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2 febbraio 2018

Smetto (di lavorare) quando voglio

Automi e intelligenza artificiale potrebbero presto sostituirci. Ma l'era del post-work non è solo un'incognita economica. È una sfida al modo in cui costruiamo le nostre identità sociali e impieghiamo il tempo

Cecilia Attanasio Ghezzi

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Un giorno Jean-Paul Sartre, seduto a un caffè di Parigi, chiese a un signore che stava in piedi davanti a lui: «Chi è lei e che vuole da me?». «lo sono il cameriere» rispose il signore. «No – fece Sartre – lei non è un cameriere, lei fa il cameriere. Non si confonda a questo proposito». «Sta giocando, naturalmente, ad essere cameriere», riflette il filosofo francese in Essere e Nulla, un saggio del 1943. E chissà come si sarebbe evoluto il suo pensiero su lavoro e identità oggi, quando il dibattito è più aperto che mai…

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Un’epoca in cui, dicono le statistiche, lavoriamo troppo, o non lavoriamo affatto. Ne consegue che non sappiamo più distinguere tra lavoro e tempo libero o che non riusciamo più a definire la nostra identità. Ed è un problema proprio perché viviamo in un sistema economico in cui l’occupazione è sia il meccanismo attraverso cui si redistribuisce la ricchezza sia la condizione attraverso cui si definisce la propria posizione sociale e quindi la propria identità. Ma siamo di fronte un passaggio epocale: robot, intelligenze artificiali, tecnologia e disintermediazione digitale rendono il lavoro sempre più superfluo, ridondante.

Così un sempre più nutrito gruppo di accademici sostiene che stiamo per approdare nell’economia del «post-lavoro». «L’automazione o l’ambiente (o entrambi) costringeranno la società a ripensare il lavoro» è la tesi di David Frayne, ricercatore in scienze sociali della Cardiff University il cui The Refusal of Work (2015) è considerato un pilastro di questa dottrina. L’autore, classe 1982, postula il superamento del «dogma del lavoro»: «Per molti di noi è un’esperienza frustrante. Alcuni lavorano troppo mentre altri devono affrontare la dura realtà della precarietà. I salari sono bassi e c’è molta richiesta di lavoro non qualificato perché c’è una massa di disoccupati».

È ormai accertato, inoltre, che nei prossimi vent’anni scomparirà una percentuale ragguardevole di posti di lavoro. Le previsioni vanno dal 15 per cento stimato da McKinsey a quasi il 50 per cento della Martin School di Oxford. Verranno automatizzate le professioni di operai, tassisti, camerieri ma anche commercialisti, consulenti legali e finanziari, chirurghi e designer solo per fare alcuni esempi.

 

La classe inutile

Il punto, come sostiene lo storico israeliano Yuval Noah Harari, è che «il problema cruciale non si esaurisce nella creazione di nuovi lavori. Bisognerebbe creare quelli in cui l’uomo riesce meglio di un algoritmo». L’autore di due libri culto della contemporaneità – Sapiens (2014) e Homo Deus (2017), entrambi editi in Italia da Bompiani – ci mette in guardia dalle possibili conseguenze del crinale che stiamo prendendo: «Il genere umano rischia di rendere se stesso superfluo». E non è detto che non ci riesca.

«Prima del 2050 potrebbe emergere una nuova classe sociale: la classe inutile. Non i disoccupati, ma gli inoccupabili». Ma «le tecnologie che renderanno gli uomini inutili potrebbero essere le stesse che renderanno possibile il supporto e il nutrimento di masse inoccupabili attraverso una qualche forma di reddito di base universale. Il problema sarà allora mantenerle occupate e contente. La gente ha bisogno di intrattenersi in attività significative o impazzisce. Cosa farà la massa di inoccupabili tutto il giorno?»

 

Un problema politico

Il problema è recente. Il lavoro nell’antichità era considerato squalificante, qualcosa da affidare ad altri, spesso schiavi, o da sbrigare nel minor tempo possibile. La vita era tutt’altro. È stato l’avvento della borghesia mercantile e industriale a cambiare questa percezione. L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, come sintetizzò Max Weber all’inizio del Novecento, hanno trasformato il profitto da semplice mezzo di sussistenza in valore. È stato così che il lavoro è diventato professione, e il guadagno espressione evidente delle proprie abilità. I movimenti operai hanno poi usato il concetto della centralità del lavoro nell’emancipazione dell’individuo per trasformare quello che un tempo era un dovere in un diritto. Di qui anche l’idea dell’Italia postbellica, «fondata sul lavoro».

Ma con l’avvento del consumismo le cose sono precipitate e, come ha sottolineato Benjamin Hunnicut, storico del lavoro e professore presso l’università dell’Iowa, «neppure la maggioranza degli schiavi nel mondo antico e i servi durante il medioevo lavoravano così duramente, così regolarmente, e così a lungo come noi». Nel suo saggio del 2013, Free Time: The Forgotten American Dream, spiega: «Ci siamo dimenticati del perché lavoriamo». E, soprattutto, stiamo perdendo l’abilità di trascorrere il tempo altrimenti.

«È come se il godere del tempo libero fosse un muscolo che ci si è atrofizzato», spiega Frayne. E ancora, in un articolo a sua firma sul Guardian, «La tecnologia non può liberarci da sola. Se il progresso dell’automazione permette alle società di aumentare i ritmi di produzione in maniera vorticosa, la questione che rimane aperta è cosa fare con i dividendi di questa rinnovata produttività. Il problema è politico».

 

Pagare ciò che oggi si dà per scontato

James Livingston, storico dell’università di Rutgers, sottolinea come la relazione che ha sempre legato lavoro e salario è ormai rotta e superata. In No More Work: Why Full Employment Is a Bad Idea (2016) lo motiva con vari esempi. Quello che resta più a mente è il più semplice: cucinare per i propri famigliari non è considerato un lavoro da retribuire, ma farlo per degli estranei sì. Così, se i robot ci sostituiscono in quelli che oggi sono lavori pagati, perché non pagare gli equivalenti che non possono fare a meno della nostra specifica umanità?

Chef, stilisti, parrucchieri ma soprattutto tutte quelle professionalità che si prendono cura dei più deboli come i bambini, i malati e gli anziani saranno sempre più richieste. E, ironia della storia, sono quelle che attualmente sono pagate poco o nulla. Se il lavoro è essenziale per il funzionamento della società e per il benessere di tutti, perché non cominciare a pagare madri e casalinghe? Inoltre i nuovi miliardari potrebbero permettersi di pagare un sovrapprezzo notevole per avere una parte dei propri beni e servizi fornita da una forza lavoro non artificiale. Un’idea che convince. Ma che difficilmente riuscirà a dare sostentamento a tutta la popolazione mondiale.

 

L’esempio equino

Nick Bostrom, filosofo svedese direttore dell’Istituto per il futuro dell’umanità di Oxford, sceglie un esempio storico per farci capire il passaggio epocale a cui stiamo assistendo. «Ciò che parte come complemento al lavoro, in uno stadio successivo può diventare un suo sostituto», scrive nel suo Superintelligenza (Bollati Boringhieri, 2018) che è tra i libri più citati dai magnati della Silicon Valley.

«Quando i cavalli diventarono obsoleti come fonte di energia mobile, molti furono venduti ai mattatoi per farne cibo per cani, farina di ossa, cuoio e colla. Questi animali non avevano un impiego alternativo per guadagnarsi il mantenimento. Negli Stati Uniti, nel 1915 esistevano all’incirca 26 milioni di cavalli; all’inizio degli anni cinquanta ne rimanevano due milioni».

Ma la storia dei cavalli offre anche un altro parallelo. «La popolazione equina degli Stati Uniti ha avuto una forte ripresa: in base all’ultimo censimento, qualche anno fa esistevano poco meno di dieci milioni di cavalli». Le macchine hanno contribuito a quella crescita economica che a sua volta «ha permesso a un maggior numero di cittadini di indulgere alla passione per l’equitazione». Di nuovo, il tempo libero.

Certo, uomini e cavalli differiscono in molti aspetti. I primi, ad esempio, posseggono capitali e sono capaci di programmazione e mobilitazione politica. Hanno memoria storica e sono artefici del proprio destino. Per questo non possono ignorare che «il lavoro rende liberi» è una frase che hanno già letto da qualche parte.

 

Foto in apertura di Cristina de Middel / Magnum Photos / Contrasto

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