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26 novembre 2017

“Agadah”, la vita è sogno

Il film di Alberto Rondalli, tratto dal "Manoscritto trovato a Saragozza", ritrova il piacere del racconto. Un viaggio onirico che rinnova il nostro cinema

Marco Cacioppo

 ► Dal numero di pagina99 del 24 novembre in edizione digitale

Il cinema italiano, e con esso buona parte del pensiero culturale dominante oggi nel nostro Paese, sembra accettare un approccio per così dire illuminista alla realtà. Come se il solo fatto che un libro o un film trattino un fenomeno contemporaneo fosse sufficiente a determinare la sua attualità. Piuttosto, è il rapporto che si viene a creare tra lo spettatore e un film, o tra il lettore e un libro, a infondere contemporaneità a un’opera. E in questo senso, quale linguaggio se non quello del racconto fantastico è più idoneo a rompere le convenzioni, risultando altrettanto attuale e incardinato nella realtà, di quanto non lo sia la tradizionale narrazione più dichiaratamente legata al presente e al sociale?

A questa posizione aderisce Alberto Rondalli, regista di Agadah, il film italiano uscito in questi giorni più controcorrente e rivoluzionario degli ultimi anni: realizzato fuori dai consueti circuiti produttivi grazie all’interessamento di Pino Rabolini, patron di Pomellato, la pellicola mutua un vocabolo che nella terminologia cabalistica evoca il significato più allargato del “narrare” – in ogni sua forma e contenuto – e restituisce dignità al piacere del racconto.

«La testa ragiona per analogie e non per similitudini», spiega a pagina99 Rondalli. «Quando si guarda un film o si legge un libro, ciò che accade avviene nella testa dello spettatore in quel momento. Per questo motivo l’uscita due anni fa del Racconto dei Racconti mi aveva fatto molto piacere, perché significa che anche Garrone sentiva la necessità di sganciarsi da certi sentieri più comuni del cinema italiano per ritornare all’arte dell’affabulazione».

Se Matteo Garrone si era confrontato con l’opera di Giambattista Basile, Rondalli si è spinto oltre, cimentandosi con un romanzo ancora più complesso, surreale, stratificato e ambizioso, strutturato come un gioco di specchi e scatole cinesi pressoché infinito. Il Manoscritto trovato a Saragozza – il testo alla base di Agadah – fu scritto nei primi dell’Ottocento da quel genio contorto e controverso di Jan Potocki, morto suicida nel 1815. Un romanzo di culto della letteratura polacca, tornato in auge a più riprese nel corso degli anni, di cui ancora si attende la pubblicazione nella sua versione definitiva (in Italia, il testo più completo è pubblicato da Guanda nell’edizione a cura di René Radrizzani) e che ha goduto, nel 1965, di un magistrale adattamento cinematografico per la regia di Wojciech Has.

Alla domanda se conoscesse il film del regista polacco, che vanta estimatori come Martin Scorsese e Jerry Garcia dei Grateful Dead, Rondalli risponde: «Naturalmente, ma non ha avuto influenza sul mio. C’è un parallelismo con lo sviluppo della prima parte, ma una volta che il viaggio di Alfonso van Worden prende il via, i due film divergono. L’opera che ho girato ha un andamento diverso, come diverse sono le storie che ho selezionato; e soprattutto introduco la figura dello scrittore Jan Potocki, ossia il narratore che si manifesta all’interno del film e interagisce con le proprie creature. Anche il finale è diverso, sia da quello di Has che da quello intricatissimo del libro».

Il film di Rondalli, come il romanzo, è ambientato nel 1735, all’indomani della battaglia di Bitonto. Alfonso van Worden è un giovane ufficiale vallone che, diretto a Napoli (mentre in Potocki il viaggio è verso la Spagna), si trova ad attraversare l’altopiano delle Murge. È lungo il valico che Alfonso vive una serie di incontri e avventure oniriche che diventano la porta d’accesso per altre storie, in un continuo andirivieni di luoghi, tempi e personaggi volti a disorientare lo spettatore. «C’è un assoluto parallelismo tra il 1735 spagnolo e quello italiano», racconta il regista, «nello specifico in relazione alla battaglia di Bitonto, in cui l’esercito borbonico, di cui facevano parte come mercenari proprio i valloni, vinse contro gli austriaci. Era un territorio pieno di cabalisti, saraceni che rapivano i cristiani e banditi; luoghi, quindi, che ben si prestavano geograficamente a questo tipo di trasposizione».

Un’altra differenza sostanziale con il film di Has, ma fedele al romanzo, è l’età del protagonista. In Potocki, infatti, Alfonso viene descritto come un adolescente senza un filo di barba, e il suo è innanzitutto un viaggio iniziatico. «L’ingenuità e la giovinezza di Alfonso», spiega Rondalli, «traspaiono nel modo in cui lui si pone nei confronti delle avventure che gli capitano. A un mondo che gli si apre davanti agli occhi misterioso e ambiguo, Alfonso oppone l’Illuminismo e il punto d’onore. E, invece, viene fagocitato, travolto e modificato dagli incontri che fa, rendendosi conto che c’è molto di disconosciuto nel reale».

Ed è qui, con la fine delle illusioni di Alfonso, dell’Illuminismo, della razionalità che tutto può spiegare, e con l’avvento dell’irrazionale, che traspare tutto il proto-romanticismo di Potocki. Non a caso lo scrittore, in preda alla depressione (e al delirio), si tolse la vita proprio nella prima decade dell’Ottocento, con un suicidio esasperato: un proiettile alla testa ricavato da una teiera d’argento. «In fondo, Potocki non credeva a nulla. Il suo era un atteggiamento distaccato e di bonaria ironia nei confronti dei tentativi dell’uomo di comprendere l’esistenza attraverso qualsiasi forma di pensiero. Perché lui stesso aveva sperimentato l’impossibilità di comprenderla». Proprio come Diego Hervas, il suo alter ego nel romanzo, che dopo aver raccolto tutto lo scibile umano in cento volumi, passa a dedicarsi all’occulto.

Scrive Pietro Citati in un saggio dedicato a Potocki e contenuto nel suo volume Il Male Assoluto (Adelphi): «Raccontare non è qualcosa di lineare. Se vogliamo narrare, dobbiamo interrompere la nostra storia: dare ascolto a una seconda, a una terza, a una quarta, a una quinta voce, dentro la nostra voce fittizia. […] Nessuna attività umana è più interminabile». È proprio in quest’ottica, allora, che diventa necessario prestare la giusta attenzione al film di Alberto Rondalli. Perché sono solo i film italiani come Agadah – sporadici e preziosi – che possono ancora allargare i confini della nostra percezione.

[Foto in apertura di Philippe Antonello]

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