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14 novembre 2017

La fotografia di moda come atto politico

La fashion photography ha spesso rivelato una coscienza etica veicolando idee e battaglie. Una mostra e un libro ne indagano l’anima. In bilico tra consumi e valori

Irene Alison

 ► Dal numero di pagina99 in edicola dal 10 novembre e in edizione digitale

Seducente, ammiccante, allusiva. Provocante e provocatoria. Bulimica e sfacciata, onnivora e corrosiva. Ma, soprattutto, politica. Ai mille attributi della fotografia di moda, alle sue diverse anime e ai suoi conflitti interiori – tra le ragioni della creatività e quelle del commercio, con tutte le sfumature che ci sono nel mezzo – sono oggi dedicati due percorsi, un libro e una mostra, che riflettono sulla sua capacità di essere un efficace barometro del tempo in cui viviamo. Fashion & Politics in Vogue Italia, curata da Alessia Glaviano e Chiara Bardelli Nonino per il prossimo Photo Vogue Festival (a Base Milano dal 16 al 19 novembre), è un percorso dagli anni ’90 a oggi tra le pagine del più celebre fashion magazine italiano…

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Attraverso le immagini degli editoriali di moda realizzati negli anni della direzione di Franca Sozzani da fotografi come Steven Meisel, David LaChapelle, Tim Walker, Peter Lindbergh, Miles Aldridge o Ellen Von Unwerth, la mostra provoca la nozione comune di buongusto e solleva alcune questioni: in che modo la fotografia di moda può veicolare idee e ideali che vanno oltre i semplici intenti commerciali? Ridurre questo genere a una semplice vetrina pubblicitaria ci aiuta a capire la portata del suo impatto nel modellare/manipolare il nostro immaginario e con esso la nostra opinione politica? Tutto avviene senza voler offrire risposte univoche né rassicuranti.

«Vogue Italia ha sempre utilizzato la moda per parlare d’altro», spiega Alessia Glaviano. «Il fatto che un giornale di moda sia un veicolo commerciale non significa che non possa trasmettere contenuti sociali o anche esercitare un senso critico sul sistema di cui è parte». Sviluppando diversi nuclei tematici, Fashion & Politics mette in relazione arte e cultura di massa, immagini coraggiose e icone controverse, rimasticamenti e proiezioni della nostra memoria collettiva. Kristen McMenamy ritratta da Steven Meisel nei panni di una sirena dark portata a riva dalla marea nera diventa evocazione del disastro petrolifero nel Golfo del Messico e metafora di una dialettica sempre più conflittuale tra uomo e natura.

Le bellissime aliene di Peter Lindbergh reinterpretano, nello scenario di un incerto futuro, la paura del diverso che segna il contemporaneo. Le bambole in technicolor di Miles Aldridge, con il carrello della spesa sempre pieno e la messa in piega perfetta, danno corpo alla caricatura di un’America bianca, borghese e disperata. I profili neri e fieri delle modelle di colore, fotografate ancora da Maisel per la cover del celebre Black Issue di Vogue Italia, sono il volto di una denuncia, dall’interno del sistema, nei confronti di un’industria che ha lungamente praticato il razzismo in passerella e nelle pagine dei magazine. «Black Issue era un atto politico dovuto», afferma Glaviano. «La fashion photography può e deve preoccuparsi di questioni come la razza, il genere, l’inclusività, strettamente connesse al discorso moda; e anche, perché no, spingersi in altri territori».

Ma fino a dove è lecito avventurarsi? Dove finisce il diritto/dovere della fotografia di moda di esprimere una coscienza etica e politica e dove comincia la strumentalizzazione del conflitto e la glamourizzazione della protesta? Esiste una differenza tra il Make Love Not War di Steven Meisel, editoriale del 2007 ispirato alla Guerra del Golfo con modelle seminude avvinghiate ai soldati in mimetica, e la pubblicità della Pepsi (poi ritirata per il diluvio di critiche) in cui la musa degli stilisti e dei millennial Kendall Jenner offre una lattina di cola a un poliziotto durante una manifestazione, citando l’iconico scatto Taking a Stand in Baton Rouge in cui Ieshia Evans fronteggia pacificamente i poliziotti durante gli scontri del Black Lives Matter? «Per me l’unico discrimine», sostiene Glaviano, «è la qualità del lavoro e la credibilità del contesto che lo veicola. Il legame della fotografia di moda con il commercio, in realtà, è transitorio: finito il tempo della collezione, l’intento commerciale svanisce; mentre la foto, se è in grado di comunicare su altri piani, resta. In queste immagini gli abiti sono uno degli elementi che servono a raccontare la storia, non è la storia che è a servizio dell’abito».

Se la moda è un territorio di contraddizioni e rivoluzioni, in precario equilibrio tra consumismo ed elitarismo, rivendicazione identitaria e omologazione di massa, la fotografia di moda non può che essere un linguaggio complesso: un codice che, plasmando l’immaginario, orienta non solo i consumi, ma anche i valori. Sul filo di questa riflessione corre un’altra strada, quella del libro Fashion Photography: The Story in 180 Pictures di Eugénie Shinkle (Aperture): un percorso in 180 immagini sull’impatto che la fotografia di moda ha storicamente avuto sulla società e sulla cultura. «La storia della fotografia di moda», scrive Shinkle, «è anche la storia di una crescente fiducia di questo genere fotografico nella propria capacità di esprimere un’opinione sul mondo».

E se gli esordi già parlano chiaro – basta guardare la satira sociale di Old and New Styles, immagine stereoscopica realizzata nel 1860 dal fotografo inglese Michael Burr – è dal secondo dopoguerra che la fotografia di moda comincia a schierarsi in maniera più esplicita: fotografi come Henry Clarke danno il loro contributo al cambiamento del ruolo delle donne nella società, artisti come William Klein mettono in discussione le convenzioni e incoraggiano un processo di autocritica, innovatori come Richard Avedon si assumono dei rischi per abbattere barriere razziali e consuetudini editoriali (a lui si deve la pubblicazione, su Harper’s Bazaar del 1959, del primo scatto di una modella non bianca, la cinese-portoghese China Machado). Negli anni ’90, riviste come The Face e i-D e immagini come quelle di Corinne Day proiettano il grunge, con la sua sfida al capitalismo e alla rispettabilità borghese, verso il grande pubblico, influenzando i modelli estetici, culturali e sociali di una generazione e aprendo la strada a una fotografia di moda più concettuale e contaminata.

Oggi, nell’era del fast fashion, la moda procede in bilico tra grandi statement e macroscopiche ipocrisie. Se sfilate e campagne diventano vetrine per esporre il proprio impegno politico, sono pochi i brand che accettano di ripensare in maniera più etica la propria produzione: meglio stampare slogan femministi sulle t-shirt che assumersi la responsabilità per le condizioni di lavoro disumane della manodopera femminile a basso costo che le cuce all’altro capo del mondo. La fashion photography, d’altro canto, fa i conti con vecchie e nuove schizofrenie. I social network hanno trasformato percorsi e linguaggi della fotografia di moda: Instagram ha spalancato una nuova frontiera di espressione e riflessione a fotografi come Campbell Addy, Harley Weir, Robi Rodriguez o Mayan Toledano, che veicolano, tra arte e moda, la propria coscienza politica; ma ha anche dischiuso il claustrofobico confine della cameretta delle influencer, nei cui specchi distorcenti la realtà sembra ridursi a un #lookoftheday.

«Le immagini veicolate dai social», dice Alessia Glaviano, «stanno contribuendo a far cadere pregiudizi e a cambiare l’opinione pubblica, trasformando pure le dinamiche dell’industria. Ma la moda oggi passa anche e soprattutto per gli account di ragazze carine che si limitano a indossare vestiti. Mi auguro che, dopo quest’ubriacatura di apparenza, il loro ruolo possa cambiare: sarebbe bello che in futuro esercitassero la loro influenza non solo per ispirare nuovi look, ma anche nuove consapevolezze sociali, culturali ed etiche».

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