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20 novembre 2017

La commedia nell’arte da “The Square” a Cattelan

Il film di Ruben Östlund schernisce curatori, gallerie e opere. Un sistema che già nel secolo scorso ha sperimentato uno stretto rapporto con la risata

Silvia Bottani

 ► Dal numero di pagina99 del 17 novembre in edizione digitale

Una statua equestre che adorna una piazza svedese viene imbragata e divelta dal proprio piedistallo ma una manovra goffa la fa crollare a terra, con una caduta degna di un film di Buster Keaton. È questa una delle prime immagini della tragicommedia di Ruben Östlund The Square, vincitrice della Palma d’oro al Festival di Cannes 2017. Una sequenza profetica per un film che parla di crolli privati e fallimenti collettivi, provando a ridere dell’arte attraverso le vicende di Christian, curatore di successo di un grande museo e protagonista di una serie di vicende al limite del paradossale che ruotano attorno a un’enigmatica opera concettuale e un video politicamente scorretto…

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Östlund sceglie di raccontare il mondo dell’arte contemporanea, dissacrandone la religione, per riflettere sulla società del benessere. Sembra dirci che se dall’estetica discende l’etica, abbiamo un problema; così, il regista svedese gioca a costruire un film puntellato da spunti sagaci sull’individualismo spinto delle società avanzate e frecciate indirizzate alla vacuità di un certo art business.

Non è però la prima volta che il cinema prende di mira il circo dell’arte e le sue nevrosi. Nel 2009 ci provò Duncan Ward con Boogie Woogie – Tradire è un’arte: ambientato a Londra, il film è un “falò delle vanità” in cui un gruppo di galleristi, collezionisti e parvenu incarnano in maniera spietata i peggiori – e talvolta fondati – luoghi comuni sul cinico mondo dell’arte. Ma forse l’episodio più divertente e ispirato rimane ancora oggi Le vacanze intelligenti, parte del film Dove vai in vacanza? (1978). Qui i coniugi Remo e Augusta Proietti, interpretati da Alberto Sordi e Anna Longhi, sono due fruttivendoli romani costretti dai figli a un tour culturale che fa tappa anche alla Biennale di Venezia. Smarriti e perplessi di fronte all’esposizione (vera), sono vittime di una serie di esilaranti equivoci, come la performance del gregge di pecore o la sedia su cui si poggia la protagonista, esausta al termine del giro dei padiglioni, divenendo parte inconsapevole di un’installazione.

Ridere dell’arte pare insomma sdoganato, ma non sempre è stato così. La risata dello spettatore ha accompagnato la perdita dei canoni dell’arte classica, irrompendo sulla scena dell’arte di fine Ottocento, nel passaggio cruciale dell’avvento dell’Impressionismo, quando gli artisti decisero di rifiutare l’accademia per dare libero sfogo ai propri sogni di luce. Con l’affermarsi delle avanguardie storiche del Novecento e la crescente difficoltà di interpretazione delle opere, il divario tra pubblico e artisti si è via via ampliato, alimentando l’idea dell’incomprensibilità dell’arte. Si è riso dell’arte quando non la si è compresa, e ancora oggi la risata può manifestarsi come una forma di autodifesa dello spettatore.

Ma dall’altra parte della barricata, gli artisti, per niente intimiditi dalle reazioni del pubblico, hanno continuato a sperimentare senza paura l’avventura nei territori del brutto, dell’osceno e del ridicolo, e hanno rivendicato il diritto a ridere in prima persona. L’ironia entra a far parte del discorso dell’arte e diviene un’arma intellettuale formidabile in mano a personalità come Salvador Dalì e Marcel Duchamp, capace di segnare un punto di non ritorno con il suo orinatoio Fontana (1917). L’artista delle avanguardie rivendica il diritto di ridere di sé, dell’arte stessa e del mondo, per far riflettere e mettere in crisi i valori precostituiti: ecco allora il Dadaismo, Piero Manzoni – il geniale milanese che vende il fiato d’artista (1960) e inscatola la merda (1961) – Enrico Baj che mette alla berlina le figure di potere con i suoi poetici assemblaggi; e poi più avanti Sigmar Polke, Jeff Koons, Paul McCarthy e molti altri.

L’ironia è diventata una delle chiavi di interpretazione dell’estetica contemporanea, talvolta espressione di una raffinata operazione intellettuale, altre volte forma di conformismo assolutorio. Un’ambiguità che riflette appieno lo Zeitgeist e trova piena espressione nella ricerca di due figure centrali nel panorama degli ultimi vent’anni: il duo svizzero Fischli & Weiss e Maurizio Cattelan.

Peter Fischli e David Weiss, vincitori del Leone d’oro alla Biennale di Venezia nel 2003, rileggono la quotidianità sovvertendone le regole attraverso installazioni, video e foto in cui l’effetto comico ne mette in luce le contraddizioni e ne rivela l’aspetto sottilmente oscuro. Accade nel celebre video The Way Things Go (1987), nel quale banali oggetti d’uso cascano creando un divertente effetto domino, oppure nell’installazione Suddenly this Overview (1981-2012), con le oltre trecentocinquanta sculture d’argilla dalle forme volutamente buffe e rozze, e nel progetto Rat and Bear (ripreso più volte nel tempo), in cui i due artisti vestono letteralmente i panni di un panda e di un topo.

Infine, Maurizio Cattelan, l’ex enfant prodige dell’arte contemporanea, il più dissacrante e frainteso tra gli artisti viventi, reso celebre dalla scultura di un Papa Woityla colpito da un meteorite (La nona ora, 1999). Cattelan, l’autore di opere che hanno fatto impazzire le aste, creatore del dito medio che svetta a Piazza Affari di Milano (L.O.V.E., 2010) e della statua del piccolo Hitler genuflesso in preghiera (Him, 2001) è probabilmente il paradigma dell’ars ridens. La sua installazione più recente, America, è un wc d’oro accessibile e funzionante sistemato in un bagno del Guggenheim di New York: ideale risoluzione del cortocircuito innescato da Duchamp cento anni fa con il suo orinatoio, un’opera tragica e divertente che fa sorridere, lasciandoci l’amaro in bocca.

[Foto in apertura di Peter Fischli e David Weiss]

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