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1 dicembre 2017

Noam Cohen: «I big della Silicon Valley non sono nostri amici»

La crisi d'identità della Silcon Valley è innanzitutto una crisi culturale della sua élite. «L'Idealismo degli inizi non c'è più», dice l'autore di The Know-It-Alls

Gabriella Colarusso

 ► Dal numero del 1 dicembre in edizione digitale

Come ha fatto un gruppo di hacker idealisti che voleva migliorare il mondo a trasformarsi, agli occhi di una buona fetta dell’opinione pubblica e in poco tempo, in una forza oscura della democrazia? O siamo tutti preda di un’isteria neoluddista?

«La Silicon Valley non è nostra amica, le grandi compagnie tecnologiche non hanno come priorità i nostri interessi e le persone cominciano a rendersene conto», ha scritto Noam Cohen, critico dei media e giornalista, che dal 2009 racconta sulle colonne del New York Times, nella rubrica “Link by Link”, quello che accade nella culla dell’innovazione, gli uomini che contano, gli interessi e le strategie, l’influenza delle Internet company sulla società. Il suo libro, The Know-It-Alls, pubblicato da poco negli Stati Uniti (edizioni The New Press) è la storia di un innamoramento collettivo seguito da un brusco risveglio, la perdita dell’innocenza…

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«L’idealismo degli inizi non c’è più», mi dice. «La Stanford University e i venture capitalists che si sono raccolti intorno alla Silicon Valley hanno spinto quelli che una volta venivano chiamati “hackers” con un afflato positivo – prima che venissero identificati con i ladri di files – a trasformare la loro ossessione per i computer in grandi business, che oggi hanno delle gravi ricadute sulla democrazia. Si pensi ai fondatori di Google, Page e Brin, per esempio: avevano concepito la loro invenzione come libera dalla pubblicità. Raccoglievano dati solo per migliorarla. Quando poi si sono trovati in mano un grande business, quei dati si sono dimostrati incredibilmente potenti per la pubblicità profilata. Discorso diverso per altri come Jeff Bezos e Peter Thiel, che venivano dal settore bancario e hanno sempre avuto in mente il business. Non c’era innocenza da perdere».

Sta dicendo che la crisi della Silicon Valley è una crisi culturale della sua élite?

Per molti americani, compreso Zuckerberg, l’elezione di Donald Trump è stata l’occasione di un serio esame di coscienza, soprattutto quando è venuto fuori che Facebook, Google e Twitter sono rimasti a guardare mentre i russi usavano le loro potenti piattaforme per fare propaganda a favore di Trump. Paragono queste ricche e influenti società tecnologiche a quelle che inquinano i fiumi a valle. I benefici sono facili da vedere, i costi sono nascosti e vengono pagati da tutta la società. Il Paese si sta ribellando contro questo, e ciò sì, rappresenta una crisi profonda per l’élite tecnologica.

Lei mette sotto accusa l’ideologia libertaria che è alla base del successo della Silicon Valley, eppure è la stessa che ci ha regalato Internet.

Ma è anche quella di chi crede che le regole decise dai governi siano negative e ostacolino l’ “innovazione” e l’efficienza. Il libertarianesimo immagina un mondo in cui siamo tutti impegnati in un combattimento mortale per portare a casa il pane quotidiano. Quello che Reid Hoffman descrive nel suo libro The Start-Up of You: è l’uberizzazione del lavoro, in cui ognuno di noi è responsabile del proprio welfare – “se non riesci ad adattarti”, scrive Hoffaman, “nessuno – né il tuo datore di lavoro né il governo ti raccoglieranno quando cadrai”. Una vita feroce.

Servono nuove regole, dice, ma quali?

Alcune società sono diventate troppo grandi, e la loro dimensione sta danneggiando la società. Bisogna capire se abbiamo ancora gli strumenti normativi e la coesione sociale necessari per frenare questi monopolisti. L’urgenza di diventare sempre più grandi – fai qualsiasi cosa perché le persone si connettano alla tua piattaforma – ha molti effetti dannosi perché significa che le aziende devono usare l’automazione per avere a che fare con le persone. Non esiste un servizio clienti a misura d’uomo: se Facebook ha due miliardi di utenti, come può rispondere ai problemi e ai bisogni umani di tutti questi individui? Accettiamo funzioni impensabili – per esempio che venga bloccata la foto della guerra in Vietnam con la bambina nuda che scappa dopo un attacco col Napalm, mentre consentiamo che vengano indirizzate pubblicità ai bambini. Questo perché un computer non discerne.

In Europa il dibattito sugli, diciamo così, effetti indesiderati degli sviluppi tecnologici è in larga parte concentrato sulle fake news. Consentire agli Stati di regolare questo aspetto non rischia di aprire la strada alla censura?

Certamente, è pericoloso pensare che sia il governo a decidere cosa è una notizia vera. Ed è certamente pericoloso che lo decidano Facebook, Google o Amazon.

La soluzione è non cercare nessuna soluzione.

È alquanto bizzarro doverlo dire, ma quello di cui abbiamo bisogno è sostenere istituzioni come i giornali e le università per farle crescere in modo che possano svolgere bene il loro ruolo. Le nostre istituzioni sono state così danneggiate che ora ci troviamo a chiederci: “come facciamo a essere d’accordo su cosa è vero?” Beh, una società sana dovrebbe avere gli strumenti per scoprirlo. Sembra quasi che la disruption della Silicon Valley stia decostruendo i nostri valori condivisi.

[Foto in apertura Alec Soth / Magnum Photos / Contrasto ]

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