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26 gennaio 2018

«Facebook era la mia salvezza, invece mi ha rovinato»

Nei Paesi arabi e in Russia i social network consentono alle persone Lgbt di conoscersi. Ma possono diventare anche strumenti di controllo. O di adescamento per delinquenti comuni

Samuele Cafasso

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«Qui non ho più una vita, voglio andarmene» ci scrive Nidhal dalla sua casa, nel sud della Tunisia. Ha 22 anni – «il mio cognome non scriverlo, per favore» –, è omosessuale, e questa intervista è stata fatta attraverso Facebook. Il social network è stato finora uno dei pochi strumenti che permettesse a Nidhal di vivere la sua sessualità, incontrare altri ragazzi gay, contattare associazioni. Ma è anche lo strumento che lo ha rovinato: attraverso Facebook è stato adescato da quattro  criminali che l’hanno violentato e rapinato. Non ha però potuto sporgere denuncia: la sua famiglia glielo ha impedito, temendo la vergogna di un figlio omosessuale. Ora vive da recluso nella sua casa. E sogna di fuggire: «Me ne andrò via di qui, forse a Parigi. Sogno di sposarmi avere due figli. Ce la farò, non mi arrendo»…

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L’ambiguità dei social

È difficile esprimere giudizi netti e univoci sull’uso di Internet e dei social network da parte delle comunità Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali) nei Paesi arabi e in Russia. Spesso si racconta di quanto questi siano stati fondamentali nella creazione di un comune sentire e nella definizione di un’identità politica e sociale prima sempre più rilevante. È noto, ad esempio, come l’uso delle app per appuntamenti come Grindr (l’equivalente di Tinder utilizzato dai gay) sia stata utilizzata durante la primavera araba in Egitto per veicolare messaggi di protesta e organizzare manifestazioni.

E, tuttavia, social network e Internet sono anche lo strumento con cui omosessuali e altre minoranze vengono sorvegliati e ricattati. Il diaframma tra il vivere apertamente il proprio orientamento sessuale e rimanere invece “dentro l’armadio” è diventato poroso grazie a questi nuovi strumenti tecnologici, e questo è positivo. Allo stesso tempo, però, i singoli sono più vulnerabili alla repressione e al controllo. Si sospetta che Grindr sia stato usato in Russia e in Cecenia per scovare e ricattare – nel caso ceceno imprigionare e uccidere – persone omosessuali. La società che possiede la app si è mossa lo scorso novembre promuovendo raccolte fondi e sviluppando piccole migliorie per aumentare la sicurezza degli utenti: password di ingresso a ogni sessione, icone alternative per nascondersi da sguardi indiscreti.

In altri Paesi come la Tunisia – che è forse uno dei Paesi arabi con la comunità Lgbt più organizzata – i ricatti passano attraverso Facebook. Non sono direttamente architettati dalle forze dell’ordine, o da movimenti vicini al governo. Ma certamente chi ricatta sa di poter contare sull’odio nei confronti dei gay, sa che svelare l’orientamento omosessuale di una persona è un’arma terribile.

 

Adescato su Facebook

«Come molti – ci racconta Nidhal – utilizzo Facebook per connettermi con altri ragazzi. Non uso app di incontri, perché so che sono piene di profili finti. Su Facebook c’era questo ragazzo con cui parlavo tutti i giorni. Lui sapeva ogni cosa di me, compreso il fatto che cercavo una casa per andare a vivere da solo. Mi aveva fatto credere che anche lui voleva andarsene via dalla sua famiglia, che mi amava e che avrebbe voluto vivere insieme a me, come fidanzati».

La famiglia di Nidhal ovviamente non sapeva nulla di tutto questo, «loro mi vogliono veder sposato con una donna, e io non avevo mai parlato della mia omosessualità». Un giorno questa persona annuncia a Nidhal che ha trovato una casa nella città di Raoed che forse può andar bene per loro. Gli chiede se la vogliono andare a vedere assieme e così lui sale su un taxi, per incontrare per la prima volta quello che poi si è rivelato un rapinatore. «Era il 13 maggio 2017. Lui è venuto con un suo amico. Siamo saliti in macchina e all’improvviso, mentre eravamo in auto, mi ha puntato un coltello ai fianchi, chiedendomi i soldi e il telefono. Io ho fatto finta di svenire, ero terrorizzato, e loro anche. Volevo che mi lasciassero andare incolume, ma invece per la paura di non riuscire a gestire la cosa hanno chiamato altri loro due amici, tossicodipendenti».

Nidhal è stato portato in un luogo deserto, è stato picchiato, violentato. Temeva di essere ucciso, ma invece è stato lasciato andare. Perdeva sangue, era nudo dalla vita in giù, «nessuno voleva aiutarmi». Sono passate ore prima che una donna anziana, impietosita, gli aprisse la porta solo pochi minuti, porgendogli un paio di pantaloni con cui coprirsi.

 

«Non dire nulla»

Qui inizia la seconda parte della storia, altrettanto dura perché evidenzia in quale trappola rischiano di finire i giovani ragazzi Lgbt in Paesi dove la repressione è ancora forte. Nidhal riesce a raggiungere la casa dell’attivista Mounir Baatour, presidente dell’associazione Shams che si batte per la depenalizzazione dell’omosessualità in Tunisia. Baatour lo convince a sporgere denuncia dalla polizia che però, per prima cosa, gli chiede un certificato medico che attesti quello che ha subito. Mentre sta raggiungendo l’ospedale, i suoi genitori lo contattano per fermarlo: hanno letto online la notizia di un’aggressione omofoba e nella foto hanno riconosciuto il figlio. «Mi hanno chiesto di non dire nulla e di tornare subito a casa». Troppa la vergogna: certe cose non si possono denunciare. Da allora Nidhal non esce più di casa da solo, i suoi genitori glielo impediscono. Ha abbandonato gli studi, non segue più i corsi di moda della Esmod international fashion University.

«Non ho più nulla da fare, la mia vita così non ha senso. So che ci sono decine di casi come il mio, ma la polizia non interviene mai per difenderci, non abbiamo diritti» dice. Anche se formalmente l’omosessualità rimane un reato, negli ultimi anni in Tunisia la situazione è migliorata per le persone Lgbt, gli arresti si sono diradati e gli esami anali sono stati cancellati. Questo però non vuol dire che sia possibile “uscire allo scoperto”, vivere la propria vita normalmente, come il caso di Nidhal dimostra.

 

L’ambiguità della tecnologia

In altri Paesi, come l’Egitto, la situazione è di molto peggiore: qui l’omosessualità non è reato ma negli ultimi anni e specialmente sotto il regime di al Sisi gli arresti si sono moltiplicati, giustificati con le leggi che puniscono la dissolutezza e la prostituzione. Di fatto, la lotta all’omosessualità è uno strumento di consenso del regime. In ogni caso, la vergogna sociale è il contesto diffuso che permette a regimi oppressivi da una parte e criminali dall’altra di portare avanti indisturbati le loro azioni. Sono cose non troppo differenti da quanto succedeva anche negli Usa e in Europa fino agli anni Cinquanta, in alcuni casi pure dopo. Ma allora non c’erano social network e app ad accelerare, nel bene e nel male, la visibilità delle persone gay tra di loro, ma anche verso l’esterno.

«Facebook – racconta Nidhal – era il modo con cui potevo stringere contatti, ma è davvero troppo, troppo pericoloso da usare qui».


Foto in apertura di Michael Wolf / Laif / Contrasto

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