Seguici anche su

19 novembre 2017

I Mattes non hanno nulla da nascondere

Il duo italiano, pioniere della Net Art, ha sempre esplorato la relazione tra privacy e tecnologia. E il suo nuovo progetto prosegue l’analisi del "life sharing"

Dario Moalli

 ► Dal numero di pagina99 del 17 novembre in edizione digitale

«Sell your phone (and all of your photos) for $1000» non è un annuncio di qualche maniaco o azienda in disperata ricerca di dati da assorbire ma è una call lanciata da Eva e Franco Mattes (Brescia, 1976), duo di artisti che, operando una ricerca personale sulla rete dagli anni Novanta, viene considerato tra i pionieri della Net Art (movimento le cui opere vengono create con e per il web). Del neonato progetto non esistono ancora molti dettagli, ma la richiesta è già di per sé un’indagine sociale che implicitamente pone domande significative.

Non si tratta di una semplice provocazione. Il pubblico è messo davanti a una scelta nel momento storico di massima ossessione nei confronti dello smartphone e, di fronte a questa, entrambe le opzioni sembrano sbagliate: svendere i propri dati sensibili per una cifra irrisoria è da ingenui, anche se lo facciamo gratuitamente ogni giorno; non dare il proprio telefono in sacrificio per un’opera d’arte ci ricorda l’affezione quasi maniacale che nutriamo per esso. Questo approccio sempre in bilico tra utopia e distopia è un tratto caratteristico del duo italiano ormai in pianta stabile a New York. La loro produzione interroga spesso le relazioni tra privacy e tecnologia…

Leggi l'articolo per 0,10 €

PAGA CON
Paga con Tinaba

Di esempio è un’altra opera, risalente a inizio millennio e da poco tornata online come archivio statico nella sezione Anthology di Rhizome, il sito di riferimento per la Net Art. Nel 2000 internet era un luogo molto più ampio e libero, l’utente navigava nel web senza punti di attrazione forti come quelli odierni: non esistevano Facebook, Twitter, YouTube e Amazon, che di fatto polarizzano quasi totalmente il flusso degli utenti, tentando di sostituirsi al web stesso. Diciassette anni fa esisteva solo Google, che non era ancora il gigante di oggi, e l’unica piattaforma di file sharing era Soulseek, un programma basato sulla tecnologia peer-to-peer nato per lo scambio di musica. Le implicazioni e le trasformazioni culturali, economiche, sociali e politiche dell’avvento dei social network e delle altre forme di condivisione erano ancora lontane e remote, quasi impensabili.

In quel contesto, Eva e Franco Mattes lanciarono Life Sharing (2000-2003). Per tre anni, 24 ore su 24, entrando nel loro sito era possibile accedere a tutto il contenuto del loro computer: foto, testi, software, contratti, estratti conto bancari fino ad arrivare alle e-mail private. Un lavoro influenzato da ideali diffusi in rete in quel periodo come condivisione, trasparenza, open source, free copyright, ma anche dalla presa di coscienza dell’imminente invasione della privacy con l’introduzione in massa delle telecamere a circuito chiuso e delle webcam. La radicalità del lavoro concepiva come assiomatica l’equazione “file sharing = live sharing”: già allora la vita e la cultura digitale furono viste in un rapporto inestricabile.

L’idea era realizzare «un ritratto dell’artista attraverso il proprio hard disk», concedendo agli utenti l’accesso, per la prima volta, a una «pornografia astratta» – parole con cui l’artista e filmmaker tedesca Hito Steyerl ha definito l’opera del duo italiano – a cui oggi siamo totalmente assuefatti. La gabbia di vetro in cui Eva e Franco Mattes si misero arrivò quasi a dissolvere la loro reale esistenza nel web; la perdita di identità, l’iperconnessione, la sovraesposizione pubblica comportarono un radicale cambio di paradigma e una profonda provocazione: «Se qualcosa è sul filo del rasoio, spingilo. La privacy è stupida», dichiararono i due.

Quello che fu concepito come un lavoro utopico oggi è il sogno di milioni di utenti, che volontariamente sacrificano la privacy condividendo larga parte dei loro dati senza averne piena coscienza. Quasi in contemporanea a Life Sharing il duo lanciò anche Vopos, un’opera che tracciava in tempo reale la loro posizione sul globo attraverso un sistema di Gps visibile sul loro sito web. Mentre nel 2011, prima del caso Snowden, trattarono il tema del furto dei dati con l’opera The Others, uno slideshow di 10 mila immagini sottratte da computer privati tramite glitch (un errore all’interno di un programma informatico). Dal proprio sacrificio sono passati al furto, e ora Eva e Franco Mattes ci tengono a far sapere che «attendono con ansia di vedere troppo di voi».

[Foto in apertura di Eva e Franco Mattes / The New Museum e Rhizome]

Altri articoli che potrebbero interessarti