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18 novembre 2017

La nuova epidermide del rifugiato siriano

Fuggito in Germania con una rara malattia della pelle, è guarito grazie al metodo sperimentato in una università italiana

Angela Simone

 ► Dal numero di pagina99 dal 17 novembre e in edizione digitale

È possibile ricostruire la pelle in caso di ustioni e ripristinare la barriera naturale di cui il nostro organismo è dotato per proteggerci dagli sbalzi di temperatura e dalle infezioni? La biomedicina già da tempo ha una risposta affermativa. Nel 1975 è stato scoperto il metodo per farlo e da allora è stato migliorato fino a sostituire i vari strati che compongono la pelle, la cui struttura è costituita da foglietti sovrapposti. Anche in caso di ustioni estese, se si riesce a recuperare un piccolo numero di cellule staminali della pelle del paziente, queste si possono espandere fino ad ottenere la quantità e la superficie necessaria per riparare il danno…

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Il caso diventa più complesso se qualcosa non funziona nelle proteine che sovrintendono la tenuta dello strato superficiale (epidermide) con quello più interno (derma), con il risultato di lasciare il corpo umano privo della sua protezione esterna. Il malfunzionamento è un caso raro ed estremamente grave dovuto a una malattia genetica, chiamata epidermolisi bollosa: i geni che codificano per le proteine che uniscono gli strati di pelle sono mutati e non funzionanti.

L’unica speranza per i bambini affetti da questa malattia è quindi trovare una terapia genica, ovvero un metodo per inviare nelle cellule della pelle il gene corretto, espandere i fogli di pelle geneticamente corretta e quindi trapiantare la nuova pelle. Un processo biotecnologico applicato alle cellule staminali della pelle che è lungo, complesso e delicato, ma che per ora, in un paziente, ha funzionato egregiamente. Così come è stato descritto in una pubblicazione sulla rivista scientifica Nature.

La ricerca è frutto della competenza e della pazienza italiana, visto che il team a capo del successo terapeutico sperimentale è di casa all’Università di Modena e Reggio Emilia, sotto la guida e l’esperienza di Michele De Luca e Graziella Pellegrini. Il paziente è un bambino di nove anni di origine siriana, fuggito con la famiglia in Germania due anni fa dagli orrori del suo paese di origine.

Ammalato dalla nascita, la situazione è peggiorata quando è arrivato in Germania tanto da indurre i clinici tedeschi a intervenire. La richiesta di assistenza sanitaria è arrivata ai medici dell’Ospedale pediatrico di Bochum quando ormai la lesione della pelle dovuta all’epidermolisi bollosa era ormai particolarmente estesa. Informati del fatto che il team dell’Università di Modena e Reggio-Emilia guidato da Michele De Luca e Graziella Pellegrini stava lavorando su una terapia di questo tipo, i medici tedeschi hanno contattato i ricercatori modenesi per dare una speranza al piccolo paziente.

Un tentativo delicato che, a distanza di due anni può essere annunciato come ben riuscito: il bambino sta bene e conduce la vita normale di un novenne, tra scuola e compagni di gioco. Anche se l’applicazione a un unico paziente non permette di definire questa sperimentazione una terapia, i ricercatori di Modena hanno già dati confortanti anche se, come si è detto, su quantità minori di pelle. Intanto la notizia ha fatto il giro del mondo. Dal New York Times ai giornali locali, in moltissimi hanno parlato del bambino farfalla, che in Europa è rinato due volte. Prima dalla guerra e poi dalla malattia.

[Foto in apertura di Science Photo Library / Contrasto]

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