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30 novembre 2017

Il popolo in declino delle partite Iva

In dieci anni è calato il numero di posizioni precarie, ma le riforme hanno fallito l’obiettivo di dare un posto fisso anche ai più giovani

Samuele Cafasso

 ► Dal numero del 1 dicembre in edizione digitale

Mito fondante nel racconto della precarietà dei giovani lavoratori italiani, il popolo delle partite Iva si guarda alle spalle dopo la crisi scoprendosi sempre meno numeroso. Un destino condiviso con co.co.co e collaboratori. Al loro posto, ci sono più lavoratori a tempo determinato, il motore della ripresa occupazionale in corso dal 2014, mentre i fortunati del posto fisso rimangono numericamente invariati dal 2007 ad oggi.

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L’Inapp, l’istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, ente di ricerca vigilato dal ministero del Lavoro, ha pubblicato un’analisi sui flussi del lavoro suddivisi per tipologia (autonomi o dipendenti) che permette di fare ordine nel dibattito molto ideologico sulla precarietà in Italia. Semplificando molto, si può dire che mentre è fallito l’obiettivo di alzare la quota di lavoratori assunti a tempo indeterminato, le riforme degli ultimi dieci anni sono riuscite almeno in parte a spostare la popolazione più precaria – partite Iva e collaboratori – a uno scalino più alto, quello del lavoro a tempo determinato. O, per meglio dire: dopo il crollo post-crisi che ha colpito soprattutto le fasce più precarie, i nuovi entrati si sono concentrati soprattutto nella tipologia del lavoro a tempo determinato, dribblando quelli che una volta erano i molti diffusi co.co.co, o finte partite Iva.

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«Dal 2014 – spiega l’analisi di Marco Centra e Valentina Gualtieri – l’aumento del numero di occupati è dovuto esclusivamente all’occupazione dipendente (più 834 mila unità), il cui incremento ha più che compensato la flessione costante degli occupati indipendenti». L’occupazione indipendente ha avuto due momenti di caduta: è stata prima falciata dalla crisi del 2009 e poi messa nuovamente in crisi dalla riforma Fornero del 2012. Se guardiamo poi ai risultati del Jobs Act, cioè ai dati dal 2015 in poi, si conferma il calo di lavoratori in proprio e collaboratori, a fronte di un aumento soprattutto dei contratti a tempo determinato, mentre i tempi indeterminati hanno subito un sussulto positivo solo negli anni in cui erano disponibili i super incentivi del governo per la stabilizzazione.

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La relazione affronta anche il tema dei licenziamenti, più facili grazie al Jobs Act. «I nuovi rapporti di lavoro avviati a tempo indeterminato – sostengono i ricercatori – sembrano avere una marcata stabilità: non sembra infatti essersi verificato l’aumento del turnover che si temeva potesse essere provocato dalla revisione della disciplina sul licenziamento e dalla sostituzione di una quota di contratti che in assenza degli incentivi sarebbero stati, presumibilmente, a termine.

[Foto in apertura di Gregor Schuster / Getty Images]

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