Seguici anche su

25 novembre 2017

Uomini, soldi e azzardi della lobby catalana

Con i due leader in carcere Anc e Òmnium, le associazioni che muovono l'indipendentismo, si preparano al voto del 21 dicembre

Giuliana De Vivo

 ► Dal numero di pagina99 dal 24 novembre in edizione digitale

BARCELLONA. Il Piolìn, come tutti chiamano la nave da crociera Moby Dada dove da metà settembre dormono e mangiano seimila uomini della Guardia Civil, si sta svuotando. È ormeggiata nell’ultima ansa in fondo, all’estrema destra del braccio disteso di Cristoforo Colombo che dall’alto dei suoi 60 metri punta il mare aperto, separando il porto commerciale dal lato più conosciuto della baia, con la lunga striscia di sabbia di Barceloneta e il centro commerciale Maremagnum.

I primi 1.800 agenti sono andati via il 7 novembre, altri li seguiranno a scaglioni. «Non ci sono abbastanza posti nelle caserme della città», era stata la versione ufficiale di Barcellona rispetto all’operazione Copernico, voluta dal ministero dell’Interno di Madrid per garantire sicurezza durante il referendum del 1 ottobre e percepita, qui, come l’ennesima invasione di campo. Ora alla sistemazione arrangiata segue una ritirata strategica, non una resa: molti di questi agenti non tornano a casa, si spostano in alberghi nella vicina Costa Brava. E anche chi rientra nella capitale ha l’ordine di tenersi pronto a ripartire, perché in Catalogna la tensione, a meno di un mese alle elezioni del 21 dicembre, potrebbe riesplodere.

Leggi l'articolo per 0,10 €

PAGA CON
Paga con Tinaba

Il cuore del movimento

«Non lo credevo, invece gli indipendentisti sono proprio tanti, tantissimi», dice con un sospiro di perplessità incredula il tassista 57enne Guillermo, lungo la strada dal porto verso il centro. Catalano di Sant Quirze del Valles, comune di poco più di 10 mila anime nell’entroterra, sposato con una catalana, è una mosca bianca che parla un castigliano perfetto. «Questi hanno montato su un casino, ne pagheremo le conseguenze tutti», aggiunge amareggiato. “Questi” sono soprattutto i due presos politicos per eccellenza: Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, entrambi oggi detenuti nel carcere di Soto de Real, a Madrid, con l’accusa di sedizione. I due Jordi, come tutti li chiamano con ostentata familiarità, presiedono rispettivamente le associazioni che da anni muovono le fila dell’indipendentismo: Anc (Assemblea nacional catalana) e Òmnium cultural.

La prima nasce nel 2012 aggregando una costellazione di associazioni e movimenti attivisti con l’obiettivo statutario di dichiarare la Repubblica di Catalogna; la seconda esiste da mezzo secolo per difendere la lingua catalana (e quindi la sua identità: il motto è Llengue, Cultura, Paìs). Oggi contano oltre 80 mila iscritti ciascuna. Anche se i nomi cambiano, le strutture interne funzionano in modo simile. C’è una giunta direttiva eletta dall’assemblea degli iscritti che esprime anche il presidente, il vicepresidente e il tesoriere. Nessuno è stipendiato, neanche chi ricopre incarichi decisionali, ma essere al vertice di queste associazioni è un volano politico: Carme Forcadell, presidente del Parlamento catalano arrestata a inizio novembre assieme a otto membri del governo, è stata per tre anni alla guida di Anc.

 

Una società polarizzata

Proprio Anc, per restituire libertà alla sua ex leader, ha pagato una cauzione di 150 mila euro. Non proprio spiccioli, per un’associazione culturale. I soldi arrivano da un “Fondo di solidarietà” istituito ad hoc dopo gli arresti, un conto aperto presso la cooperativa di credito Caja de Ingenieros: l’iban è stato pubblicato sul sito per invitare cittadini e simpatizzanti a contribuire. Pochi soldi da molte persone o consistenti contributi da parte di pochi? E cioè: siamo di fronte a un movimento dal basso, quello che negli ultimi anni ha radunato oltre un milione di persone alla Diada – la festa annuale dell’orgoglio catalano, ogni 11 settembre –, o a un’élite danarosa che ha saputo creare il fenomeno, renderlo mediatico? Domande come questa durante una cena con un gruppo di amici di Barcellona possono spaccare la tavolata, far chiudere la serata con qualcuno che se ne va senza salutarsi: un clima inedito nell’ex roccaforte della spensieratezza europea.

La tensione si esprime sulle facciate dei palazzi, una estelada (il vessillo catalano col triangolo blu indipendentista) su un balcone, una bandiera spagnola su quello subito sotto: chissà come vanno le riunioni di condominio di questi tempi. L’attentato terroristico di agosto è oggetto di rimozione collettiva, buono al limite per il rimpallo di responsabilità: «I Mossos non hanno saputo gestire»; «No, l’imam di Ripoll era informatore di Madrid, che non ha avvisato».

 

Gli uomini chiave

Anche Jordi Sànchez, attuale presidente di Anc, è proiettato verso la politica. Il suo nome è il secondo nella lista JuntsPerCatalunya a Barcellona, capeggiata dall’auto-esiliato presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, sulla cui estradizione decideranno i giudici di Bruxelles il 4 dicembre.
Professore di Scienze politiche, 53 anni, attivista politico da sempre, per molti è lui, insieme al presidente di Òmnium, Jordi Cuixart, ad aver spinto Puigdemont alla linea dura; i suoi detrattori lo accusano per la vicinanza, tra gli anni ’80 e ’90, con Batasuna, il partito indipendentista basco legato all’Eta. Ma in Catalogna la battaglia passa per i soldi, non per le bombe.

Cuixart, 42enne imprenditore di Sabadell, figlio di un operaio e di una macellaia, è stato eletto presidente di Òmnium nel 2015, dopo esserne stato anche tesoriere e vicepresidente: fu una scelta anomala per un’associazione culturale fino ad allora espressione dell’alta borghesia catalana; dettata, scrissero i giornali, proprio da una volontà di avvicinamento “al popolo”. Cuixart non corre per il voto del 21 dicembre: «Òmnium non partecipa a nessuna lista, ma ci sentiamo vicini a tutti coloro che portano avanti la difesa dalla repressione dello Stato spagnolo, la libertà dei prigionieri politici e i principi fondanti della Repubblica Catalana: lingua, cultura e Paese», mi dice il vicepresidente Marcel Mauri, con un tono pacato da curato di campagna che stride con il contenuto.

A Sànchez e Cuixart non è stata accordata la possibilità di uscire su cauzione, quindi il prossimo passo è la difesa in tribunale. Affidata rispettivamente agli avvocati Jordi Pina Massachs e Marina Roig. «Stiamo studiando una strategia comune per tutti, anche con i legali degli altri detenuti, in modo da muoverci compatti», spiega Jordi Pina Massachs, dello studio Molins&Silva, che assiste anche Santi Vila, l’unico dei nove ex consiglieri del governo riuscito a uscire su cauzione. Ma dalla riunione di giovedì 16 non è venuto fuori un quadro unitario. E l’incertezza giudiziaria è proiezione esatta di quella politica.

 

Il prezzo dell’ostinazione

Il voto del 21 dicembre, di per sé, contiene una contraddizione: parteciparvi non è forse ammettere che il referendum era illegittimo? «Illegittime sono le elezioni del 21 dicembre, convocate da Rajoy anziché dal presidente catalano, con candidati in carcere e in esilio», mi corregge il vicepresidente di Anc, Agustí Alcoberro. Che subito aggiunge: «Siamo convinti che serviranno a rinforzare, e persino ad ampliare, il sostegno all’indipendentismo».

L’Anc aveva chiesto di andare uniti, come accaduto nel 2015 con la lista JuntsPelSì formata da PdCat di Puigdemont, Erc (Esquerra repubblicana) e Cup, l’ala radicale dell’indipendentismo. Ma questa volta il fronte è sfilacciato: Erc, che gli ultimi sondaggi danno in testa, corre da sola candidando l’ex vicepresidente del governo, Oriol Junqueras, di fatto facendo concorrenza allo stesso presidente della Generalitat. «Le formazioni indipendentiste otterranno comunque la maggioranza», ribadisce Alcoberro, lasciando intendere che si faranno semmai alleanze dopo il voto. Con un problema pratico non da poco: i presos politicos resteranno tali anche dopo il 21 dicembre, perciò seppure eletti si troverebbero in una condizione di “incapacità prolungata”, non potrebbero entrare in Parlamento né votare.

 

Effetto Catal-exit

Intanto si calcola che dal 1 ottobre oltre 2.152 aziende abbiano lasciato Barcellona. Che, inizialmente tra le favorite assieme a Milano a ospitare l’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, è uscita dal gruppo delle papabili prima del sorteggio finale (come noto poi l’ha spuntata Amsterdam). Nel mese di ottobre la disoccupazione nella regione è cresciuta del 3,7%, il dato peggiore dal 2008. Le prenotazioni sono calate tra il 20% e il 30%, ha denunciato l’associazione degli albergatori.

«D’estate forse recupereremo un po’ di turisti, ma d’inverno qui viviamo tutti di fiere ed eventi aziendali: che facciamo se vanno via? Guadagneremo meno, spenderemo meno: chi ha esasperato questo conflitto ci farà andare in recessione», si sfoga ancora Guillermo. Barricadera durante la dittatura franchista, in espansione mentre il resto della penisola arrancava per la crisi, oggi la Catalogna rischia di pagare il conto della sua ostinazione.

 

[Foto in apertura di Juan Teixeira / Redux / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti