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6 dicembre 2017

Disperato erotico Fest

L’irrequieta tensione sessuale e relazionale è il filo rosso che lega molti dei film passati quest’anno dalla kermesse cinematografica di Torino

Marco Cacioppo

Dal numero di pagina99 del 7 dicembre in edizione digitale

Torino. L’instabilità dell’epoca in cui viviamo trova espressione anche sul piano della sfera sessuale e nella scivolosità dei rapporti che caratterizza le dinamiche relazionali. Tali dinamiche sono sempre più insofferenti nei confronti delle convenzioni biologiche stabilite dalla società e alla ricerca di nuovi sbocchi che dalla sfera privata si estendono a quella pubblica. È questo uno dei fili conduttori più evidenti che si riscontrano in molti dei film che hanno composto il programma della 35esima edizione del Torino Film Festival, conclusasi lo scorso 2 dicembre; film tra loro molto diversi, ma accomunati da un’evidente tensione – erotica, emotiva, opprimente – che conferisce a queste pellicole una carica propulsiva quasi anarchica e destabilizzante. A cominciare dalla love story tra una giovane anoressica e un suonatore di tuba schizofrenico raccontata in Don’t Forget Me, pluripremiata dalla giuria presieduta dal regista cileno Pablo Larraín…

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Il titolo più rappresentativo di questa chiave di lettura è Professor Marston and the Wonder Women, il film di Angela Robinson (esponente della corrente LGBT insieme alle produttrici Andrea Sperling e Jill Soloway) che racconta i retroscena poliamorosi e fetish che ispirarono il personaggio di Wonder Woman nei primi anni ’40 del Novecento. William Marston è stato uno stimato docente di psicologia ad Harvard, inventore di uno dei primi prototipi di macchina della verità. I suoi studi in ambito comportamentale lo portarono a formulare la teoria DISC, secondo cui è possibile individuare quattro modelli di individui (Dominante, Influente, Stabile e Coscienzioso) sulla base del loro modo di reagire e relazionarsi in un determinato contesto ambientale. Marston coinvolse nelle sue ricerche la moglie Elizabeth Holloway e la studentessa Olive Byrne, dando il via a una relazione a tre – con tanto di prole al seguito – osteggiata dall’opinione pubblica benpensante. Le implicazioni feticistiche e femministe di questo rapporto non convenzionale servirono da banco di prova per la nascita del celeberrimo personaggio dei fumetti dell’eroina amazzone, inizialmente concepito da Marston come strumento popolare per veicolare il frutto dei propri studi e svegliare le coscienze dal torpore della repressione attraverso una maggior consapevolezza e apertura dei propri costumi sessuali .

Sempre di feticismo si parla con Revenge di Coralie Fargeat, miglior risposta al femminile ai recenti episodi di abusi e molestie subiti dalle donne per mano degli uomini. La protagonista, che ha il volto provocante di Matilda Lutz, dopo essere stata violentata in una villa sperduta nel deserto imbraccia il fucile e dà inizio a una carneficina, vestita di un succinto abito che nel corso del film si riduce sempre di più. Così facendo, le dinamiche della vendetta e la figura di questo angelo della morte si caricano di una sensualità a tratti perversa.

Perversioni che, al contrario, si esplicitano nel delirante progetto porno-horror concepito dal musicista cult Flying Lotus. Kuso, infatti, è un’opera radicale dove il sesso, il sangue, effluvi corporei e decomposizioni organiche si mescolano in modo esasperato e visionario all’interno di un mondo post-apocalittico, avvalendosi di tecniche e linguaggi variegati che portano la stop-motion a interagire con il live action, il disgusto a stare in equilibrio con l’ironia e l’horror a essere in armonia con il sesso più estremo.

Anche il cinema italiano visto a Torino era in linea con questa tendenza. A dimostrarlo, Blue Kids di Andrea Tagliaferri e Favola di Sebastiano Mauri, ma anche il ritorno queer-pop di Roberta Torre con Riccardo va all’inferno. Se quella raccontata da Tagliaferri è una giovinezza disagiata dove la morbosità tra fratelli sconfina in una sessualità conflittuale e quasi incestuosa, in Favola lo sguardo è gioioso e Filippo Timi, nei vivaci panni en travesti di una donna, abbatte ogni distinzione di genere, esaltando la libertà dei costumi ed esortando a vivere la propria sessualità senza frustrazioni, tabù o vergogna.

Anche in altri film del festival, all’apparenza meno esposti, si respirava la stessa aria di irrequietezza. Si pensi ai gemelli incestuosi di The Lodgers, agli amori passeggeri di Juliette Binoche in Un beau soleil intérieur o a quelli più tormentati di Emily Beecham in Daphne. Ma c’erano anche l’esperimento di coppia documentato da Josephine Decker e Zefrey Throwell in Flames e la pluralità identitaria che affligge il protagonista di They.
E che dire della filmografia di Brian De Palma, da sempre all’insegna dell’ambiguità e del feticismo? E della sezione “AmeriKana” curata da Asia Argento? Qui l’altra America, quella delle province e degli outsider, passa attraverso le famiglie disfunzionali di Out of the Blue o di Ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Ed è stata ancora Asia, con la performance Trabalho de Concentração, a coinvolgere pubblico e stampa in una cerimonia sabbatica tra sciamanesimo e Suspiria inneggiante all’avvento di una Lady Jesus/Lesbian Jesus. Quarant’anni fa l’illuminato Alain Robbe-Grillet parlò di «spostamenti progressivi del piacere». Tutt’altro che anacronistico, il processo è ancora e più che mai in atto.

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