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17 novembre 2017

L’America si ritira, potere agli sceriffi locali

Dal Medio all’Estremo Oriente, la rinuncia degli Usa a fare il poliziotto del mondo e la minaccia cinese fanno crescere la spesa militare

Alberto Bellotto

 ► Dal numero di pagina99 del 17 novembre in edizione digitale

Una volta bastava seguire i soldi. Oggi potrebbe non essere più sufficiente. Per capire come stanno cambiando gli equilibri globali è diventato necessario osservare i flussi degli armamenti che si spostano da una parte all’altra del globo. Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) nel 2015 il valore totale del commercio mondiale di armi è stato di 91,3 miliardi di dollari, con le esportazioni in crescita dal 2002.  Si tratta di movimenti iniziati nel tempo, spesso sotto traccia, e che si manifestano solo più tardi, quasi a sorpresa.

Come quando a settembre la Turchia ha acquistato dalla Russia il sistema antiaereo S-400.  Una svolta osteggiata duramente dalla Nato. Nonostante questo Erdogan ha deciso di andare avanti comunque, salvo poi firmare l’8 novembre anche con Italia e Francia una lettera d’intenti per realizzare un nuovo sistema antimissile con il coinvolgimento del consorzio italo-francese Eurosam…

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L’era delle potenze locali

I dati sulla corsa al riarmo, soprattutto di alcuni attori locali, evidenziano anche un altro fenomeno. Gli Stati Uniti hanno lentamente iniziato un deflusso che sta chiudendo la stagione di Washington come “poliziotto del mondo” aprendo quella degli “sceriffi locali”. E l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca ha accelerato il processo in modo brusco. Il primo anno del tycoon, ha scritto di recente l’Economist, ha danneggiato il soft power americano scalfendo l’immagine del Paese come leader della democrazia e dei diritti umani.

La tendenza del presidente a manifestare apprezzamento per autocrati e uomini forti, come Duterte nelle Filippine e i Saud in Arabia Saudita, insieme alla minaccia di uscire dalla Nato, avrebbe irritato molti alleati, inducendoli a muoversi da soli. Come nel caso dell’Europa, che ha avviato il nuovo accordo di cooperazione Pesco per serrare i ranghi sul fronte della Difesa comunitaria. O del grande progetto della Nuova via della Seta sviluppato dall’Asia, un’infrastruttura strategica globale alla cui realizzazione stanno partecipando molti tradizionali alleati (tra cui l’Italia) degli Usa che, invece, ne sono rimasti fuori. Emerge quindi un mondo che si pensa sempre più indipendente e dove la principale garanzia di autonomia è una Difesa forte.

Secondo le elaborazioni del Sipri il volume dei trasferimenti internazionali di armamenti dal quinquennio 2007-2011 a quello 2012-2016 è aumentato dell’8,4%. Le regioni che hanno visto un vero e proprio boom dell’import sono state il Medio Oriente (+86%) e l’Asia (+ 7,7%). Andamenti simili sono stati registrati anche dai dati elaborati dallo Small Arms Survey norvegese. L’area mediorientale nel 2014 ha importato legalmente armi leggere per un valore di 748 milioni euro, il 12% in più rispetto al 2013 mente quella del Sud-Est asiatico ha acquistato 517 milioni, tra armi e munizioni, con un balzo del 56%. In questo contesto uno dei nuovi hub dello scambio di armi mondiale è l’Arabia Saudita.

 

La corsa alle armi dei sauditi

Tra il 2012 e il 2016 Riad si è classificata al secondo posto tra i Paesi importatori, con l’8,2% degli acquisti. A mostrare come questa corsa abbia subito un’accelerazione in breve tempo basti pensare che tra il 2007-2011 e il 2012-2016 il volume delle importazioni è aumentato di oltre il 200%. Tra il 2015 e il 2016 i Saud hanno acquistato oltre 6 miliardi di dollari di armi. Tre per l’aviazione, 1,2 per mezzi corazzati e 0,8 per missili di vario tipo. E lo stesso è avvenuto per le armi leggere. «Ci sono indicazioni che l’Arabia Saudita stia cercando di espandere e sviluppare la propria industria bellica», dicono a pagina99 Irene Pavesi e Paul Holtom dello Small Arms Survey, «di recente il Paese ha concluso un affare con Kalashnikov per produrre fucili AK-103».

Ma «le analisi, volte ad accertare la destinazione finale di carichi di armi partiti da Paesi in Europa centrale e sudorientale e destinati all’Arabia Saudita», aggiungono i due esperti, «suggeriscono che Riad abbia riesportato materiali ad attori coinvolti nei conflitti in Yemen e Siria». I Saud giocano quindi su due piani. Gli armamenti leggeri sono uno strumento per influenzare il cerchio regionale di prossimità, quelli pesanti per acquisire un ruolo all’interno di una cornice globale. Non senza ambiguità. Così se il 5 ottobre la tv al-Arabiya confermava che Riad comprerà dai russi il sistema S-400, il giorno dopo il Dipartimento di Stato Usa approvava la vendita, sempre ai sauditi, del sistema antimissile Thaad. Operazioni che vanno di pari passo con la diplomazia. A maggio Trump è volato a Riad mentre a ottobre Re Salman è stato ospite di Vladimir Putin a Mosca.

 

La polveriera mediorientale

I numeri dicono che non è solo Riad a correre alle armi. Tutta l’area del Golfo ha aumentato l’import con percentuali vertiginose: +695% in Oman, +245% in Qatar, + 175% in Kuwait e + 63% negli Emirati Arabi Uniti. Un boom che non ha risparmiato nemmeno la Mezzaluna fertile. La lotta allo Stato Islamico ha fatto confluire in Iraq un’enorme quantità di armi. Ottavo importatore nel mondo con il 3,2%, il governo di Baghdad ha visto un picco degli acquisti negli ultimi cinque anni: nel periodo 2012-2016 ha aumentato l’import di oltre il 120%, soprattutto per rinforzare l’aviazione e i mezzi corazzati dell’esercito. Anche qui numeri analoghi sono stati registrati per le armi leggere.

Nel 2013 venivano comperati fucili e pistole per circa 37 milioni mentre nel 2014 la cifra è salita a 139, con unacrescita che non si vedeva dai primi anni 2000. In questo caso gli acquisti sono serviti a strappare il Nord del Paese all’Isis. Ma questo flusso potrebbe risultare determinante in caso di nuovi conflitti locali, in un delicato contesto che vede da un lato le spinte indipendentiste del Kurdistan e dall’altro la massiccia presenza sul territorio di milizie sciite protette dall’Iran.

Per la Repubblica islamica è necessario fare un discorso diverso. Nonostante l’accordo sul nucleare del 2015, Teheran è sottoposta a un embargo parziale per l’import di armi. Per questo i numeri ufficiali non registrano particolari variazioni. Ma il Paese degli ayatollah non è rimasto immobile. Nel 2016 ha ricevuto il sistema S-300 russo (il fratello minore del S-400) e negli ultimi mesi ha accelerato i lavori del programma balistico.

 

La paura del Dragone

Il flusso delle armi porta anche in Asia. Ma in questo contesto la situazione è più complessa per la presenza della Cina. Durante la sua presidenza Obama ha cercato di approcciarsi a Pechino in due modi. Con un coinvolgimento negli affari internazionali, come con l’accordo iraniano, e attraverso il contenimento: inviando più truppe negli Stati alleati, facendo sentire la presenza navale nell’area delle isole contese del Mar Cinese Meridionale e creando i presupposti per un patto commerciale a 12, il Ttp, che potesse mettere sotto pressione la Repubblica popolare. La tela diplomatica è stata però insufficiente e il riarmo è andato avanti, accelerato dalla crisi nordcoreana, dallo stralcio del Ttp da parte di Trump e dalla delicata questione degli atolli contesi.

Due Paesi mostrano quest’attitudine più degli altri. Le Filippine negli ultimi cinque anni hanno incrementato l’acquisto di armamenti, soprattutto navali e aerei, del 426% così come il Vietnam che ha avuto un aumento del 202% con oltre un miliardo di dollari solo per potenziare la propria marina. Ma l’orizzonte di Hanoi è più ampio. Per esempio a giugno il presidente Tran Dai Quang è volato a Minsk, in Bielorussia, per vistare la Tetraedr, un’impresa di Stato specializzata in sistemi anti missile, con lo scopo di perfezionare l’acquisto del sistema S-125-2TM.

Un discorso a parte va fatto per la Penisola Coreana. Il 2017 è stato l’anno della grande tensione sull’asse Pyongyang-Washington, con i test missilistici da un lato e le minacce via Twitter dall’altro. L’atteggiamento americano ha tuttavia irritato la Corea del Sud e imbarazzato il Giappone. Seul dopo l’elezione del presidente Moon Jea-in ha ribadito pubblicamente a più riprese che solo la Corea potrà decidere se ci sarà o meno un conflitto. L’alleato ha anche mal digerito l’imposizione del sistema antimissile Thaad installato nel Nord del Paese. Negli ultimi anni anche il Giappone ha manifestato una voglia di una maggiore autonomia. A Tokyo le recenti elezioni hanno rinforzato il premier Abe mettendolo nelle condizioni di puntare alla modifica costituzionale che permetterà al Paese di avere un vero esercito.

La svolta nipponica gode del supporto di Trump che mira a costruire una grande alleanza per arginare Kim Jung-un. Un piano che però potrebbe non funzionare. Per capire perché basta guardare quando accaduto alla cena tenuta a Seul durante il viaggio di Trump in Asia. Durante il pasto è stato servito un gamberetto pescato nelle isole Dokdo, un gruppo di scogli contesi da Corea del Sud e Giappone. Ma non solo. All’evento è stata invitata anche Lee Yong-soo, 88 anni, una delle ultime “donne di conforto”, le schiave sessuali prese dai giapponesi durante la Seconda guerra mondiale. Un messaggio chiaro di Seul a Washington: non siamo subalterni e non siamo amici di nessuno.

 

[Foto in apertura di Feng Li / Getty Images]

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