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6 dicembre 2017

Per amore, solo per amore

Storia di come Jane, moglie di Kurt Vonnegut, lo abbia trasformato in un grande scrittore. E degli altri, da King a Didion, che senza partner non ce l'avrebbero fatta

Giulio D'Antona

Dal numero del 7 dicembre in edizione digitale

In una lettera del settembre 1945 scritta da Fort Riley, in Kansas, dov’era sotto le armi dopo essere sopravvissuto al bombardamento di Dresda in una prigione tedesca, il ventiduenne Kurt Vonnegut – che ancora non era uno scrittore, non era destinato a essere uno scienziato e sicuramente non si sarebbe iscritto a legge – si domandava cosa sarebbe diventato dopo il congedo, che sembrava non arrivare mai: «Un ricco, un mendicante, un ladro, un dottore, un avvocato, un mercante, il capo di qualcuno…». La lettera, proveniente dall’archivio privato della famiglia Vonnegut e contenuta nella raccolta Letters (pubblicata nel 2012 e ancora priva di traduzione in italiano), è indirizzata all’amore della sua vita, Jane Cox, con la quale si era appena sposato. Non sappiamo con esattezza cosa gli abbia risposto Jane riguardo il futuro, ma possiamo intuirlo: il suo destino sarebbe stato quello di scrivere. Lei non aveva dubbi…

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Nella sua prima biografia italiana, dal titolo Kurt Vonnegut Jr. (Odoya, 2016), l’autore Pascal Schembri si sofferma a lungo su due episodi drammatici: la distruzione di Dresda, naturalmente, e il suicidio della madre. Decisamente fondamentali per l’uomo ma, probabilmente, non decisivi per lo scrittore, se non fosse esistita Jane. Vonnegut ha sempre attribuito alla moglie la sua carriera, senza pensarci più di tanto. Si conoscevano fin da bambini e sono stati amici per tutta la vita. Hanno cominciato a scriversi quando hanno lasciato Indianapolis per le rispettive università e lo hanno fatto ogni volta che si sono trovati separati. Si sono sostenuti a vicenda, entrambi volevano diventare scrittori e l’uno pensava il meglio dell’altro. Lo leggeva, lo indirizzava, lo consigliava. «Vorrei saper scrivere come te», diceva Kurt in una lettera senza data. «Adesso tu sei il compositore e io lo strumento musicale. Periodicamente, ci diamo il cambio».

Mentre lui era a Fort Riley, impiegato come furiere e impegnato in un lavoro logorante e noioso, è stata lei a chiedergli di dedicare alla scrittura almeno due ore al giorno e lui ha accettato di buon grado: dalla cinque e mezza alle sette e mezza di sera, dopo il turno, lavorava su quelli che sarebbero diventati i suoi primi racconti e che, puntualmente, spediva a Jane pezzo per pezzo. «Qualsiasi cosa ti sembra sia da cambiare o da aggiustare, per favore fallo», le scriveva. E lei aggiustava, sosteneva, criticava, rispondeva con consigli di lettura e speranze per il futuro.
Jane era la sola persona al mondo in grado di plasmare la personalità del Vonnegut scrittore e l’unica che avrebbe potuto porre fine alle sue aspirazioni. Non lo ha fatto, per nostra fortuna.

Esistono vari cliché nell’epica della formazione degli scrittori e il rapporto tra Kurt e Jane può sembrare uno di questi: la donna che per il bene della carriera del marito rinuncia ad averne una propria. Non è andata così. I Vonnegut funzionavano come un tutt’uno perfettamente organico, sensato e benefico. Jane non è la figura che rimane nell’ombra per mandare avanti il genio, ma è la garanzia, il sigillo di qualità su ogni singola parola scritta da Kurt, il motore della sua sicurezza e la luce di ogni momento buio. «Ho una maledetta paura di non esserci tagliato, di non essere in grado», scriveva Kurt. «Non voglio far crollare le tue meravigliose speranze, non voglio deluderti e non voglio nemmeno che questa mia aspirazione rimpiazzi l’amore».

Jane non era soltanto la voce esterna che lo spronava a continuare o che correggeva gli errori e alimentava le certezze, era anche l’oggetto della maggior parte dei suoi racconti e il personaggio principale per ogni sua idea di romanzo. Come Howard ed Helga in Madre notte – pubblicato in Italia nel 2007 da Feltrinelli, traduzione di Luigi Ballerini – i Vonnegut erano una nazione a due e lo sfaldamento di quella nazione avrebbe portato alla caduta di entrambi. «Il mondo è diviso in due: noi e gli altri», diceva lui. «Trionferemo contro ogni potere». In una lettera entusiastica del novembre 1945, Kurt descrive il suo stupore nel leggere le corrispondenze di guerra su Newsweek. «So già tutto di questa storia. Io c’ero, perdio. Ero lì!». «Ecco il tuo romanzo», ha risposto Jane. È probabilmente inutile specificare di che libro si tratti e di come abbia avviato la carriera di uno che è considerato tra i pilastri della letteratura americana, ma la dichiarazione di intenti di Kurt rende lampante quanto la sua sola esperienza diretta non avrebbe potuto reggere la prova: «Cercherò di ricordare ogni singolo dettaglio, entrerò nel profondo della mia memoria e ne uscirò con un racconto. Ma non posso farlo senza il tuo aiuto. Non farò niente senza il tuo aiuto».

Si dice che Stephen King stesse per buttare via il manoscritto di Carrie e che sia stata sua moglie Tabitha a ripescarlo e mandarlo a un editore senza dirlo a suo marito, il quale altrimenti avrebbe continuato a essere un’insegnante anonimo. Il romanzo d’esordio di King gli ha fruttato 2500 dollari d’anticipo, ma ha venduto più di 400 mila copie nella prima edizione, lo ha strappato all’alcolismo e lo ha instradato su quello che potrebbe essere considerato il più grande successo planetario per un romanziere.

Véra Nabokov è andata oltre, ripescando il manoscritto di Lolita dalle fiamme e restaurandolo per renderlo vendibile. Può sembrare che la questione economica sia secondaria, nelle storie di letteratura, ma come scriveva Kurt a Jane: «Non è un’opera d’arte, ma il tentativo di raggranellare qualche soldo». Certo, può darsi che lui lo dicesse per scaramanzia, ma resta l’ammissione che «se non posso guadagnarci qualcosa, non avrò il coraggio di tornare a casa per la colpa di averti delusa».

In un parallelo che ha molti più elementi in comune con la storia di Kurt e Jane di quanti se ne possano immaginare, il fumettista Art Spiegelman, con il suo capolavoro Maus, graphic novel che gli è valsa il Pulitzer nel 1992, è stato in grado di tradurre in letteratura la gratitudine verso sua moglie Françoise – che assieme a lui ha fondato, curato e pubblicato la rivista Raw e dal 1993 è la art editor del New Yorker – e trasmetterla su due livelli: il primo immediatamente riconoscibile, rendendola presente in ogni vignetta attraverso il racconto del lavoro di ricerca e di composizione dell’opera; il secondo più sussurrato, con la sovrapposizione del proprio amore a quello sconsiderato e salvifico del padre Vladek verso la moglie Anja. «Spesso, quando non sapevo come avrebbe potuto reagire mia madre a un gesto o una domanda di mio padre nel fumetto, ho cercato di mettere Françoise nella stessa situazione, per vedere come rispondeva lei e copiarne l’espressione», ha detto Spiegelman in un’intervista. «La cosa più stupefacente è che, ogni volta che alzavo la testa per cercarla, lei era lì, molto più vicina e disponibile di quanto avrei potuto pensare».

Ha detto Joan Didion del marito John Gregory Dunne: «Forse è che siamo entrambi inclini alla depressione, ma non riesco a concludere un lavoro senza essermi lamentata con lui almeno una decina di volte, averci litigato una ventina ed essere tornata sui miei passi tutte le volte che lui me l’ha consigliato», in qualche modo bilanciando con il cinismo l’adorazione reciproca dei Vonnegut. È anche probabile che, come dicono, questo sia il mestiere più solitario del mondo, che induca all’autocommiserazione e alla perdita di sé. Però, se esiste qualche prova di salvezza nella scrittura, viene dai binomi: Kurt e Jane, Art e Françoise, Joan e Greg.

[Foto in apertura Roger Ressmeyer / Corbis / Getty Images]

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