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21 novembre 2017

Il lavoro italiano ha vita breve

Le medie Eurostat dicono che chi nasce nel nostro Paese accede al primo impiego più tardi e si ritira più presto che nel resto d’Europa

Samuele Cafasso

 ► Dal numero di pagina99 del 17 novembre in edizione digitale

Stiamo tutti facendo la discussione sbagliata. Il confronto di sabato 18 ottobre tra sindacati e governo sulla mitigazione degli effetti dell’aumento automatico dell’età pensionabile – 67 anni a partire dal 2019 – non tiene conto di un dato di base che il Paese continua a ignorare: l’Italia è il luogo in Europa dove passa meno tempo tra il primo impiego e la pensione. Sono 32,8 anni per gli uomini, 30,4 per le donne, secondo i dati di Eurostat. In Spagna passano 31,9 anni per le donne e 31,7 per gli uomini. In Germania 42 anni e 42,2. Detto in altro modo: l’Italia è il Paese dove si pagano tasse sul lavoro e contributi per un tempo più breve. Questo impatta sull’equilibrio del sistema in maniera devastante, data anche l’aspettativa di vita più lunga.

I numeri dell’istituto statistico europeo si basano su un modello probabilistico che calcola, per il pensionamento, la probabilità di uscire definitivamente dalla forza lavoro a una determinata età: si spiega così la forchetta rispetto all’età legale e la sola apparente contraddizione con la ricerca Uil presentata la scorsa settimana, secondo cui in Italia si rimane in pensione per meno anni che altrove.

Lo stesso modello viene calcolato per l’entrata nel mondo del lavoro. Appare così evidente che il problema non è tanto – o comunque non solo – quando gli italiani escono definitivamente dal lavoro, ma quando ci entrano: il sistema Italia butta alle ortiche gli anni più produttivi di ogni cittadino, essendo il primo impiego a 25 anni per gli uomini e 28 per le donne. Su questi numeri pesano due fattori: l’effettiva difficoltà del sistema occupazionale a portare dentro le aziende i ragazzi più giovani e la bassa quota degli attivi, ovvero di quelle persone che per ogni fascia d’età hanno un lavoro o lo cercano.

Per ogni fascia d’età ci sono insomma troppe poche persone nel bacino degli occupati (e degli occupabili) rispetto al gettito fiscale e previdenziale complessivo che il sistema deve generare per stare in piedi. Questo vale soprattutto per le donne, dato un sistema poco capace di fornire welfare a sostegno della natalità, le cui responsabilità e fatiche cadono ancora soprattutto sulle madri.

È un problema economico, ma anche sociale: se guardiamo infatti alle altre tappe importanti della vita, l’Italia è indietro anche sull’uscita da casa dei genitori e, di conseguenza, anche sull’età della nascita del primo figlio e (in parte) del primo matrimonio. C’è insomma, un’enorme mole di energie che rimane “parcheggiata”, creando comprensibile frustrazione.

Allo stesso tempo, una volta entrati nel mondo del lavoro, non è affatto vero – o almeno non lo è oggi – che si esce più tardi degli altri. Gli effetti degli scivoli degli ultimi anni, le misure una-tantum approntate con cadenza regolare per singole aziende o comparti, hanno fatto sì che l’uscita dal mercato del lavoro in Italia fosse in media prima che nel resto d’Europa. E non è una tendenza destinata nell’immediato a spegnersi: basti guardare la scelta del governo di allargare le maglie dell’Ape social per consentire a più persone di accedere all’anticipo pensionistico.

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