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6 dicembre 2017

Dieci cose di cui parlerete nel 2018

Donne registe, influencer bambini, big data contro la discriminazione. Cosa ci attende nel 2018 per il colosso della comunicazione J. Walter Thomson

Mattia Salvi

 ► Dal numero di pagina99 dell’8 dicembre in edizione digitale

Il prossimo anno parleremo molto di questioni di genere e razzismo nei media, di intelligenze artificiali e di influencer bambini. Le previsioni, si sa, sono fatte per essere disattese. Ve ne sono alcune, però, più attendibili di altre. Alla J. Walter Thomson, agenzia di comunicazione e brain building al cui interno opera la sezione “Intelligence” dedicata a data analytics, previsioni, individuazione di nuovi trend, hanno stilato una lunga lista di cento cose che diventeranno importanti nel 2018. Abbiamo selezionato le dieci che riguardano il mondo della cultura e delle idee.

 

1. Lo sguardo femminile

Nel week end del suo debutto negli Stati Uniti, Wonder Woman ha guadagnato oltre cento milioni di dollari. Mica male per il la prima volta di un film della Dc/Marvel con una donna protagonista e, soprattutto, diretto da una delle sole tre registe di film d’azione che hanno potuto girare con un budget di oltre cento milioni di dollari. «Nell’attuale “stagione femminista”, le persone prestano sempre più attenzione alle donne che lavorano dietro la scena nel cinema, nei media, nella fotografia», sostengono gli analisti di Thomson.

 

2. Intersezionalità

Alla fine degli anni Ottanta, l’avvocata e femminista Kimberlé Crenshaw inventò la parola “intersezionalità” per indicare come le questioni di razza, identità di genere, orientamento sessuale, classe si sovrappongano creando nuove forme di discriminazione nella vita di ciascuno di noi. Essere gay, bianco e ricco non è la stessa cosa, per fare un esempio, di essere gay, nero e povero, a livello di opportunità lavorative e discriminazioni. Ora che il tema della diversità domina il discorso pubblico, il concetto di “intersezionalità” torna ad affacciarsi nei panel, nei dibattiti, nelle strategie delle aziende per le politiche inclusive.

 

3. Nuovi lavori dei millennial

L’innovazione tecnologica (e la mancanza di alternative, andrebbe aggiunto) stanno creando nuovi lavori e carriere inimmaginabili solo dieci anni fa. Alla Thomson ne individuano tre possibili tra le tante: i “microinfluencer”, persone che hanno un seguito sui social tra i mille e i centomila contatti, in grado di attivare campagne di marketing più efficaci di quelle basate sulle grandi celebrità. Un esempio tra i tanti: Liz Wible, una instagrammer che ha meno di 12.000 follower eppure può vantare collaborazioni con Whole Foods, Sweetgreen, Polaroid. Altri due nuovi mestieri che stanno imponendosi: il “videographer personale”, ovvero chi fornisce servizi video-foto a chi vuole alimentare professionalmente i propri profili social, e il “doulas”, ovvero una persona che fornisce supporto emozionale (e non solo) a chi affronta una maternità.

 

4. Il ritorno della religione

Specialmente in Asia e segnatamente nella Cina comunista si sta verificando un ritorno del sentimento religioso, come già evidenziato dal saggio di Ian Johnson uscito quest’anno, Souls of China: The Return of Religion after Mao. Nel sud-est asiatico, intanto, assistiamo a una forte crescita dell’Islam mentre non si può dimenticare il ruolo degli Evangelisti nell’ascesa di Trump.

 

5. Le app per appuntamenti dal vero

Il problema di Tinder è che in realtà, alla fine, non ci si incontra (quasi) mai dal vero. Le nuove app di dating di cui sentiremo parlare sempre più spesso sono studiate per incentivare gli incontri reali. Una strada già percorsa dalla app Bumble con il lancio di The Hive, un luogo dove si possono incontrare le persone che si connettono tra loro. Il trend, sostengono a Thomson, è quello di venire incontro alle esigenze dei millennials, stufi di limitare la loro esperienza al mondo virtuale.

 

6. La guerra dello streaming

Netflix e i suoi eredi: il 2018 sarà l’anno dell’esplosione nell’offerta di servizi di contenuti in streaming, un campo in cui si muoveranno con sempre più decisione colossi del calibro di YouTube e Facebook, ma anche realtà più piccole concentrate su contenuti di nicchia come Spuul dedicato a Bolliwood o Mubi per i film indie.

 

7. Lo storytelling interattivo

Stra-annunciata senza mai essersi veramente imposta, specialmente nell’editoria libraria, l’interattività nello storytelling dovrebbe alla fine imporsi nei prossimi dodici mesi. Carla Engelbrecht Fisher, direttore dell’innovazione a Netflix, ne ha parlato in un’intervista su Rolling Stones. «Il nostro ecosistema è costruito interamente per dispositivi interattivi». La prima sperimentazione è stata fatta con Puss in Books, un corto mandato in Rete a giugno. A ottobre, inoltre, il registra e produttore Steven Soderbergh ha pubblicato il trailer di Mosaic, storia di un delitto navigabile in modalità multimediale. La miniserie prodotta da Hbo sarà disponibile da gennaio.

 

8. Data democracy nei film

I big data incrociano il tema della discriminazioni per genere, razza e orientamento sessuale nelle rappresentazioni culturali: nel 2017 è stato sviluppato dal Geena Davids Institute on Gender in Media un tool che analizza quantitativamente la (sotto)rappresentazione delle donne nel cinema. Strumenti simili potrebbero essere utilizzati da realtà come Netflix per migliorare il grado di inclusività dell’offerta.

 

9. La creatività incontra l’AI

Ad agosto del 2017 a Londra Wayne McGregor ha messo in scena il primo spettacolo dove intelligenze artificiali e uomo collaborano: le sfere sospese sopra il ballerino si spostano seguendo sì i movimenti dell’uomo, ma secondo uno schema in parte imprevedibile e frutto delle scelte di una intelligenza artificiale. «Non possiamo impedire che tra macchina e uomo vi sia una connessione» ha commentato McGregor.

 

10. Gli influencer bambini

In Omaha, Nebraska, vivono cinque cugini, tra i due e i 14 anni di età. Nel 2017 il loro canale su Youtube, KidToyTesters, ha guadagnato 140 mila dollari, hanno dichiarato i genitori a Businessweek. I grandi brand, sostengono gli analisti di Thomson, sono convinti che la “generazione Alpha” rivoluzionerà le strategie social delle aziende. E non vogliono farsi cogliere impreparati, senza troppi riguardi per la giovanissima età.
[Foto in apertura di Matt Writtle]

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