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1 dicembre 2017

L’élite digitale ci ha traditi?

La Valle prometteva di risolvere i problemi del mondo. Ora si ritrova sul banco degli imputati. Abbiamo chiesto a Noam Cohen e Ankur Jain perché

Gabriella Colarusso

 ► Dal numero del 1 dicembre in edizione digitale

Nel giorno dello Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, festa sacra per gli ebrei, Mark Zuckerberg, fondatore e Ceo della più estesa comunità digitale del mondo – due miliardi di utenti attivi ogni mese – ha chiesto perdono: «Per i nostri errori. Per come il mio lavoro è stato usato per dividere le persone anziché unirle».

Il “pentimento” di Zuckerberg ha sorpreso solo in parte. Da più di un anno Facebook è al centro di una tempesta perfetta, accusato di aver taciuto sulla propaganda russa durante la elezioni americane, di contribuire a polarizzare l’opinione pubblica, di favorire la diffusione di notizie false, di manipolare le nostre psicologie fragili (copyright: l’ex presidente di Facebook, Sean Parker, non proprio uno qualunque), e persino di “minacciare la democrazia”. Ma non si tratta solo di Facebook né tantomeno solo di fake news.

In America, dove il dibattito sulle conseguenze politiche, sociali, economiche della rivoluzione digitale è più maturo e in corso da tempo, sul banco degli imputati ci sono tutti i grandi colossi dell’economia digitale: Google, Twitter, Uber, Amazon, l’intera Silicon Valley, a cui si imputa di aver dato vita a un’industria globale dominata da pochi monopoli che fondano il loro potere sulla gestione dei nostri dati e hanno accumulato ricchezze stratosferiche, finendo così per alimentare le diseguaglianze.

Si discute di violazioni della privacy e di sorveglianza diffusa, dell’inganno di servizi offerti gratuitamente ma che in realtà ci costano un monitoraggio costante e profilato dei nostri comportamenti online, dell’automazione che stravolge il mondo del lavoro, del confine saltato tra politica e mercato: può un’azienda, per quanto grande e potente, rifiutare di fornire dati all’Fbi che indaga su un attentato?

Dieci anni fa sarebbe stata impensabile una “rivolta” del genere. L’élite tecnologica della Valle rappresentava l’avanguardia di un nuovo capitalismo umanista, che vedeva nella tecnologia uno strumento per risolvere i problemi del mondo. La cultura libertaria e antistatalista dei suoi leader era fonte di ispirazione: puoi essere imprenditore di te stesso, e puoi cambiare le cose.

Quello storytelling era ideologia buona per un mercato desideroso di nuovi miti, vero, ma anche il discorso apocalittico di questi mesi sembra strabico ed esasperato. Zuckerberg&Co non erano i salvatori del mondo dieci anni fa, non sono diventati oggi quelli che lo distruggeranno. Pure l’influenza politica che viene attribuita loro andrebbe ridimensionata, ricondotta alle giuste proporzioni, ha fatto notare di recente, in un articolo sul Guardian, uno dei critici più severi del capitalismo digitale, Evgeny Morozov: Goldman Sachs o le grandi compagnie petrolifere restano più potenti e influenti sulla politica di Alphabet o di Facebook.

Questo non significa che i problemi non ci siano. Se Zuckerberg ha chiesto scusa è perché la crisi della Silicon Valley non è un’invenzione – gli stessi ex dipendenti di Google o di Facebook fanno pubblica ammenda per le tecnologie che hanno contributo a creare – e ha conseguenze su tutti noi che sulle piattaforme digitali passiamo gran parte del nostro tempo, socializziamo, ci informiamo, lavoriamo, amiamo.

L’utopia è finita? Per capire cosa sta succedendo abbiamo parlato con due personalità che da anni vivono e analizzano le mutazioni di Palo Alto, seppure da due prospettive molto diverse: Ankur Jain, imprenditore, venture capitalist e fondatore della Kairos Society, e il critico dei media, ex collaboratore del New York Times, Noam Cohen.

L’intervista a Ankur Jain   (Leggi)
L’intervista a Noam Cohen   (Leggi) 

[Foto in apertura Alec Soth / Magnum Photos / Contrasto ]

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