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19 gennaio 2018

Fare la pace in famiglia è un affare

In Italia lavorano 6 mila mediatori riconosciuti: cosa fanno i professionisti che promettono una separazione consensuale. Nell'interesse dei figli, e del portafoglio

Samuele Cafasso

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Quarant’anni dopo, non è più Kramer contro Kramer. O meglio, non lo è sempre. La lotta senza quartiere tra i i coniugi che si avviano alla separazione raccontata dal film di Robert Benton sta lasciando spazio a strade meno conflittuali e all’affermazione anche nel nostro Paese di una nuova figura professionale: il mediatore familiare. Un po’ psicologo e un po’ motivatore, ma anche esperto di diritto, il mediatore è quella figura a cui una coppia con figli si rivolge per concordare la nuova vita e la gestione della prole dopo la fine del matrimonio o della convivenza…

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Nel nostro Paese, ad oggi, esistono circa 6 mila mediatori familiari accreditati, ovvero che hanno frequentato un corso riconosciuto secondo la norma Uni  11644 e che sono iscritti alle maggiori associazioni di categoria: Aimef (Associazione italiana mediatori familiari), Aims (Associazione italiana mediatori sistemici) e Simef (Società italiana di mediatori familiari), iscritte negli elenchi del Ministero dello Sviluppo economico secondo la legge del 2013 sulle professioni non regolamentate.

Il numero delle persone che però fanno questo lavoro, o che si propongono come esperti, è ben più largo, come può verificare chiunque tramite una veloce navigazione sul web.

 

La lunga marcia

In Italia si è iniziato a parlare di mediazione familiare già trenta anni fa, quando a Milano il professor Fulvio Scaparro, psicoterapeuta, fondò l’associazione Gea, Genitori Ancora, con l’obiettivo di «affrontare i conflitti familiari, non solo come eventi distruttivi ma anche come occasioni di crescita e di trasformazione delle relazioni». Con lui c’era anche Irene Bernardini, volto noto per la sua rubrica su Vanity Fair, morta prematuramente nel 2016.

I primi anni sono pionieristici. La strade del conflitto sembra inevitabile, la figura del mediatore è poco conosciuta. I contesti familiari sono diversi rispetto ad oggi: più frequente lo squilibrio economico tra i coniugi, si dà per scontato che i figli debbano comunque restare alla madre. «E gli squilibri di potere, che possono essere di tanti tipi, sono tra gli elementi che posso rendere la mediazione difficile, a volte impossibile» spiega Chiara Vendranini, presidente di Gea, mediatrice da vent’anni.

Se oggi la mediazione è più diffusa è perché il quadro di riferimento familiare è mutato velocemente a partire dagli anni Novanta: è cresciuto il lavoro femminile, è cambiata la figura paterna. Ma è cresciuta anche la sensibilità istituzionale nei confronti delle famiglie in via di separazione. Tra le prime Regioni a riconoscere il valore della mediazione c’è l’Emilia Romagna, che nel 1997 istituisce per legge i centri per la famiglia.

«Nel Duemila – ricorda Francesca Regazzini, funzionaria per le politiche sociali e socio-educative della Regione Emilia Romagna – facemmo i primi corsi di formazione per gli operatori e oggi tutti i 34 centri forniscono questo servizio». Nell’ultimo anno, i centri della Regione hanno fornito servizi di mediazione a oltre 700 coppie. In Lombardia, nei centri accreditati e riconosciuti, sono disponibili otto incontri di mediazione gratuiti per le coppie che ne fanno richiesta quale forma di prestazione sanitaria.

Perché la mediazione familiare sbarchi nell’ordinamento italiano bisogna però aspettare la legge 54 del 2006 sull’affido condiviso. In quella legge, per la prima volta viene indicata questa tecnica come strumento che il giudice può suggerire ai coniugi. Poi nel 2014 viene varata la legge sulla negoziazione assistita per arrivare a una separazione consensuale senza passare dal giudice. Qui sta scritto che gli avvocati che si occupano delle pratiche devono obbligatoriamente indicare alla coppia la possibilità e l’esistenza dei servizi di mediazione.

 

Come funziona

«Se dovessi indicare i pilastri di questa professione – spiega Chiara Vendranini – direi che sono principalmente quattro: riservatezza perché quello che viene detto durante gli incontri non deve essere usato in altre sedi, volontarietà perché nessuno dei coniugi deve sentirsi obbligato, autonomia dall’ambito giudiziario, genitorialità al centro delle nostre decisioni».

Esistono diversi modi per affrontare la mediazione. La procedura standard dei professionisti affiliati a Gea è questa: il mediatore incontra prima i due coniugi separatamente per capire punti di vista e aspettative delle parti. Subito dopo, iniziano gli incontri congiunti in cui viene chiesto alla coppia di immaginare come gestire le principali problematiche: quando e come si informano i figli della separazione? Con quali parole? Quanti soldi disponibili ci sono per crescerli? Come si dividono le spese? Si è in grado o meno di avere due abitazioni separate? Chi va a prendere i figli a scuola?

«A volte è proprio un lavoro pignolo di pianificazione degli aspetti più minuti. Ma l’obiettivo finale è tornare a parlarsi, attraverso piccoli passi. Il mediatore non negozia, fa in modo che siano i genitori a farlo. Poi spetterà a loro trasmettere gli accordi presi agli avvocati, tradurli in forma scritta» spiega Vendranini.

Solitamente, sono necessari 8-10 incontri per portare la mediazione a termine. Ogni incontro ha un costo variabile tra i 100 e i 150 euro. Dietro il successo della mediazione c’è anche, come ovvio, un tema economico: non litigare conviene. Molti accedono alla mediazione come accompagnamento al lavoro degli avvocati, e non in alternativa. Tuttavia va detto che mentre una separazione gestita in maniera consensuale può costare di parcella di avvocati fino a 2.500 euro, in caso di mancato accordo i costi quadruplicano e i tempi si allungano. Senza tenere conto dei costi psicologici. In alcuni casi, ci sono enti che forniscono congiuntamente servizi legali e di mediazione, come fa dal 2013 l’Organismo di Conciliazione Forense di Milano, dove al termine della mediazione gli avvocati si occupano di stilare un accordo che per essere esecutivo deve passare attraverso una sentenza o una negoziazione assistita.

 

Crisi economica e nuovi papà

Il mondo della mediazione è anche un punto di vista privilegiato su dove sta andando la famiglia italiana e come stanno cambiando le separazioni. Paola Farinacci, vicepresidente Simef, professionista in un centro di pubblico servizio in provincia di Milano, ci ha spiegato che «oggi il 70% delle coppie che si presentano nel centro dove lavoro io hanno ricevuto un’indicazione in tal senso da parte del giudice: il contenzioso è sempre più scoraggiato».

D’altra parte, i mediatori devono fare i conti con difficoltà economiche sempre più evidenti: «Tutte le separazioni impoveriscono, tuttavia mai come oggi ci troviamo di fronte a coppie che, una volta fatti i conti, realizzano di non potersi permettere una doppia abitazione. Allora si torna a vivere con la famiglia di origine. Nei casi più difficili, si rimane separati in casa, succede anche questo».

Un’altra tendenza evidente è la crescita dei conviventi non sposati, circa un quarto dei casi di separazione con figli affrontati nell’ultimo anno nel centro gestito da Gea a Milano. In pochi casi, residuali ma in crescita, i genitori non hanno nemmeno mai vissuto assieme: cioè non sono mai stati una coppia, ma si accorgono di aver bisogno di un aiuto e di accordi chiari per gestire insieme i figli.

I padri, d’altra parte, vivono in maniera sempre più forte il loro ruolo genitoriale, tanto che in circa metà dei casi sono loro a proporre di accedere alla mediazione familiare: «Sono persone che si mettono in discussione e chiedono di continuare ad avere un ruolo nella crescita dei figli – spiega Vendranini –. Anche per questo cresce il numero delle coppie che si organizzano con nonni e baby sitter per arrivare a intese che prevedono un’alternanza maggiore nella custodia attraverso il modello 3+2 (tre giorni della settimana con il papà e due con la mamma, o viceversa) e week end alternati».

 

La corsa al business

La crescita della mediazione familiare è anche un business: in un Paese dove le facoltà di psicologia sfornano un numero di laureati che non riesce ad essere assorbito dal mondo del lavoro, la mediazione è diventata per alcuni una strada obbligata per avere un impiego. Ma non sono solo i laureati di psicologia a proporsi: avvocati e assistenti sociali sono le altre professioni attraverso cui accedere a questo mestiere. «Dopo la laurea magistrale – spiega Paola Farinacci, vicepresidente Simef – bisogna frequentare un corso di 180 ore che prevede una parte di lezioni frontali, tirocini, supervisioni nella trattazione di singoli casi e ovviamente un esame finale. Lo standard è definito da una norma Uni dell’agosto 2016, la Uni 11644».

«E tuttavia vediamo ancora oggi – sostiene Chiara Vendranini – offerte per corsi online che in poche settimane promettono di farti diventare un mediatore. Noi invece chiediamo che vi sia una definizione chiara del ruolo del mediatore e delle competenze che deve avere».

In Università, hanno attivato tra gli altri corsi di mediazione familiare l’Università Cattolica, quella di Verona, Urbino, la Federico II di Napoli. Poi ci sono tutti i corsi di enti privati. Molti riconosciuti secondo la norma Uni, molti altri no: «Sono realtà che andrebbero stroncate, perché si rischia di far danno ai genitori» secondo l’associazione Gea. Un ordine professionali dei mediatori probabilmente non ci sarà mai. Ma il giro di vite sugli abusivi, quello i “mediatori riconosciuti” vorrebbero vederlo.

 

[Foto in apertura di Elliott Erwitt / Magnum Photos / Contrasto]

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