ha vinto la lotteria del Basic Income ed è riuscito a realizzare i propri sogni professionali. Eppure, per molti analisti, la misura segnerebbe la fine dello Stato sociale

Gabriella Colarusso

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Sulla mappa del mondo è un filo rosso che lega la Namibia alla Scozia, Livorno alla California, l’India all’Olanda: tutti posti dove è in corso una qualche forma di sperimentazione dello Universal Basic Income (Ubi), il reddito universale, un’idea di cui si discute da almeno 40 anni ma che negli ultimi tempi ha cominciato a essere studiata e testata in decine di Paesi. Due settimane fa l’Ubi è arrivato anche a Davos, dove ogni anno l’élite globale vive il suo momento socialista, impegnata in seriose discussioni sui problemi del mondo per esempio su come ridurre le diseguaglianze crescenti o far pagare le tasse ai più ricchi…

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Ben quattro panel erano dedicati al tema, un appassionato intervento di John McDonnell, il cancelliere-ombra dello Scacchiere, ha confermato l’intenzione del Labour di procedere almeno a una sperimentazione del reddito universale nel Regno Unito, ma la questione più annosa resta aperta: il reddito universale funziona? La sua introduzione significherebbe la fine del welfare state così come lo conosciamo? E, soprattutto, quali conseguenze avrebbe sulle persone, sulla loro motivazione a costruirsi una vita professionale soddisfacente?

 

La pigrizia non esiste

«In base alla nostra esperienza una cosa posso certamente dirla: la pigrizia non esiste realmente. Nessuno di quelli che hanno avuto il Basic Income è diventato uno sfaccendato. Piuttosto, si sono chiesti quale lavoro avesse davvero senso fare. Il reddito universale può aiutare a guardare le cose in prospettiva e a fare la scelta migliore per la propria vita», ci dice Christian Lichtenberg di Mein Grundeinkommen, una startup di Berlino che estrae a sorte i vincitori di un Basic Income limitato nel tempo. I fortunati ricevono 12 mila euro in un anno finanziati attraverso il crowdfunding e non devono pagare nulla per partecipare alla lotteria, né avere nessuna particolare caratteristica socio-economica: ci sono tra loro imprenditori e disoccupati, centralinisti e designer.

Dal 2014, quando è nata, 141 persone hanno avuto il sussidio, «85.900 hanno donato, 54 mila sono diventati donatori mensili». Le reazioni? Le più svariate. Mark (nome di fantasia) per esempio ha lasciato il lavoro nel call center, che detestava, e si è rimesso a studiare per diventare maestro d’asilo. «Un altro ha riportato un miglioramento significativo della sua malattia, il morbo di Crohn. Quasi tutti i nostri vincitori riferiscono di dormire sonni più tranquilli e di lavorare di più, non di meno. Molti sono lavoratori autonomi e hanno lavori creativi o pedagogici. Per loro, in particolare, il reddito di base ha un effetto liberatorio: amano già la loro professione, ma le condizioni sono spesso pessime», racconta Lichtenberg.

 

Lotteria finlandese

Autodeterminazione, maggiore propensione al rischio d’impresa, più serenità e voglia di fare: dall’osservatorio di Berlino sono questi gli effetti del Basic Income. Che in parte coincidono con le prime testimonianze che arrivano da Helsinki dove un anno fa è partito un progetto sperimentale di reddito universale di cui si è molto parlato perché è il primo in Europa a livello nazionale: per 24 mesi, 2 mila persone disoccupate riceveranno 560 euro al mese, senza condizioni da rispettare come ad esempio cercare per forza un lavoro.

Con orgoglio patriottico, il governo di destra racconta le storie degli estratti a sorte sulla rivista del ministero degli Esteri: This Is Finland.
«Dicevo che non sarei mai più diventata un’imprenditrice ed eccomi qui», si presenta Sini Marttinen. «Il reddito universale mi ha aiutato a pagare i contributi per la pensione anche se ho trascorso mesi senza commesse o lavori assegnati. Per me questo accordo è perfetto, è come vincere la lotteria».

Sini aveva un master in scienze sociali ed è riuscita a trovare un lavoro in una fondazione che si occupa di raccogliere aiuti per le situazioni di calamità e disastri naturali. Fattura per questo lavoro usando la sua società (prima da imprenditrice non avrebbe ricevuto sussidi) e allo stesso tempo riesce anche a fare volontariato per la Croce Rossa, lavorando part-time. Tutto a posto dunque? Non proprio. Il sogno finlandese di Sini prevede anche che la ragazza e i tutti beneficiari del programma rinuncino ad altre forme di welfare.

 

I soldi in cambio del welfare 

Per i detrattori del Basic Income il vero tallone d’Achille è scritto proprio nell’esperimento finlandese, voluto dal governo di destra: l’inizio della fine dello Stato Sociale (il primo presidente americano a testare il Basic Income, del resto, fu il repubblicano Richard Nixon).
Robert Greenstein del Center on Budget and Policy Priorities americano ha studiato l’impatto che avrebbe questa misura negli Stati Uniti arrivando alla conclusione che dare a tutti 10 mila dollari in 12 mesi porterebbe alla fine di tutti i programmi federali sull’assistenza sanitaria, la casa, la sicurezza sociale, il lavoro.

Greenstein non è il solo a predicare l’insostenibilità economica di un reddito universale e incondizionato per tutti, molti analisti sostengono che potrebbe fare crescere la povertà e le diseguaglianze, ma i fautori di questa misura hanno dalla loro un’altra mole di studi realizzati negli ultimi anni che certificano invece risultati positivi degli esperimenti in corso.

Come nel caso della Namibia, dove un migliaio di persone dei villaggi rurali più poveri del Paese hanno ricevuto un reddito universale per un anno: i crimini sono diminuiti del 42%, c’è stato un aumento del 300% nell’avvio di piccoli business. O come nel caso di Dauphin, nella Manitoba, provincia canadese, dove alla fine di un periodo di sperimentazione dell’Ubi si è registrato un calo dell’8,5 percento dei ricoveri.

 

L’Alaska non è un Paese per tutti

La storia della Namibia, però, ha più a che fare con una misura di contrasto alla povertà che con un reddito universale così come lo intendiamo per le economie avanzate. Sarà interessante in questo senso seguire gli sviluppi del progetto di Give Directly, un’organizzazione americana che si occupa di sviluppo e cooperazione in Africa e che da pochi mesi, dopo una lunga selezione del campione, ha avviato la più grande sperimentazione di reddito universale mai esistita: per 12 anni, in 40 villaggi dell’Africa Orientale circa 6 mila persone riceveranno l’equivalente di 22,50 dollari al mese.

Le potenzialità di questo progetto sono enormi proprio per le evidenze scientifiche a cui potrebbe portare. La ricerca economica su questo tema infatti manca di analisi degli effetti a lungo termine del Basic Income. La maggior parte delle sperimentazioni in corso o già realizzate sono limitate nel tempo e spesso circoscritte ad alcune categorie sociali.

Anche uno dei progetti più antichi e citati, quello dell’Alaska – lanciato nel 1976 –  ha caratteristiche molto peculiari: riguarda sì tutti i residenti del Paese, ma per una cifra di 2,072 dollari all’anno per persona o 8,288 per un famiglia di quattro. Viene inoltre da uno Stato estremamente ricco, parliamo della riserva petrolifera più grande degli Stati Uniti, e poco abitato. Forse potrebbe anche permettersi di smantellare una parte del suo Stato sociale o di mantenere entrambi. Per il resto, il conflitto resta: Basic Income o welfare? Tutt’e due? Sì, ma come?
«Dipende di quale Ubi si discute», chiosa Lichtenberg. «Il Basic Income e le politiche sociali non devono essere in contrasto l’uno con l’altro. Io suggerisco una politica sociale che faccia perno su una forma di Basic Income ma senza eliminare altri benefit sociali come l’assistenza sanitaria o le pensioni». Per dirla con Barack Obama, se il reddito universale è il modello giusto è qualcosa di cui discuteremo ancora a lungo.

 

Foto in apertura di Cristina de Middel / Magnum Photos / Contrasto

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