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6 dicembre 2017

Startup europee, arrivano i fondi

In media le nostre aziende hi-tech nella fase di lancio raccolgono un quinto di quelle americane. Ora l’Europa ha un piano per risolvere il problema

Gustavo Pigafetta

Dal numero del 7 dicembre in edizione digitale

Il problema si trascina da oltre un decennio, dall’epoca d’oro della telefonia mobile europea, quando marchi come Nokia, Ericsson e Alcatel dettavano legge, creavano posti di lavoro, attiravano piccoli e grandi investitori. L’industria hi-tech continentale soffre di nanismo, a partire dalla ricerca e sviluppo.

O, meglio, l’Europa – nonostante gli anni di crisi – eccelle ancora nella ricerca scientifica. Il settore nel quale le cose invece non funzionano affatto è lo “sviluppo”: le innovazioni faticano a trasformarsi in prodotti, aziende, posti di lavoro, profitti, gettito fiscale. Peggio ancora, spesso quelle stesse idee vengono “adottate” altrove, da aziende americane e asiatiche che le portano sul mercato trasformandole in successi planetari. Il caso più noto è quello di Skype, azienda estone acquistata prima da eBay e poi incorporata da Microsoft…

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Per rimediare a questa situazione l’Unione europea ha destinato 400 milioni di euro a un programma di investimento pubblico-privato da 2 miliardi per aiutare le piccole imprese tecnologiche a raggiungere le dimensioni di scala necessarie a competere sul mercato internazionale. A capo del progetto c’è il commissario per la Ricerca e l’Innovazione Carlos Moedas, che in passato ha lavorato per Goldman Sachs. Occorre trasformare l’innovazione in posti di lavoro e profitti in Europa, ha spiegato.

Nelle prossime settimane Moedas nominerà i primi gruppi incaricati di gestire i cinque fondi di investimento (con un capitale di circa 400 milioni ciascuno) su cui poggia il progetto. In parallelo, l’Ue sta raccogliendo un gruppo di investitori privati che dovrà aiutare il nuovo Consiglio europeo per l’innovazione (Eic), voluto dallo stesso Moedas, a selezionare idee e startup promettenti. «Penso che questo progetto farà la differenza, le somme sono tutt’altro che irrilevanti», ha dichiarato al Wall Street Journal Herman Hauser, co-fondatore di Amadeus Capital Partners, già fondatore della chip designer ARM Holdings (acquistata lo scorso anno dalla giapponese SoftBank per 32 miliardi di dollari) e tra gli artefici dell’Eic.

Il progetto si ispira ai venture capital funds americani. Proprio i finanziamenti si sono dimostrati l’anello debole della catena che dall’innovazione dovrebbe portare ai profitti. Secondo Invest Europe, a parità di valore, le startup europee hanno raccolto negli ultimi tre anni un quinto di quanto ottenuto in media da quelle americane (dieci anni fa la proporzione era di un terzo). Ma c’è di peggio: in media i fondi di venture capital europei creati negli ultimi cinque anni hanno dimensioni di oltre la metà inferiori a quelli statunitensi.

Proprio l’eccessiva frammentazione del mercato del venture capital europeo sarebbe all’origine del nanismo della nostra industria hi-tech: in proporzione le startup Usa hanno accesso a una quantità di capitali trenta volte maggiore. «Non puoi avere la Silicon Valley se non hai prima Wall Street», spiega François Veron, partner del gruppo di investimento francese Newfund. Manca, inoltre, un vero mercato unico digitale. Il rischio è che un progetto, in potenza virtuoso, finisca per incepparsi davanti all’eccesso di burocrazia e, soprattutto, al ginepraio di leggi differenti che regolano il settore.

[Foto in apertura Fabian Weiss / laif / contrasto/em>]

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