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19 novembre 2017

Banche, sarà un’Europa senza sofferenze

Le nuove regole sui crediti deteriorati potrebbero penalizzare Roma e ostacolare la ripresa. Ma sono un passo necessario per l’Unione. E nemmeno il più complicato

giovanna faggionato

 ► Dal numero di pagina99 del 17 novembre in edizione digitale

Ci si può liberare di dieci anni di crisi e un bagaglio di 200 miliardi di crediti deteriorati in poco tempo? E come evitare di creare altri cattivi prestiti? La partita sui non performing loans, nuova parola feticcio del dibattito economico italiano, sta tutta in queste due domande. A marzo l’Ssm, il meccanismo di sorveglianza unica della Banca centrale europea, aveva pubblicato linee guida stringenti, ma concentrate soprattutto sulla qualità delle procedure per rafforzare il capitale delle banche di fronte alle perdite.

A luglio il Consiglio Ue ha approvato un corposo piano di azione che prevede una valutazione da parte del comitato di rischio sistemico dell’effetto delle eventuali misure sulla stabilità finanziaria e chiede alla Commissione di considerare una proposta legislativa sugli accantonamenti necessari per far fronte a un possibile deterioramento dei prestiti futuri. Ma la proposta legislativa ha tempi più lunghi e la valutazione anche. E così, a inizio ottobre, il colpo di scena: la vigilanza della Bce presenta un documento in cui si chiede – a partire dal gennaio del 2018 – accantonamenti di capitale pari al 100% dei crediti deteriorati non garantiti dopo due anni e dopo sette per quelli garantiti…

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«C’è stata una sorta di tregua armata in seno all’Ssm, dove è noto che ci siano conflitti, e per ora si è conclusa con misure qualitative sullo stock ma sostanziali e inderogabili per i crediti che verranno», spiega Andrea Resti, professore di credit risk alla Bocconi, già vicepresidente del comitato consultivo della Autorità bancaria europea e attualmente consulente per il Parlamento europeo. La tregua armata, arrivata dopo un anno da vertigini per il nostro sistema del credito, in Italia è stata accolta sulle barricate.

«L’Italia è un problema per l’Europa e anche gli Npl lo sono, i requisiti devono assolutamente essere più stringenti, ma si poteva farlo con dialogo diretto con ogni banca, in maniera intelligente, con richieste personalizzate e documentate sui processi di recupero. Bisogna agire rapidamente, ma nel modo giusto», dice Resti. «E invece annunciare coram populo i numeri sui livelli di svalutazione, non aiuta la fiducia: è solo una tempesta mediatica che provoca perdite sul mercato che già scontano le ricapitalizzazioni».

La strada scelta dall’Ssm, il meccanismo di sorveglianza unico guidato dalla francese Danièle Nouy, è stata apertamente contestata dal Parlamento europeo nel metodo, perché prefigura un meccanismo automatico che solo la legge può imporre. Per capire di cosa stiamo parlando, però, bisogna partire da vantaggi e svantaggi delle nuove regole. A metterli in fila in un report è un altro consulente del parlamento, Mark Wahrenburg, professore di Bank management e regulation all’università di Francoforte.
Il nuovo sistema ha un vantaggio non da poco: offre informazioni più trasparenti agli investitori e ai mercati e tutela maggiormente i creditori della banca. Se un istituto va in risoluzione, lo fa con più capitale e quindi sono meno coloro che sono coinvolti nel bail in.

In generale è un sistema visto di buon occhio dai controllori perché risponde all’ottica prudenziale e tutela chi sta attorno alle banche. E però poi ci sono gli svantaggi che sono quasi tutti a carico degli istituti di credito. Alzando il livello degli accantonamenti, diminuisce la liquidità che la banca può investire. Aumentano i costi operativi e cresce anche la volatilità degli utili: aumentano quando ci sono meno perdite e quindi le coperture si rivelano in eccesso, diminuiscono negli anni peggiori. La misura è quindi pro-ciclica, comporta maggiori perdite nei momenti di recessione.

Per ora la valutazione dell’impatto delle nuove richieste non c’è, è stata avviata dalla Commissione europea solo il 10 novembre. A giudizio dell’agenzia di rating Dbrs, sarà limitato e legato soprattutto alle richieste sui crediti garantiti, appesi alle procedure giudiziarie. All’istituto tedesco per la ricerca economica, Diw, l’opinione è simile: «Mi aspetto un impatto piuttosto modesto se le banche saranno capaci di non creare nuovi crediti deteriorati», dice la direttrice della ricerca finanziaria Dorothea Schäfer. E però la variazione da Paese a Paese è significativa.

«A bocce forme e per farsi un’idea è sufficiente considerare che in media in Europa gli accantonamenti per i crediti deteriorati sono al 50% e questo provvedimento richiede il 100%. A questo si aggiunge che l’Italia ha oltre il 15% dei crediti deteriorati dell’Eurozona, la Germania molto meno del 5% che è la media europea», commenta Marcello Minenna, docente alla London Graduate School of Mathematical Finance.

«Gli accantonamenti in Italia sono ovviamente sotto la media. Insomma questa misura colpisce l’Italia come tanti altri provvedimenti che sta ipotizzando l’euroburocrazia a trazione tedesca. Difficile fare una stima dato che il quadro regolamentare è incerto. Si potrebbero superare i dieci miliardi l’anno». E anche qui però l’effetto non sarebbe uniforme. Chiedendo negli ambienti di Francoforte, ci sono solo tre nomi di banche italiane su cui si ottengono espliciti apprezzamenti e sono quelli dei giocatori più forti: Intesa San Paolo, Unicredit e Mediobanca.

All’inizio dell’anno l’Autorità bancaria europea aveva stilato un elenco dei primi 16 istituti dell’area euro con più crediti deteriorati da smaltire. Dopo Pireus bank, nella lista figurava anche Veneto Banca e appena sotto si trovava Monte dei Paschi di Siena, ormai per il 65 % in mano allo Stato. Poi c’era Carige e il Credito valtellinese. Le banche che oggi, a quasi un anno di distanza, crollano in Borsa in vista dei necessari aumenti di capitale.

In mezzo poi c’è una zona grigia in cui stanno istituti come Bpm e Bper. Sono quelle banche che secondo la Nouy stanno negando la verità a se stesse. Dall’altra parte se l’addendum fosse approvato così com’è, dice Minenna, «la stretta creditizia a carico di famiglie e imprese sarebbe tale da annullare in un batter d’occhio la ripresa dei prestiti segnalata dalle ultime rilevazioni Bce pubblicate proprio a fine ottobre e ovviamente la ripresa economica del Paese».

Così però non dovrebbe essere approvato: il Parlamento europeo e il governo italiano hanno contestato alla Bce di aver superato i limiti delle sue competenze e di essersi sostituita a chi deve legiferare. E su questo punto hanno dubbi in molti, anche i professori di Francoforte e Berlino. La Nouy ha aperto a una revisione che elimini alcune ambiguità, soprattutto l’automatismo del metodo. E ha promesso più tempo, prezioso per le banche. Ma l’impianto, seppure con qualche differenza, è stato confermato dall’esecutivo Ue, che ha lanciato una sua propria consultazione. L’obiettivo generale non va perso di vista.

«La pulizia dei bilanci», osserva Schäfer, «è l’elemento più importante per compiere ulteriori passi nella costruzione della garanzia europea dei depositi» e cioè per arrivare al terzo pilastro dell’Unione bancaria fortemente sostenuto da Roma e mai realizzato soprattutto per l’ostilità della Germania. Per portare avanti il progetto, la Commissione ha deciso di condizionarlo alla riduzione dei rischi, fissando un asset quality review sulle banche nel 2022. E già sul tavolo si sta affacciando un nuovo, ben più complesso negoziato: quello sulla riduzione del rischio sovrano, connesso ai titoli di Stato nei bilanci degli istituti di credito.

Il comitato sul rischio sistemico sta valutando la possibilità di una cartolarizzazione delle obbligazioni dei diversi Paesi da far acquistare agli istituti di credito in modo da allentare i legami di appartenenza nazionale. Potrebbe essere lanciata dalla Commissione nel 2019, ma siamo ancora a livello di ipotesi. E in quell’anno ci sarà anche l’addio di Mario Draghi alla Bce. Quella sui crediti deteriorati, insomma, è solo la prima fase di una partita ben più ampia e già in corso.

[Foto in apertura di Bert Bostelmann / Laif / Contrasto]

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