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1 dicembre 2017

L’antiberlusconismo getta la maschera

Un anno fa l’ex Cavaliere riabilitava Prodi. Adesso Scalfari fa lo stesso con lui. Nell’epoca della guerra dei ricchi contro i poveri stavano dalla stessa parte

Peppino Caldarola

 ► Dal numero del 1 dicembre in edizione digitale

Se persino nel gioco dei Pokemon esiste l’eventualità di “dare una mano al nemico”, non deve stupire se nella politica italiana, assai più aggrovigliata di un videogioco, sarebbe comparsa la scena clou in cui persone che si sono contrastate animosamente scoprano le virtù dell’altro, del carissimo nemico.

Ha fatto stupore, e scandalo fra i suoi seguaci, e persino fra i collaboratori del giornale più fedeli, l’idea, resa pubblica in tv da Eugenio Scalfari, che nel caso di uno spareggio fra Di Maio e Berlusconi lui avrebbe preferito veder vincere l’odiato ex Cavaliere. D’improvviso Flores d’Arcais ha scoperto la “natura rezionaria” della cultura politica del fondatore del più influente gruppo editoriale italiano, Travaglio, pur di rubare copie a Repubblica, ha iniziato a pubblicare appelli di chi sceglierebbe mille volte Di Maio pur di non vedere tornare al vertice della politica italiana, come premier o come gran suggeritore, il detestato fondatore del partito di plastica, l’uomo che hanno accusato, con il concorso di alcuni pm, di aver commesso le più straordinarie nefandezze, dall’impero creato con i soldi della mafia, alla correità con le stragi mafiose, alla pedofilia e all’incitamento alla prostituzione. Questo è stato Berlusconi nell’immaginario di milioni di persone.

 

Il mondo capovolto

E questa immagine, fra le più orrende nella storia dell’umanità, è stata largamente propagandata da giornali e mondi politici che hanno fatto riferimento a Eugenio Scalfari e al “suo” giornale. Ecco lo stupore e l’ira perché il vecchio giornalista, sorprendendo tutti, come in una partita qualsiasi di Pokemon, per distruggere i “mostri tascabili” in mano ai 5 Stelle, chiama alla battaglia comune il mostro (per nulla tascabile) Berlusconi alla guida di una destra aggressiva. Una scelta che spiazza definitivamente il Pd che vede persino il “nonno” autoproclamato di Renzi prevedere che il partito democratico è destinato a un triste terzo posto.

 

Rivalutazioni tattiche

Anche Berlusconi, esattamente un anno fa, stupì chi lo segue per un improvviso giudizio positivo su Romano Prodi. Si era nei giardini del Quirinale con il presidente Mattarella e il tycoon salutò Prodi dicendo che «aveva governato bene» mentre , in modo altrettanto clamoroso e sgarbato, si rifiutò di stringere la mano all’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Libero qualche tempo dopo, esattamente il 28 ottobre di questo anno, citando il Giornale, fece dire a Prodi che considerava Berlusconi «l’ultimo argine contro i grillini».

Queste tardive rivalutazioni hanno un elemento in comune che le fa rassomigliare a un videogioco: sono tutte finalizzate solo a vincere un game. E sono tutte entro la logica non del superamento della coppia amico/nemico ma nella sua riaffermazione. Il nemico questa volta ha il volto impiegatizio e sudaticcio di Di Maio, immagine patinata di una schiera di barbari che sull’onda di un voto popolare potrebbe arrivare a dirigere lo Stato.

 

Il nuovo nemico comune

Fin qui, nulla di nuovo. Le guerre si evolvono, esattamente come gli animaletti giapponesi del videogioco, e soprattutto presentano ogni volta nuovi guerrieri per nuovi combattimenti in un campo già pieno di macerie dal quale sono scappati milioni di elettori stufi e stremati.

Questa è una spiegazione. In fondo il patto col nemico è un must in tutte le guerre. Ai comunisti ostinati tuttora non viene perdonato il patto Molotov-Ribbentrop con cui Hitler e Stalin si promisero di non aggredirsi.

Nella politica italiana recente la mano tesa al vecchio nemico, invece, non ha come obiettivo la tregua bensì la comune offensiva contro un nuovo nemico che rischia di travolgere tutti i vecchi occupanti del campo. Scalfari vive come cosa sua la guerra contro Berlusconi, perché devono intrufolarsi in questo lungo gioco questi disgraziati che vengono dal nulla? E allora pace con Berlusconi e tutti uniti contro gli invasori.

 

Le vere ragioni dell’antiberlusconismo

La prima domanda che viene spontanea osservando queste camaleontiche prese di posizione, che ovviamente saranno a lungo reinterpretate dai protagonisti, è se quella che abbiamo vissuto sia stata una vera guerra e, se sì, di che guerra si è trattato.

Carlo De Benedetti, editore di Eugenio Scalfari dopo avergli comprato il suo giornale, si è sempre ribellato all’idea che lo scontro con Berlusconi fosse non già uno scontro politico allo stato puro ma uno scontro fra due potentati editoriali. Noi che l’abbiamo vissuto e soprattutto noi che abbiamo partecipato alla guerra possiamo ricordare che si è trattato di uno scontro vero, all’ultimo sangue.

Il dubbio, che frullava nella testa di alcuni, e che oggi diventa più robusto, è quale fosse la natura di questo scontro. Diciamola ancora con maggiore franchezza: questo scontro che ha preso le sembianze della “questione morale” vedeva contrapposti due modelli di società così da giustificare il ferro e il fuoco di una battaglia ventennale? Berlusconi oggi è solo più vecchio di ieri, ma la sua biografia non è cambiata. Eppure quella biografia che ieri impediva a tutto un mondo di sinistra di trattarlo come vincitore di elezioni oggi non pesa più.

Le frasi di Scalfari non solo riabilitano Berlusconi ma rendono ridicola la battaglia antiberlusconiana “senza se e senza ma”. La rendono ridicola perché, sollevato il velo, anzi il tendone, “morale”, rivela che lo scontro strategico fra i due campi non è mai stato fino in fondo reale. Nell’epoca della guerra rivoluzionaria mondiale dei ricchi contro i poveri, Scalfari e Berlusconi, con diverso stile, stavano dalla stessa parte.

 

Il grande inganno

Nasce anche da qui il complimento di Berlusconi a Prodi, fatto anche per dispetto al Giorgio Napolitano che l’ex cavaliere considera il mandante del proprio assassinio politico. L’alternanza era fra forze sicuramente differenti, spesso antropologicamente differenti, ma tutte e due prive della volontà di scardinare l’assetto del potere. L’antiberlusconismo non è stata una rivoluzione. Non è accaduto per caso se poi il modello berlusconiano, dal partito liquido, alla personalizzazione esasperata, per arrivare al linguaggio demonizzante verso gli avversari interni (non vengono da lì i “gufi”, quelli “dell’odio personale”?) si sia trasferito da un campo all’altro senza sollevare scandalo.

Tutto normale quindi? Proprio no. Il riconoscimento dell’avversario ha un senso quando si è in guerra perché apre la strada alla trattativa, al compromesso e può far bene al Paese. Il riconoscimento a guerra finita è invece una sorta di inganno. È la scelta dei generali che brindano nel circolo degli ufficiali mentre la truppa si medica ancora le ferite.

Purtroppo però il Pokemon della politica italiana continuerà. I complimenti reciproci degli ex carissimi nemici hanno il fine di esaltare la pericolosità del nemico ultimo, cioè i 5 Stelle. La storia si riproduce, e si riproduce con le stesse categorie morali, comportamentali, mediatiche. Il tema non è quale società ha in testa Di Maio (dico così per esagerare!) ma il fatto che Di Maio è a capo di un gruppo di sfasciacarrozze che vuole impadronirsi dello Stato facendo peggio quello che si è sempre fatto. Ricordate: vengo anche io? No, tu no.

 

La politica ha abdicato

Viene fuori così la caratteristica peggiore di quella Seconda repubblica che pure aveva aperto l’animo alla speranza inaugurando l’alternanza fra progetti diversi. Siamo ancora una volta posti di fronte a una guerra di tipo mediatico che chiama in modo passivo alla partecipazione popolare. C’era popolo dietro Berlusconi, c’era popolo dietro Prodi, c’è popolo dietro i 5 Stelle. Ma questi popoli che spesso si mescolano contano poco, partecipano niente, possono parteggiare, applaudire, inveire.

Le due vere colpe dei partiti sono l’aver rinunciato a identità forti e l’aver rinunciato a una selezione severa della classe dirigente. È per questo che il sistema politico è finito nelle mani di editori, grandi giornalisti e magistrati e non sulle spalle di statisti.

[Foto in apertura di Davor Pavelic / Getty Images]

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