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30 novembre 2017

La redenzione di Abel Ferrara

Intervista al regista più indipendente d’America. Che spazia dai nuovi progetti a Pasolini, fino a Weinstein. Soffermandosi su disintossicazione e buddismo

Marco Cacioppo

 ► Dal numero del 1 dicembre in edizione digitale

Sembra ieri quando il solo nome di Abel Ferrara era fonte di terrore tra i giornalisti e i presentatori di talk show. Sempre sopra le righe, sempre sotto l’effetto di droghe e alcool che rendevano incomprensibile il suo già non facile accento del Bronx. Da qualche tempo però il cineasta più indipendente d’America, tutto genio e sregolatezza, autore di film epocali come Il cattivo tenente, King of New York, The Addiction e Fratelli, ha cambiato regime in modo radicale. Dieci anni fa si è convertito al buddismo; da tre vive a Roma. È diventato astemio e si è disintossicato. Non solo. Varcati i sessanta, si è risposato ed è diventato padre – per la terza volta – di una splendida bambina…

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Dal piacevole incontro tra il regista di origini siciliane e pagina99, avvenuto in occasione della quarta edizione del Lamezia Film Fest (di cui è stato l’ospite d’onore), realizziamo che solo un aspetto in Abel Ferrara è rimasto immutato: la sua smania, il bisogno fisiologico di fare film. Al punto che, in tempi in cui è sempre più difficile reperire finanziamenti, tra un progetto e l’altro (al momento sta lavorando a quello su Padre Pio e a uno psycho-thriller ambientato tra i ghiacci) pur di non stare fermo gira documentari. Seduti a un tavolo dell’agriturismo lametino dove alloggia, gli chiediamo se tra i documentari che fa e i suoi film di finzione ravvisi una diversità di metodo. «Ne ho fatti tre di recente: Piazza Vittorio, Alive in France e Searching for Padre Pio. Ogni film richiede un approccio diverso. Non ce n’è uno in particolare. Il metodo lo si scopre facendo».

Però c’è differenza tra la forma ibrida di un film come Napoli Napoli Napoli e questi suoi ultimi lavori che sono, invece, dei documentari puri.

L’approccio è sempre lo stesso. Quando inizi un film, non sai mai dove andrai a finire. Perfino con una sceneggiatura, nessuno ha la più pallida idea di cosa stia succedendo, anche se tutti fanno finta di credere di saperlo. Gli attori, poi, non sono molto dissimili da uno sconosciuto che incontri in un parco. In realtà non gliene frega un cazzo del tuo script. Allora giri e basta, senza sapere cosa farà. Un film di finzione è più documentaristico di quanto non lo sia un documentario come Napoli Napoli Napoli. A me piace girare gente vera in situazioni vere. Quando ho diretto Ninetto Davoli in Pasolini ho ripreso la sua persona, come se stessi facendo un’intervista filmata. O come nel caso del lavoro di ricerca su Padre Pio che ho fatto in vista del film. Pensa anche a Piazza Vittorio. Non c’è testimonianza che non sembri scritta apposta.

 

Film dopo film, attraverso un minimalismo sempre più estremo, è come se stesse arrivando a cogliere l’essenza del cinema.

È questo il punto. Più vai avanti e più migliori, perché ti rendi conto che c’è sempre meno tempo per le cazzate.

 

Ha per caso a che fare con la sua disintossicazione?

Non saprei. Certo è che quando sei sobrio tutto si riflette più chiaramente. Cade il velo di tossicità derivante dall’alcool e dalle droghe che ti separa da quel che stai facendo. Chissà, forse questa lucidità si riflette anche nella qualità di un film. Ovviamente vedo le cose in modo diverso. Anche la mia vita è cambiata. Ma, per quanto riguarda i miei film, non lo so. Anche perché un film è frutto del coinvolgimento di molte persone.

 

Non voglio dire che i film che fa adesso siano migliori rispetto a quelli di una volta, ma sicuramente sono diversi. Ripensare oggi a pellicole come Il cattivo tenente o The Addiction, a prescindere dalla sua esperienza di allora, mi sembra impossibile.

Però The Addiction è stato scritto da uno che era completamente sobrio. Io ero quello che beveva e si drogava, Nicky St. John no. Il cattivo tenente, invece, rifletteva uno stile di vita che ci riguardava tutti. Lo abbiamo girato a New York, negli anni ’90, in strade dove era sconsigliato perfino camminare. Parlo del Lower East Side di Manhattan, un posto dove allora si andava solo se non disdegnavi la droga. Ma erano un luogo e un tempo diversi. Sarebbe impossibile concepire un film così oggi, e non vorrei neanche farlo. Tutto cambia, noi cambiamo. Anche il cinema cambia.

 

Quando ha capito che era giunto il momento di cambiare qualcosa nella sua vita?

Bella domanda. È che a un certo punto ti rendi conto di aver raggiunto il fondo. Solo che per molti che toccano il fondo, questo fondo sta a un certo livello. Poi capita di spingerti ancora più in basso ed è allora che capisci che non è proprio possibile andare più a fondo di così. Si dice che il punto più basso toccato oggi rappresenti l’attico di domani. Nel corso della mia vita ho avuto parecchie occasioni per smettere. È un miracolo. Sono buddista e la questione dei miracoli è uno dei punti cardine del progetto su Padre Pio che ho in ballo. Intendo la questione dei miracoli nel mondo fisico.

 

La sua conversione al buddismo è avvenuta di conseguenza?

In realtà l’ho studiato una decina d’anni prima di disintossicarmi. Solo che è impossibile meditare se prima ti sei fatto una pera di eroina. È fisicamente impraticabile. Una volta credevo di non essere in grado di sostenere un’intervista senza prima farmi qualche tiro di cocaina e qualche bicchierino, e magari anche un po’ di eroina. Poi, durante una delle sedute a cui ho preso parte, ho sentito una donna che diceva di non poter parlare con un uomo a meno che non si facesse un drink. Per la prima volta ho realizzato quanto triste e innaturale fosse. Mi sono disintossicato molto tardi ed è un miracolo che ci sia riuscito.

 

Ora vive a Roma. Non le manca New York?

Ci sono appena stato e no, non mi manca per nulla. Come può mancarmi un posto dove un affitto costa 10 mila dollari? È una realtà pompata in mano a dei ladri che operano su scala internazionale e che fanno quello che vogliono, con tutti i soldi che vogliono, e nel fare ciò spingono gli altri ai margini della città. Non si respira e non si mangia perché non c’è cibo da mangiare. A meno che tu non sia disposto a spendere duecento dollari per un piatto di maccheroni. Come può mancarti un posto del genere?

 

Neanche il suo ambiente creativo o il suo gruppo di amici e conoscenti?

Ma io sono un artista, sono io che creo il mio contesto creativo. L’ambiente è creativo perché io sono creativo. Fratello, io posso essere creativo anche in mezzo a un cazzo di deserto. Cosa vuoi dire, che è il vicinato a rendermi creativo? A proposito di New York. Non ci tornavo da tre anni, così il primo giorno vado da Starbucks, l’unico posto dove puoi trovare un espresso decente. A un certo punto sento qualcuno che mi chiama. Cazzo, penso, chi rompe i coglioni? Allora mi giro e chi mi trovo davanti? Roberto Saviano! Pensa che ci eravamo appena conosciuti a un festival a Barolo. Lui è amico dello sceneggiatore Maurizio Braucci, con cui ho fatto Pasolini.

 

Ha sempre detto che Pasolini è stato una grande influenza per lei. Ora che vive a Roma, ha ritrovato la città raccontata da Pasolini?

Pasolini era gay. Ogni sera andava a letto con qualcuno di diverso, e la sua Roma era filtrata da queste abitudini. Conosco questo tipo di persone che se non fanno sesso prima di coricarsi, non si addormentano, come se la giornata fosse stata una sconfitta. Della serie che mi sveglio al mattino e devo avere un partner al mio fianco, etero o omosessuale che sia. Sarà anche una vita interessante, ma non fa per me. Quella di Pasolini non è stata una profezia, è il riflesso della sua capacità di osservazione. Vai a New York: è la capitale del consumismo. Pensa ad Amazon: vendono film sulla stessa bancarella del fruttivendolo. Controllano il mondo. E intanto la spiritualità scende a zero.

 

In Francia, invece, si è sentito “vivo”.

Non è che mi sia sentito così, lo ero, perché mi trovavo lì con la mia band. Ed era la prima volta che suonavamo insieme nel pieno delle nostre facoltà mentali.

 

Con Welcome to New York e la vicenda di Strauss-Kahn ha anticipato i tempi parlando di molestie sessuali. Qual è la sua opinione al riguardo visto che oggi non si parla d’altro?

Sai, ho tre figlie e per me “no” significa “no”. Mica bisogna avere una laurea del cazzo per afferrare il concetto. Però, in quanto buddista, provo compassione per tutti. Adesso tutti stanno lapidando Harvey Weinstein, ma lo trovo controproducente. Per me bisognerebbe solo andare avanti e pensare positivo. Hai presente la barzelletta? Mentre stanno lapidando la puttana nella piazza del mercato, arriva Gesù e dice: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Allora una pietra colpisce la donna, uccidendola. Gesù si gira ed esclama: “Mamma! Ancora tu?!”. A parte gli scherzi, io sono cresciuto durante la rivoluzione femminista dei primi anni ’70. Pensavo che continuasse, ma così non è stato. Essere pressati dal potere è una battaglia per la libertà, è una guerra perenne. La libertà è concessa solo a chi è disposto a immolarsi per essa. Il mio film Mary parla di questo. Pensa all’Ultima cena di Leonardo. C’è una donna in quel dipinto, ma nessuno riesce a individuarla, perché siamo stati abituati a pensare che esista solo l’uomo. Questi uomini che pensano di potere fare quel cazzo che vogliono sono malati. La loro è una dipendenza, e come l’alcool va affrontata.

 

Cosa sta succedendo con Welcome to New York?

Io e Orange, la società che ha distribuito il film in Francia, siamo stati denunciati per diffamazione. Ci sarà un processo a porte chiuse l’anno prossimo a Parigi. Sto ancora cercando di capire se posso permettermi di difendermi. È una persona di potere, con i soldi, e può fare quel che gli pare. Può bloccare il film o cercare di distruggermi. E un sacco di altre stronzate.

[Foto in apertura LOIC VENANCE / Afp / Getty Images]

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