Seguici anche su

7 dicembre 2017

I giudici spagnoli che acutizzano la tensione in Catalogna

L’anomalia di una campagna elettorale in cui i candidati favoriti sono in carcere. E la detenzione è diventata un’arma di propaganda a doppio taglio

Giuliana De Vivo

 ► Dal numero del 7 dicembre in edizione digitale

È una strana campagna elettorale quella iniziata martedì 5 in Catalogna. La corsa verso le elezioni del 21 dicembre, di fatto un plebiscito sulla causa indipendentista, è cominciata con una decisione, forse la più inaspettata di tutte: il giudice del Tribunal Supremo Pablo Llarena che ritira il mandato d’arresto europeo nei confronti di Carles Puigdemont (e degli altri quattro ex consiglieri riparati in Belgio:  Antonio Comín, Lluís Puig, Meritxell Serret e Clara Ponsatí ), anticipando e rendendo superflua la sentenza sull’estradizione da parte della corte belga (attesa, dopo un primo rinvio, il 14 dicembre, sette giorni prima del voto).

È una prova di forza di Madrid, di nuovo a colpi di carte giudiziarie. All’apparenza un atto di distensione, in realtà l’effetto (come l’intento) è contrario. Porre l’ex presidente della Generalitat di fronte al dilemma – tornare, per essere subito arrestato e quindi giocarsi dal carcere la campagna elettorale (perché la decisione di Llarena ha fatto decadere il mandato d’arresto europeo, non quello nazionale) oppure restare in Belgio, nell’auto-esilio che va avanti da oltre un mese – alza il livello di tensione in una regione in cui già l’opinione pubblica è estremamente polarizzata. Perché aggiunge complessità a una corsa elettorale già segnata da profonda incertezza.

Rende ancora più anomala una campagna in cui la metà dei candidati con un peso politico specifico si trova in carcere: lunedì 4 dicembre infatti lo stesso Tribunal Supremo ha sì scarcerato dietro cauzione (100 mila euro) altri sei ex ministri del governo catalano, ma ha confermato la permanenza in cella per l’ex vicepresidente Oriol Junqueras e per Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, i leader delle associazioni indipendentiste Anc e Òmnium Cultural. Di questi ultimi tre nomi, due compaiono sulle schede elettorali che i catalani si troveranno davanti il 21 dicembre: Sànchez è infatti il numero due dopo Puigdemont nella lista JuntsPerCatalunya, Junqueras – considerato da molti osservatori il favorito in assoluto – è addirittura capolista per Erc (Esquerra republicana).

L’ex presidente, l’ex vicepresidente e il leader della principale organizzazione catalanista faranno quindi campagna elettorale per interposte persone, senza poter parlare dal vivo nei comizi. E con il rischio di non poter essere operativi da subito in caso di elezione. Elemento che da un lato ne indebolisce la credibilità politica e dall’altro, com’è ovvio, viene in aiuto della narrazione che vuole il fronte indipendentista imbavagliato dalle istituzioni di Madrid.

Forse non è un caso se, osservando l’andamento dei sondaggi dal 1 novembre all’inizio della campagna elettorale, il Partito Popular del premier Mariano Rayoj – che in Catalogna candida l’ex sindaco di Badalona Xavier García Albiol – ha perso terreno. Lievemente, in una corsa elettorale divenuta un tutti contro tutti che si gioca al millimetro, complici le divisioni all’interno dello stesso fronte indipendentista – con la Cup che a differenza del 2015 non appoggia Puigdemont ma si presenta da sola, proponendo il sociologo e attivista della prima ora Carles Riera.

Le rilevazioni dell’ultimo mese attribuiscono all’insieme delle tre formazioni indipendentiste (Cup, Erc e JuntsPerCatalunya) la maggioranza dei seggi nel parlamento catalano, 68 su 135. Se queste sono stabili e il Pp perde gradimento, parallelamente ne guadagnano gli altri candidati anti-indipendentisti, Inés Arrimadas di Ciudadanos e il socialista Miquel Iceta. Due partiti che però faticherebbero a giustificare politicamente un’alleanza post voto con la destra del Pp, anche fosse motivata dalla necessità di arginare le istanze secessioniste.

Dunque entrambi i fronti sono di fatto divisi. E chi sta nel mezzo è destinato a contare poco: è il caso di Catalunya en Comú-Podem, la branca catalana di Podemos, che a Barcellona esprime già il primo cittadino Ada Colau e che ora candida Xavier Domènech. Ma proprio le posizioni incerte della sindaca sulla causa soberanista pesano negativamente: Colau ha tentato di tenere il suo partito fuori dal conflitto, e quando ha capito che la neutralità era diventata impossibile è stata comunque oscillante, da un lato appoggiando il referendum non ufficiale del 1 ottobre, dall’altro stigmatizzando la dichiarazione unilaterale di indipendenza. Così ha finito per scontentare tutti: troppo pavida per gli uni, troppo connivente per gli altri.

La situazione attuale non ammette compromessi. Ed è anche questo un effetto della strategia di chi, fino all’ultimo, ha deciso di soffiare sul fuoco della tensione.

[Foto in apertura Samuel Aranda / The New York Times / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti