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26 gennaio 2018

Se internet diventa una rete chiusa

Quasi 1 miliardo e 400 milioni di persone in Cina saranno presto schedate attraverso il web. E anche le Vpn per sfuggire al firewall stanno per diventare illegali. Sostituite da quelle di Stato

Cecilia Attanasio Ghezzi

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«Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano», scriveva George Orwell in 1984. E ancora: «ci sarà sempre l’ubriacatura del potere, che crescerà e si perfezionerà costantemente e costantemente diverrà più raffinata e sottile». Ecco. Quello stivale, quell’«ubriacatura del potere» è oggi rappresentata dal Grande Firewall, moderna muraglia digitale che ha trasformato l’internet cinese in una intranet. E che oggi fa scuola in tutto il mondo. O almeno in tutti gli Stati che hanno derive autoritarie…

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Sono anni che Russia, Turchia e Iran tentano di emulare la costruzione di una rete «internet nazionale». Parallelamente in molti Stati africani le aziende di telecomunicazioni di Stato cinesi aiutano i governi locali a controllare e silenziare il dissenso. Lo denunciano diverse organizzazioni per i diritti umani documentando alcuni casi in Etiopia, Zimbawe e Zambia. Il Financial Times ha parlato di «One Belt, One Router», per sottolineare che l’esportare in altri Paesi un’architettura internet tutta incentrata sul controllo nazionale è pare del modello economico che accompagna il «One Belt, One Road», il mastodontico progetto di infrastrutture che vuole ricostruire l’antica via della seta sotto l’egida cinese.

Un progetto che si perfezionerà ulteriormente a partire dal 31 marzo prossimo, quando verrà chiuso l’accesso a tutte le Vpn (o virtual private network) non autorizzate, ovvero il servizio che cripta e reindirizza il traffico internet permettendo di scavalcare più o meno agilmente il Grande Firewall. Chi ne avrà necessità, e possibilità economica,  potrà abbonarsi a servizi analoghi di proprietà statale. A leggere il quotidiano britannico, costeranno decine di migliaia di dollari al mese (contro i pochi dollari attuali) ed esporranno comunque gli utenti al controllo del governo. Molti esperti informatici dubitano che si tratti di uno scenario verosimile, ma certo è che il quotidiano “guardie e ladri” tra censori e censurati del web cinese si arricchisce di un nuovo livello di difficoltà.

La decisione di Pechino ha già obbligato la Apple a rimuovere 674 Vpn dal proprio Store; diverse multinazionali e banche statunitensi ed europee si sono inoltre lamentate ufficialmente attraverso le rispettive camere di commercio di non riuscire ad accedere a servizi essenziali. Il problema sembra essere riscontrato anche da due ambasciate europee, la cui denuncia è ancora più grave in quanto viola la convenzione di Vienna che «permette e protegge la libera comunicazione delle missione».

 

La moderna muraglia

Il punto è che il Partito comunista cinese, quell’entità che nella Repubblica popolare si sovrappone quasi completamente allo Stato, è riuscito in qualcosa che in pochi avrebbero creduto realizzabile: la costruzione di un internet nazionale, in tutto e per tutto simile al resto della rete. Ma separato da essa dal Grande Firewall, il cui nome ricalca non a caso una delle opere d’ingegno più mastodontica e duratura che la civiltà umana ha prodotto: la grande muraglia.

Lo scopo di quest’ultima, com’è noto, non era semplicemente tenere lontano i barbari. Spesso anzi li ha fatti entrare nell’Impero di mezzo, ma in maniera controllata. Nei secoli alcuni temuti popoli nomadi hanno perfino preso il potere e creato nuove dinastie. Non prima però di essersi conformati alla cultura locale. Varcare la Grande Muraglia significava essere consapevoli della grandezza della civiltà cinese, saper trattare con i mandarini e, soprattutto, adeguarsi alle loro regole. Il Grande Firewall, moderna muraglia digitale, è nato nel 1996 più o meno con lo stesso antico scopo: controllare le informazioni che entrano nel paese ed evitare l’ingresso di quelle più pericolose.

Negli anni si è trasformata in una vera infrastruttura capace di bloccare parole chiave, pagine e perfino interi domini web. Provate a digitare le parole sulla lista nera, a entrare nel sito del New York Times o ad accedere a Twitter dal territorio cinese. Il risultato sarà sempre lo stesso: «Errore 404», «pagina non trovata».

Per il resto gli internauti cinesi si muovono come i loro colleghi nel resto del mondo. L’ambiente è caotico, ci sono blog, chat e informazioni. Si può giocare, guardare film e serie tv, ascoltare musica e fare shopping. Ma a guardia dell’intero traffico ci sono paternalistici censori che giudicano, secondo le direttive del Partito, su cosa è giusto discutere e quali sono i social e le applicazioni che rispettano le (loro) regole.

 

Sovranità sulla rete

La parola d’ordine del governo è wangluo zhuquan, ovvero «sovranità sulla rete». Una politica che si è fatta più chiara e pressante dopo le rivelazioni di Edward Snowden secondo le quali gli Stati Uniti avrebbero spiato il cyberspazio cinese per anni arrivando a intercettare l’ex presidente Hu Jintao e ad accumulare illegalmente dati di banche e aziende importanti come Huawei.

Anche per questo il presidente Xi Jinping, da quando è al potere, ha cercato di centralizzare ulteriormente il controllo su internet attraverso la creazione di due nuovi organi: il Gruppo dirigente centrale per il cyberspazio, presieduto da lui stesso, e l’Ufficio di informazione per l’Internet dello stato, diretto da Xu Lin, funzionario di lungo corso. Il primo dovrebbe sovraintendere e sviluppare «le strategie nazionali, i piani di sviluppo e le politiche più importanti» mentre il secondo si occupa di trasformarle in legge e farle applicare.

Il presidente non si stanca di affermare che le tecnologie internet non devono violare la «sovranità sulla rete» del Paese, mentre il secondo ripete senza sosta che alle aziende straniere è permesso fare affari in Cina solo in obbedienza alla legge cinese. In un raro editoriale aperto, ospitato dall’Huffington Post, il suo predecessore Lu Wei era stato ancora più esplicito: «Le aziende statunitensi che operano in Cina dimostrano che chi rispetta la legge cinese può sfruttare le opportunità offerte dalla rete cinese. Chi sceglie di opporsi sarà isolato e costretto ad abbandonare il mercato cinese».

 

Sempre meno vie di fuga

Ma sulle Vpn la questione è più complessa. Chi vive nella Repubblica popolare ha bisogno di accedere a informazioni estere e non filtrate per i più disparati motivi. Usa una Vpn chi lavora nelle aziende straniere, chi deve confrontare i propri prodotti con il mercato estero e chi, avendo vissuto o studiato fuori dalla Cina, ha amici su social network diversi da quelli locali. Possiamo affermare con sicurezza che la maggioranza di coloro che usano le Vpn non è composta da attivisti politici ma da esponenti del ceto locale medio-alto, quella che in Occidente chiameremmo classe dirigente.

L’esigenza non è semplificabile all’accesso a Facebook, Twitter o a un’informazione altra da quella approvata dal Partito. Condividere documenti con Google, fare transazioni internazionali, spedire informazioni riservate all’azienda madre, ma anche semplicemente fare vaste ricerche iconografiche sono tutte attività che in Cina prevedono il superamento del Grande Firewall. Secondo il Global Web Index, se in una media globale la Vpn è uno strumento usato da un internauta ogni quattro, nei confini della Repubblica popolare la media sale a uno su tre.

«Credo che a febbraio prossimo il numero di utenti sarà talmente diminuito da rendere inutile qualsiasi altra misura», si legge in un comunicato firmato da Charlie Smith, nome d’arte di uno dei fondatori di GreatFire, un sito che si occupa di monitorare e offrire soluzioni alla censura cinese. E c’è di più.

 

La rapidità di Apple nell’adeguarsi alle richieste

Il primo giugno scorso sono entrate in vigore una sere di leggi sulla sicurezza informatica di cui nessuno è in grado di predire la portata e che, a detta del governo, saranno completamente implementate durante quest’anno. Molti dei testi sono volutamente vaghi e passibili di differenti interpretazioni. Una richiesta chiara è però rivolta alle aziende che operano sul territorio cinese: dovranno obbligare gli utenti a registrarsi con il loro vero nome fornendo dati di identificazione personale, di censurare i contenuti proibiti e di mantenere tutti i dati all’interno del territorio della Repubblica popolare.

Ancora una volta Apple è stata tra le prime multinazionali a recepire il volere di Pechino e, dal prossimo 28 febbraio, tutti i dati contenuti nel cloud degli utenti cinesi (cioè le memorie immateriali) verranno archiviati nel Guizhou, una tra le regioni più povere della Cina che il governo ha deciso di trasformare in un hub tecnologico. Per dati si intendono foto, documenti, geolocalizzazioni, rubriche telefoniche, messaggi e video prodotti e memorizzati sui device che accedano a internet dal territorio della Repubblica popolare.

Sarà la prima azienda straniera ad adeguarsi ai nuovi regolamenti cinesi sulla sicurezza informatica: sulla carta continuerà a controllare la criptografia dei dati, ma non potrà trasferirli altrove. Il centro che ospiterà i server, però, sarà interamente gestito da un’azienda di stato cinese il cui direttore è stato un funzionario governativo regionale fino allo scorso anno. Come Apple possa continuare a garantire la privacy dei suoi utenti, non è chiaro.

 

Obiettivo 2020: controllo totale

Si inserisce tutto nell’obiettivo fissato da Pechino per il 2020: il “credito sociale”, ossia un sistema che valuti con ogni strumento disponibile il comportamento online di tutte le persone fisiche o giuridiche che risiedono nella Repubblica popolare. Intelligenza artificiale, riconoscimento facciale e telecamere a circuito chiuso faranno il resto. Nel Paese sono già installate 170 milioni di telecamere a cui, nei prossimi tre anni, se ne aggiungeranno altri 400 milioni. Come ha dimostrato in video il reporter della Bbc John Sudworth, in una grande città la polizia impiega appena sette minuti per individuare e raggiungere una persona preventivamente segnalata.

È così che, secondo i documenti del governo, nel 2020 «la fiducia regnerà sotto il cielo perché sarà difficile per chi è stato screditato compiere anche un singolo passo». Quello cinese è di fatto il più ambizioso esperimento di controllo digitale nel mondo e, se tutto va secondo i piani quinquennali, in meno di tre anni coinvolgerà quasi 1 miliardo e 400 milioni di persone. Una distopia che è sempre più vicina ad essere realtà. E, fatto ancor più inquietante, ad essere esportata fuori dei confini nazionali cinesi.


Foto in apertura di Michael Wolf / Laif / Contrasto

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