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19 novembre 2017

L’unica porcata concessa è l’ipocrisia

Così una battaglia per i diritti delle donne è diventata una caccia al capro espiatorio. Dove tutti facciamo finta di non sapere che il sesso è sempre stato merce di scambio

Mattia Carzaniga

 Dal numero di pagina99 del 17 novembre in edizione digitale

Verrà il giorno in cui tutto sarà compiuto, la parità tra i sessi sarà finalmente raggiunta, e forse questo periodo ci sembrerà lontanissimo. «Ti ricordi… Aspetta, che anno era? Il 2017?». «Credo di sì: era l’anno che l’Italia è uscita dai mondiali». «Che tempi, mamma mia. Com’è che si chiamava quell’attore là?». «Quale?». «Quello della serie sul presidente… Kevin… Kevin…». «Spacey. Giusto? Se non sbaglio poi aveva aperto un locale gay a Cancún. Chissà se gli è andata meglio che col cinema». Un giorno ci sembrerà lontanissimo, chissà. Adesso è il tempo, serissimo, della restaurazione…

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Come tutto è iniziato

Un passo indietro. Harvey Weinstein ha scoperchiato il vaso di Pandora che avevano tutti sopra il caminetto, nelle ville di Los Angeles: le avance nelle stanze d’albergo in accappatoio, le richieste (spesso ben remunerate) di tenere la bocca chiusa, gli inciuci con gli attori e i giornalisti, eccetera. L’abbiamo letto tutti, vedremo i segni di questa nuova pagina di storia americana nel corso dei mesi a venire, ma che dico: anni. «La prossima notte degli Oscar sarà la più triste di sempre», diceva un’amica qualche giorno fa.

La caduta degli dei ha effetti immediati e sacrosanti: in questo caso, la ribellione al sistema machista, la fine della connivenza col potere inteso unicamente come supremazia genitale, l’addio alle «chiacchiere da spogliatoio: non sono chiacchiere, era tutto vero», dice ora Meryl Streep in una conversazione con Anna Wintour (la trovate sul canale YouTube di Vogue America). È tutto corretto, non solo politicamente: l’industria – del cinema, ma anche tutte le altre – deve cambiare.

 

Tutti colpevoli?

L’altra faccia della caduta degli dei è che, insieme alla presa di coscienza, si è messa in moto una macchina che, almeno in superficie, non tiene conto di nessun garantismo: prima dei processi sembra che importino le voci che circolano in giro. È un grande Striscia la notizia versione blockbuster, scritto dai migliori sceneggiatori di Beverly Hills. Una caccia alle streghe con la fotografia e i cliffhanger di una serie Hbo.

Quello delle voci è, per certi versi, il tema chiave. Meryl Streep, sempre lei, sta naturalmente dalla parte dei buoni. Ha recitato in molti film prodotti da Weinstein, ma, dopo l’inchiesta del New York Times, si è smarcata da qualunque possibile correità: mai sentita nessuna storia del genere su Harvey (pare che lo sapessero anche i sassi di Rodeo Drive, ma tant’è). «Volevamo che fossero femmine, e che fossero orgogliose di esserlo. Ma non avevamo spiegato loro come si comportano i maschi», dice oggi l’attrice alla solita Anna Wintour, parlando del suo ruolo di madre e femminista.

Come si comportano i maschi si sapeva pure prima, ma non faceva notizia o – meglio – non poteva farla: Weinstein era uno dei mogul di Hollywood, intrecciato a doppio filo con star-system ed editoria, mica il produttore in crisi che oggi è facile prendere a calci. Una certa ipocrisia è congenita a qualunque sistema, quando la cosa più importante è l’autoconservazione. Ora Hollywood è un’altra cosa, Netflix è più potente di qualsiasi Weinstein Company (l’ultima società amministrata da Harvey). I tempi sono dunque cambiati, in meglio: più possibilità di denunciare vuol dire più possibilità di creare un’industria equa. Anche a costo di un moralismo di ritorno. E di una certa tentazione alla tifoseria, anche da parte nostra.

 

Due pesi e due misure

Ormai pure tra garantisti ci si divide: ci professiamo tali solo con chi ci piace. Quando nella lista nera dei molestatori è spuntato il nome di Louis C.K., la maggior parte dei miei contatti su Facebook tendeva a difenderlo solo in quanto fan: non è possibile, staranno esagerando, lui è il primo ad aver raccontato le sue manie (masturbarsi davanti alle donne: è molestia? Non è molestia? Ci penseranno i giudici) nei suoi spettacoli comici e nella serie Louie.

Nel frattempo Vulture, anch’esso fan, titolava «Louis C.K. is done», è finito. Nel pezzo si leggeva: «Queste vicende cambiano la nostra percezione [dei molestatori], sia quando li amiamo sia quando non ci piacciono. È inevitabile, è parte necessaria del dialogo con ogni forma d’arte». Ecco l’altro punto focale. Una volta la chiesa copriva i genitali negli affreschi, oggi Hollywood censura le facce dei cattivi.

Weinstein è stato bandito da qualsiasi consesso sociale. Kevin Spacey in Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott verrà sostituito da Christopher Plummer: le sue scene erano già state girate (il film esce a Natale), ma sono state cestinate per far posto a un attore che non ha molestato nessuno (almeno non che si sappia). Una mano di vernice e non ci si pensa più, l’importante è non apparire come quelli che fiancheggiano gli stupratori.

 

Contro il Maschio

In questo nostro mondo fatto solo di photogallery, sfogliare le liste dei colpevoli (o presunti tali: ma ormai i processi si fanno, appunto, sui social) è diventato lo sport del momento. Quanti ne ha molestati Harvey? E Kevin? E James Toback? E Brett Ratner? E Jeremy Piven? E Steven Seagal? Celo, manca.

Hollywood colleziona veri maiali e, forse, qualche capro espiatorio. Dopo aver fatto fronte comune contro il razzismo, l’omofobia, la transfobia, adesso la lotta è nei confronti del Maschio. Donald Trump, il presidente sessista, è il collante che, per opposto, tiene insieme tutti i liberal. Fatte salve le giuste battaglie politiche e culturali, il confine tra la terra della liberazione sessuale e quella del rinnovato perbenismo è stato definitivamente valicato. Dopo la lunga stagione dei politici grandi e piccoli fatti fuori per qualche foto sconcia sul telefonino (la via più sicura per l’impeachment), oggi tocca ai cinematografari zozzi.

Se Mike Nichols fosse ancora vivo, sarebbe l’unico regista in grado di girare un film su questa imbarazzantissima vicenda. Nichols è stato autore di film dove il sesso era sempre una merce di scambio, sempre un gioco delle parti tra adulti. In Closer, Julia Roberts risponde all’amante Jude Law, che la accusa di averlo baciato per prima, «Quanti anni hai, dodici?»: oggi passerebbe facilmente per una molestatrice.

Prima di Closer (era il 2004), e di Conoscenza carnale (1971), e di Una donna in carriera (1988), Nichols aveva diretto Il laureato. Era il 1967, un attimo prima della Grande Rivoluzione Sessuale. Era un gioco delle parti anche la seduzione tra Anne Bancroft e il giovane Dustin Hoffman. Ironia della sorte: oggi l’attore è finito negli elenchi dei cattivi, dopo la denuncia di una tizia che fu stagista su un suo set trent’anni fa. La lettera scarlatta gliel’hanno levata presto, ce n’erano di più succulente (e circostanziate) nella photogallery. Ma l’infamia resta.

 

Weinstein all’italiana

Per gli americani ci vorrebbe Nichols, da noi invece è la solita commedia all’italiana. Prima sono arrivate le accuse a Giuseppe Tornatore da parte di dive mancate e la pubblica difesa da parte di dive vere, Monica Bellucci in testa: praticamente un film di Dino Risi.

Poi è saltato fuori il nome che da un pezzo sembrava corrispondere all’identikit di «regista romano molto famoso di circa quarant’anni» con un torbido passato di molestie, e cioè Fausto Brizzi. Per ironia o profezia, nella sua filmografia ci sono due titoli che sembrano perfetti sia per il prequel (Maschi contro femmine) sia per il sequel (Femmine contro maschi) di quello che abbiamo sotto gli occhi in queste settimane. E che un giorno ci sembrerà, forse, lontanissimo.

 

[Foto in apertura di Getty  Images]

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