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30 novembre 2017

Il caporalato si batte allo sportello

A Castelvetrano da agosto è attivo un centro per l’impiego della manodopera straniera. Non ha cancellato lo sfruttamento, ma contribuisce a combatterlo

 ► Dal numero del 1 dicembre in edizione digitale

Castelvetrano. «Faccio la raccolta delle olive dal 2012 e ho sempre lavorato in nero», dice Abram, bracciante senegalese di 49 anni impiegato nelle campagne della valle del Belice, il principale centro agricolo del trapanese. «Quest’anno la situazione è migliorata: per la prima volta ho un contratto, sono in regola e mi sento più sicuro». A fine agosto a Castelvetrano ha aperto con successo uno “sportello per l’impiego”, primo tentativo in Italia di creare un luogo trasparente d’incontro tra domanda e offerta di lavoro per i migranti stagionali. Avere a disposizione un elenco di lavoratori extracomunitari in regola e pronti a farsi assumere è utile per le aziende agricole. E può segnare il confine fra la buona pratica e l’abuso…

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Paga con Tinaba

 

La svolta

«Ho iscritto la mia azienda allo sportello perché ho sempre creduto che solo con la legalità questa terra possa togliersi il grande peso della mafia che porta sulle spalle”, dice Vincenzo Italia, titolare della ditta Terre in Fiore di Castelvetrano. Italia sottolinea che è anche merito della discreta redditività garantita delle olive locali se riesce a produrre nella legalità. «Ho convinto una quarantina di piccoli produttori come me a delegarmi la vendita delle loro olive, così posso spuntare prezzi migliori con i grossisti. Questo mi consente di rispettare le regole e di coltivare gli uliveti in modo dignitoso». Negli ultimi 20 anni, le olive della valle del Belice sono diventate la filiera trainante dell’agricoltura locale, con circa 16mila ettari di uliveti che producono 700/800mila quintali l’anno di olive da mensa e frantoio. Lo sviluppo di una rete idrica in campagna e la messa a punto di un trattamento a base di soda per addolcire questi frutti ha reso la Nocellara del Belice un prodotto molto appetibile per il mercato italiano ed estero.

 

Le origini della ricchezza

Alla fine degli anni Novanta è stata creata una Dop e gli uliveti hanno soppiantato la vite e gli agrumeti che un tempo dominavano il paesaggio locale. La raccolta della Nocellara, però, avviene ancora per la maggior parte a mano, senza l’aiuto di reti o abbacchiatori per non ammaccare i frutti. Questo ovviamente stimola la richiesta di manodopera a cavallo fra ottobre e novembre, stagione della raccolta. La popolazione locale, come in altre parti d’Italia, non è in grado di svolgere tutto il lavoro, che viene quindi appaltato alle centinaia di migranti che si riversano nelle campagne di Castelvetrano, facili prede di caporali e loschi mediatori.

 

Nuove braccia

Un tempo la manodopera provenivano dal Nord Africa, poi dalla Romania e oggi dall’Africa Occidentale, soprattutto Senegal e Mali. «Castelvetrano è conosciuta in tutta Europa come un centro di sfruttamento del lavoro dei migranti», ammette Giacoma Giacalone, segretaria della Flai Cgil di Trapani. Ma l’iniziativa di quest’anno potrebbe cambiare questo stereotipo. Secondo l’ufficio provinciale del lavoro, durante la stagione di raccolta si sono iscritti allo sportello 850 lavoratori migranti e 208 aziende, che hanno provveduto all’assunzione regolare di 780 fra questi. «Quest’anno il fenomeno del caporalato è stato arginato», dice Felice Crescente, direttore dell’ufficio del Lavoro. «I dati sono andati oltre le aspettative e suggeriscono che le aziende cominciano a capire che lo sfruttamento di manodopera al nero, soprattutto extracomunitaria, non paga».

 

Ancora sfruttamento

Certo, questa ventata di trasparenza non significa che la questione dello sfruttamento sia risolta. Dalle interviste fatte a numerosi braccianti, risulta che la paga corrente per una cassetta da 22/23 chili di olive sia tre euro. Questo significa che un lavoratore normale difficilmente porta a casa più di 40 euro al giorno, cifra ben al di sotto dei 62 euro del minimo sindacale per una giornata lavorativa. Per non parlare della situazione degli alloggi.
I migranti che raccolgono le olive vivono perlopiù ammassati in un accampamento spontaneo sorto alla periferia di Campobello, paese di 6.000 abitanti nella campagna fra Castelvetrano e Mazara del Vallo. Sono circa 1500, con i più fortunati che dispongono di baracche in legno coperte di plastica e tenute insieme da corda da pacchi. Gli altri dormono in tende montate su pallet appoggiati sulla terra battuta, che appena piove si trasforma in fanghiglia. Ci sono una dozzina di bagni chimici che nessuno usa e docce improvvisate dove un secchio d’acqua riscaldata sul fuoco costa 50 centesimi. Un’unica capanna con un allacciamento abusivo all’elettricità che per 5 euro offre la possibilità di ricaricare i cellulari e di navigare su internet.

 

La strada da fare

Il protocollo d’intesa firmato da istituzioni, sindacati e associazioni di produttori all’origine della creazione dello sportello di collocamento prevedeva anche incentivi per migliorare la sistemazione dei lavoratori. Ma quest’anno non ha funzionato. L’unico sito messo a disposizione dai Comuni è il parcheggio di un ex oleificio sequestrato alla mafia: una colata di cemento per piantare le tende all’aperto, niente bagni e una tettoia per cucinare, senza luce elettrica né acqua calda. Non stupisce che nessuno degli stagionali abbia accettato di trasferirsi. «Il protocollo è ancora in una fase embrionale e, più che come un traguardo, va inteso come la traccia di un percorso, che speriamo sia esportabile in tutta Italia», sottolinea Giacalone. «È un tentativo di fare emergere la legalità. E di seminare l’idea che tutti possono trarne beneficio, non solo i lavoratori ma anche i cittadini che si sentono invasi dal fenomeno delle migrazioni come se fosse altro rispetto al business oleario, ricchezza del territorio».

 

[Foto in apertura di Simona Ghizzoni / Contrasto]

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