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7 dicembre 2017

“Lanterne in volo”, la Cina in cerca di futuro

Intervista ad Alec Ash, giovane autore britannico che vive nella Repubblica Popolare dal 2008. E che ha scritto un libro sui millennial cinesi

Cecilia Attanasio Ghezzi

 ► Dal numero del 7 dicembre in edizione digitale

Nella Cina continentale ci sono più di 320 milioni di persone tra i tredici e i trent’anni. Sono i figli della nuova Cina, la prima generazione a non avere ricordi di Tian’anmen, la generazione di figli unici per legge che è cresciuta in un Paese che si sviluppava velocemente come loro. Vivono in un presente vorticoso e sono eredi di un futuro incerto. Sono loro la Cina del futuro.  «Una generazione di passaggio, la testa di ponte del cambiamento in Cina, lento o repentino che sia. Millennial che si affacciano all’età adulta nel momento in cui il loro Paese diventa una potenza mondiale». Alec Ash, giovane autore britannico che vive in Cina dal 2008, ne ha scelti sei per Lanterne in volo (add editore, 2017), il suo primo libro, un’opera di non-fiction. Sono giovani ambiziosi e laureati, nascono in posti distanti migliaia di chilometri, ma approdano tutti nella capitale…

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Perché sei personaggi?

Il guaio, quando si dice qualcosa della Cina, è che viene subito in mente un esempio che suggerisce il contrario. Generalizzare è da idioti, ma da singoli punti può nascere un’immagine e con sei note si compone una melodia.

 

Sono tutti molto diversi tra loro…

Qui si dice che «esiste un salto generazionale ogni cinque anni», alcuni sostengono addirittura che questo lasso di tempo si possa accorciare a tre. Le ultime due cifre dell’anno di nascita sono quindi un dato essenziale, spesso le si usa per presentarsi. Dopo il nome e la regione d’origine. Chi è nato nell’80 è cresciuto in una Cina che si risollevava da caos e povertà. Chi è nato nell’85 non ricorda né le proteste di piazza Tian’anmen, né quello che è successo prima. Chi è nato nel ’90 è un nativo digitale immerso nella globalizzazione.

 

Sono i primi consumatori?

Ho sempre l’impressione che i giovani cinesi siano descritti con molte esagerazioni. Non sono più consumatori di noi europei. Fa semplicemente più impressione il contrasto con i loro genitori, perché quelli si nutrivano di ideali più che di beni materiali

 

Come li descriveresti?

Non come un insieme. Con questo libro volevo mostrarli sopratutto nella loro eterogeneità, esposti a influenze complesse e portatori di una varietà di posizioni politiche o anche liberi di non averne una.

 

Individui più che massa?

Esattamente, una generazione con più speranze e fragilità in comune con noi di quanto potremmo immaginare. Ma sono tanti, tantissimi. E così ogni loro convinzione o moda diventa naturalmente maggioranza. Sfidano la mentalità ristretta di chi li ha preceduti trasformando la società con la semplice forza dei numeri.

 

Ma subiscono forti pressioni…

Sì, si dice spesso che sono viziati, perché figli unici. Ma questo è stato vero fintanto che erano piccoli. In età adulta devono badare da soli a due genitori e quattro nonni. Dalle donne ci si aspetta che si sposino presto e bene, dagli uomini che contribuiscano con un lavoro stabile e ben remunerato. Ma gli affitti sono sempre più cari e le opportunità lavorative sempre meno… Anche in questi aspetti sono molto simili a noi “occidentali”.

 

Sognano di realizzarsi a Pechino, poi la capitale li delude…

La città è cambiata molto negli ultimi dieci anni. E continua a farlo. Inoltre l’inquinamento, i prezzi, la competizione e il controllo continuano a crescere. L’impressione è che non voglia più essere una città che dà opportunità a tutti. Oltre a coloro che vengono spinti sempre più ai margini della metropoli, sono in molti, specie se con figli piccoli, a voler andar via.

 

Come immagini il futuro della Repubblica popolare?

Non ho la palla di cristallo. Magari tra venti o trent’anni scriverò un sequel del libro e attraverso gli stessi sei personaggi capiremo qualcosa di più. Personalmente credo che la società migliorerà, perché sarà composta dai giovani di cui parlo. Ma non sono sicuro che lo stesso possa dirsi per la politica.

 

[Foto in apertura Bryan Denton / The New York Times / Contrasto]

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