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21 novembre 2017

La forza debole dei partiti smartphone

Incrociare i dati e organizzare le differenze intorno a un obiettivo comune. Facebook si fa Stato e la militanza segue le logiche dell’algoritmo. Ma i contenuti?

Michele Mezza

► Dal numero di pagina99 del 17 novembre in edizione digitale

Dieci ore di intervento, cinque equipe chirurgiche con cinquanta medici che si sono alternati in sala operatoria. La separazione delle due gemelline algerine, Rayenne e Djihenne, è stata una straordinaria impresa scientifica, condotta dal gruppo del professor Alessandro Inserra del Bambino Gesù di Roma. Ma è stata anche una dimostrazione di solidarietà e partecipazione internazionale, dove un ruolo decisivo ha giocato la rete, e specificatamente Facebook, attraverso la quale dal deserto marocchino la famiglia delle due bambine ha potuto connettersi con l’ospedale pediatrico romano.

Facebook si fa Stato? La rete nel suo insieme sembra inesorabilmente procedere alla sostituzione di tutte le funzioni di sovranità che dalla pace di Vestfalia (1648) avviò in Occidente la costituzione dello Stato nazione. Informazione, servizi sociali, mobilità,cittadinanza e scuola sono i temi su cui si sta riorganizzando una governance della rete, intorno al potere degli algoritmi monopolisti. Manuel Castells, analizzando i movimenti del nuovo millennio, dalle primavere arabe fino a quelli che hanno scosso anche le democrazie occidentali, ci dice che lo Stato è essenzialmente «la comunicazione come processo di condivisione dei significati tramite lo scambio di informazione».

Il motore di questi nuovi poteri non è il contenuto in sé, come la società delle lettere, da Gutenberg alla prima Guerra mondiale, ci aveva tramandato, quanto l’atto dello scambio, il movimento di trasmissione delle informazioni. Torna d’attualità politica Eraclito: è lo scorrere dell’acqua ciò che identifica il fiume, non il suo tracciato. Quel fiume, nel secolo scorso, fu la velocità del pensiero promossa dall’invenzione dell’energia elettrica, che diede una nuova dimensione della politica: soviet + elettrificazione, diceva Lenin della rivoluzione Russa. Oggi le isobare che congiungono sulle mappe geopolitiche i punti alti dello sviluppo tecnologico (dalla Silicon Valley alle metropoli europee, alle megalopoli asiatiche e alle stesse isole di innovazione in Africa) ci dicono che più c’è innovazione e meno politica tradizionale è praticata, più c’è rete meno c’è partito.

Il modello vincente è quello della Brain City di Singapore, descritto da Parga Khanna ne La rinascita della Città-Stato (Fazi Editore, Roma, 2017) e basato sul principio per cui «la democrazia produce compromessi, la tecnocrazia soluzioni». Nel 1996 Paul Virilio, l’attento filosofo della dromologia, parlava di democrazia automatica, descrivendo la scomposizione tramite gli individualismi degli apparati comunitari della politica. Al centro di queste convulsioni, che non senza pigrizie con il generico titolo di Populismi, non troviamo masse diseredate, e nemmeno pezzi di popolo immiseriti e disperati. Sono invece quote di ceti medi che rivendicano i propri status e la propria egemonia sottratta.

Giuliano da Empoli, uno dei primi spin doctor di Renzi, in un suo saggio sulla rabbia come istinto dell’identità dei 5 Stelle, richiama il pensiero di Peter Sloterdijk che ha ricostruito la storia politica della rabbia. «La tesi è che si tratti di un sentimento insopprimibile, che attraversa tutte le società, alimentato da coloro i quali, a torto o a ragione, ritengono di non avere abbastanza, di essere esclusi, discriminati o poco ascoltati». E per spiegare come questa rabbia venga usata e deformata dallo stato maggiore grillino, aggiunge: «Il M5S non funziona come un movimento tradizionale, ma come il Page Rank di Google. Non ha cioè una visione, un programma, un qualsiasi contenuto positivo. È un semplice algoritmo costruito per intercettare il consenso sulla base dei temi che tirano».

Il partito di Google. Meglio: un partito per Google. Si coglie qui un secondo elemento per una discussione propositiva su un modello concreto di partito al tempo della rete, dopo la necessità di organizzare le differenze: un Partito Momentaneo. Un esempio concreto di come la momentaneità diventi oggi organizzazione politica ci viene da uno dei principali attori nel caso catalano. Al di là di ogni considerazione di merito, la rivolta dell’autunno del 2017, in cui nel cuore dell’Europa occidentale un’intera comunità civile ha sovvertito l’ordine costituzionale del proprio Paese, è stata un evento unico.

L’assemblea nazionale Catalana (Anc), la struttura che ha guidato e supportato più di tutte la sollevazione a Barcellona, è un non-partito di partiti, o ancora meglio, un arcipelago di comunità. Oltre 80 mila aderenti attivi, distribuiti in 500 assemblee locali, l’Anc attraversa tutti gli strati della popolazione, raccogliendo differenze e persino contrasti per comporli in nome di un solo obbiettivo: l’indipendenza. Fondata nel 2012 , si è costruita sulla base di una sapiente commistione fra virtuale e reale, capace di affiancare a una organizzazione tradizionale sul territorio (comitati, associazioni, etc…) la selezione attraverso la rete di attivismi e petizioni, facendoli convergere in un grafo sociale, ossia in una costruzione algoritmica che legge e indirizza in rete sensibilità e linguaggi assimilati in nome di una finalità condivisa.

Il patto associativo è basato su un autoscioglimento garantito. Raggiunto il traguardo il vincolo si dissolve. L’impegno è quello di ricominciare da capo se cambia l’obbiettivo. Precisiamo meglio: un partito momentaneo è un’organizzazione che orchestra le differenze per creare occasionali masse critiche. Ogni forma politica, del resto, è lo specchio del modello produttivo che domina il tempo. La grande fabbrica che giostrava sul conflitto fra capitale e lavoro genera lo scontro di due campi che si costruiscono per la permanenza dei propri interessi.

Oggi la nuova fabbrica è lo smartphone. È il telefonino il nuovo tornio attorno a cui si tessono i rapporti che diventano valore. Dunque lavori individuali, consumi personali, partiti molecolari. Non più le grandi narrazioni, insomma, ma occasionali convergenze su singoli obbiettivi. La battaglia sul Jobs Act non può poggiare sulla stessa base di consensi della rivendicazione di un nuovo statuto di fine vita. Sono queste le differenze da orchestrare. Nei nuovi processori degli smartphone, insieme alle Cpu (per i calcoli numerici) e alle Gpu (per le interfacce grafiche) agiscono anche le nuove Npu (Neuronal Processing Unit,la base delle funzioni di intelligenza artificiale) che lavorano sulle differenze tra gli oggetti mettendoli a fuoco e individuandoli per i riconoscimenti automatici singolarmente, anche se sono sovrapposti. Un partito deve lavorare come una Npu sociale: valorizzare le differenze e incrociare i dati e non cristallizzare desuete identità stabili.

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