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1 dicembre 2017

Ankur Jain: «La Silicon Valley ha rimosso i bisogni veri»

La Silicon Valley è sotto attacco perché ha dimenticato i problemi della classe media impoverita, dice il fondatore di Kairos Venture

Gabriella Colarusso

 ► Dal numero del 1 dicembre in edizione digitale

«La Silicon Valley è sotto attacco, e ce lo meritiamo. Abbiamo dimenticato i problemi che stanno schiacciando i giovani e la classe media americana». Ankur Jain ha 27 anni, è un tipino elegante e sorridente, è nato a Bellevue, contea di Washington, da genitori di origini indiane entrambi noti imprenditori tecnologici. Quando aveva 22 anni ha fondato la sua prima startup, Humin, poi acquisita da Tinder, di cui è stato vice presidente di prodotto per un anno prima di decidere che si sarebbe dedicato a tempo pieno alla sua nuova creatura, la Kairos Society Venture, un fondo di investimenti lanciato a metà novembre per sostenere imprese con una specie di “missione sociale”: risolvere i problemi concreti della classe media impoverita. Cose come affitti, debiti, disoccupazione…

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Qualche settimana fa Jain ha annunciato il lancio del fondo (che è un braccio della più grande Kairos Society, una organizzazione internazionale di giovani imprenditori) con un post molto duro sulla crisi della Silicon Valley, in cui puntava il dito sulle responsabilità – anche – dei grandi investitori: quelli, per capirci, che stanno dietro la nascita di Facebook, Google e di altri colossi e che hanno fatto grande Palo Alto nel mondo.
«Più di 160 miliardi di venture capital vengono ogni anno investiti in startup», ci spiega Jain, «ma la maggior parte delle innovazioni che queste producono sono guidate dall’ultima moda, non dai problemi reali che dobbiamo affrontare».

Mentre noi pensiamo alle criptomonete, dice Jain, le «nostre comunità devono affrontare difficoltà sempre più pesanti. Il debito studentesco ha raggiunto livelli disastrosi, gli affitti sono a livelli record, i costi per mantenere i bambini sono alle stelle. È questa la crisi della Silicon Valley. La tecnologia impatta sulla vita delle persone come mai prima nella storia, più dei governi. Il mondo tech ha un potere crescente ma insieme ad esso viene la responsabilità. Dobbiamo sviluppare nuove tecnologie e allo stesso tempo occuparci dei problemi che queste creano».

Ma perché i capitani di impresa che volevano cambiare il mondo hanno finito per interessarsi più delle consegne a domicilio di “burrito” che non degli ultimi, dei dimenticati? Cosa è successo alla Silicon Valley, ha perso la sua umanità o quella di cambiare il mondo è stata solo sempre una bella favola? «Più di qualsiasi altra cosa, è una storia di offerta e domanda. Dieci anni fa semplicemente non c’era così tanto denaro o talento nell’ecosistema della Silicon Valley. Non c’erano ancora quei ritorni massicci che hanno creato decine di milionari “in una notte”. Oggi ci sono così tanti soldi che confluiscono nei venture capital che le persone inseguono risultati e vittorie immediate. Prima, gli investitori avevano piani di investimento a lungo termine, e così erano in grado di evitare i cicli di hype. Inoltre, in passato non c’erano così tanti tech incumbents in cui investire, come Facebook, Google, Amazon. Senza la garanzia di opzioni di ritorni a breve termine, i finanziatori erano più orientati a risolvere i problemi delle loro aziende sul lungo periodo. Ora c’è bisogno di orizzonti e sguardo lungo».

Il Kairos Fund metterà sul piatto 25 milioni di dollari per sostenere le imprese che sceglieranno di occuparsi di debito studentesco, riqualificazione del lavoro, spese delle famiglie. Soprattutto, per chi deciderà di fare i conti con l’altra grande paura collettiva che la parola Silicon Valley si porta dietro: l’automazione, la fine del lavoro.

«Il timore che i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale distruggeranno posti di lavoro è fondato, senza dubbio l’automazione avrà implicazioni sulla sicurezza lavorativa per milioni di persone, ma non sarà la “fine del lavoro”, sarà piuttosto un suo radicale cambiamento», spiega Jain. «Perciò è cruciale identificare ora quali saranno le nuove opportunità, in modo tale da formare le persone per i nuovi bisogni delle aziende. Ma è necessario occuparsi anche di chi il lavoro lo perde. Oggi un americano ha in media meno di cinquemila dollari di risparmi, perdere il lavoro può essere devastante, come possiamo assicurarci che le persone cadano in piedi e abbiano un percorso chiaro di reinserimento nel mercato?».

Finanziare qualche startup con spirito sociale è obiettivo utile e nobile, ma non sembra la soluzione. Di nuovo: monopoli, diseguaglianze crescenti, concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Come se ne esce senza nuove regole? «Il bisogno di regolazione dipenderà da quale livello di responsabilità la Silicon Valley deciderà di assumersi: continuare a alimentare le diseguaglianze o invece impegnarsi per ridurle. La tecnologia può essere un alleato formidabile della democrazia, ma dobbiamo volerlo. Io credo che la prossima generazione di grandi imprenditori non vivrà a San Francisco, ma in giro per il mondo», conclude Jain, «e il denaro seguirà. Il nostro compito ora è trovare i migliori e più brillanti e assicurarci che abbiano le risorse necessarie per riuscire».

[Foto in apertura Alec Soth / Magnum Photos / Contrasto]

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