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29 novembre 2017

Una rivoluzione a portata di tasca

I brainphone di Apple, Google, Samsung e Huawei ci mettono in mano una capacità di calcolo senza precedenti. Ma chi fissa le regole? E chi controlla chi?

Michele Mezza

 ► Dal numero di pagina99 del 24 novembre in edizione digitale

Più della stampa sul finire del XV° secolo, è stato il passaggio dalla pergamena ai primi libri copiati a mano, attorno al 1200, a cambiare il mondo. Così scriveva Ivan Illich, uno dei più originali e lucidi pedagoghi della modernità, nel suo saggio Nella Vigna del testo (Raffaello Cortina, 1994), in cui ricostruisce il momento in cui l’occidente sorpassò l’oriente. Il motore di quel passaggio, spiega Illich, fu la portabilità. Ossia la possibilità per un individuo di disporre in qualsiasi momento e luogo delle fonti del suo sapere…

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Con i primi libri che passavano di mano in mano, e che si potevano leggere al lume di candela, nasceva una nuova figura sociale, l’artigiano-commerciante, che poteva verificare direttamente la legittimità delle decisioni e le rivelazioni su cui le autorità civili e religiose fondavano il proprio potere. Iniziava così quel lungo processo di disintermediazione che oggi ci consegna il profilo di un individuo che, come scrive nel suo ultimo saggio Noi, soggetti umani (Il Saggiatore, 2017), Alain Touraine, si pone da pari a pari con lo Stato. Oggi Illich avrebbe probabilmente prolungato il suo ragionamento, spiegando che l’evoluzione sociale attraversa un’ulteriore fase di accelerazione di questi fenomeni di potenziamento dell’individuo, con l’avvento dei nuovi telefonini intelligenti, che rende portabile per ogni singolo utente l’intelligenza artificiale.

Siamo dinanzi a una nuova transizione della specie: dallo smartphone al brainphone, una trasformazione che, inevitabilmente, produrrà nuove geometrie di potere e una diversa articolazione sociale, innestando cambiamenti non meno spettacolari di quanto accadde circa mille anni fa.
In poche settimane i principali produttori di cellulari hanno presentato i loro nuovi prodotti: Apple mira a consolidare il suo primato con l’iPhone X, Google annuncia il Pixel 2XL, Huawei propone per la prima volta un modello di alta gamma, il Mate 10Pro, e infine Samsung, il globalplayer dei produttori, presenta il Note 8. I nuovi terminali hanno in comune una caratteristica che li rende del tutto diversi dai modelli che abbiamo oggi in tasca: sono tutti conduttori di intelligenza artificiale.

Proprio il termine “conduttori” spiega la trasformazione in atto: i telefonini diventano terminali di un cervello dotato di una potenza di calcolo finora ignota a ogni singolo dispositivo digitale accessibile a un normale cittadino. Diventa a questo punto decisivo capire se questo cervello ha un unico controllore o può essere riprogrammato dall’utente. È il solito quesito che si pone all’indomani di ogni test di Turing, in cui si misura la potenza della nuova macchina che affianca l’uomo: chi controlla chi?

I nuovi brainphone, che pure sono dotati di mille accessori che li rendono vere e proprie media company in miniatura, affidano il loro valore aggiunto alla possibilità di essere dei veri cervelli elettronici tascabili. In sostanza, per tornare a Illich, di rendere la potenza di calcolo portabile. La prima considerazione su cui riflettere è che questo potenziamento metterà al centro di ogni nostra attività il sistema operativo del telefonino che grazie al suo ormai inseparabile agente intelligente (Siri, Cortana, Google Now, ecc…) tenderà a sovrapporsi alle singole app, per poi assorbirle e sostituirle.

Stiamo infatti andando verso uno scenario, misurabile nei prossimi 18/24 mesi, in cui le nostre attività non saranno più gestite e organizzate da diverse applicazione ma da un unico centro intelligente a cui potremo rivolgerci per avere i singoli servizi che oggi vengono svolti dalle stesse app. Lo schermo dei telefonini sarà sgombrato dal caleidoscopio di icone che oggi ci segnalano l’attivazione delle varie soluzioni inventate da aziende o singoli professionisti e rimarrà a disposizione dei video che saranno scaricati. È un primo cambio radicale di prospettiva, che ci spingerà a un rapporto monocratico con un unico centro servizi che organizzerà i nostri comportamenti.

La seconda considerazione riguarda l’ingegneria del sistema. I nuovi modelli di cui abbiamo parlato sono tutti dotati di un terza unità centrale intelligente, accanto alle due che tradizionalmente negli smartphone governano l’infografica e i video. Si tratta di una Npu (Neural Processing Unit) che svolge le funzioni di un centro di calcolo avanzato, organizzando vere e proprie sinapsi neuronali. È un nuovo microchip che attiva le funzioni di intelligenza artificiale che ogni produttore inizialmente ha specializzato.

Apple ha indirizzato la nuova potenza del suo IPhone X in direzione del riconoscimento facciale, il cosiddetto tasto face ID. Una funzione che non si limiterà ad abilitare il proprietario all’uso del terminale, ma comincerà a campionare le foto degli interlocutori, e scansionerà anche gli stati d’animo del titolare accumulando masse di dati che potranno assicurare al suo data base un flusso di big data per elaborare ulteriori assetti cognitivi, come ad esempio un continuo check sanitario dell’utente e una selezione e mappa dei suoi interlocutori.

Google, invece, qualifica il suo occhio intelligente con cui ha equipaggiato il nuovo Pixel2XL come un navigatore fra gli oggetti e le immagini che si interpongono a ogni movimento del cellulare, che comincerà a riconoscerli e a documentarli, assicurando una sorta di pilota automatico per tutti i nostri spostamenti. Anche in questo caso si tratta di una prima attività basic, che verrà poi implementata con altre capacità.

Infatti tutti i modelli che abbiamo citato dispongono di un’unità chiamata Kirin 970, sede di attività avanzate per tracciare, decifrare e documentare dati e contenuti multimediali. Huawei punta più direttamente alle prestazioni della fotocamera, che potrà realizzare anche immagini 3D, e Samsung gioca tutto sul riconoscimento istantaneo dei luoghi e degli scenari, inizialmente a fini turistici.

Ma, esattamente come fu nel 1200, la portabilità di queste potenze tecnologiche trasformerà ogni singola funzione in un presupposto per infinite combinazione. Il buco nero rimane il controllo, ovvero la programmabilità del flusso dei dati. La back door di ogni microchip, ossia la sua apertura a monte che connette il dispositivo al centro produttivo, dove conduce e che cosa veicola? In sostanza: i dati che verranno ruminati permanentemente da queste media company portabili dove saranno depositati e con chi li condivideremo?

È la domanda a cui dovranno rispondere le istituzioni. Con la consapevolezza che questa è materia che non potrà essere regolata una volta per tutte. Il meccanismo è costantemente variabile, e muterà di struttura e significato velocemente. Dunque non una nuova legge ma una procedura che costringa ogni gestore di intelligenze a negoziare con i suoi utenti le forme del nuovo potere che ci mette fra le mani. Nel Medioevo con il libro nacquero i nuovi imperi e le repubbliche marinare. Il dualismo si ripete oggi.

[Foto in apertura Jim Wilson / The New York Times / Redux / Contrasto]

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