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17 novembre 2017

In Asia sfila l’inutile Trump

Trattato come un re, ma solo per tenerlo a bada. Nei 12 giorni asiatici si sono intravisti nuovi equilibri. E i vuoti lasciati dagli Stati Uniti sono già stati riempiti

Cecilia Attanasio Ghezzi

► Dal numero di pagina99 del 17 novembre in edizione digitale

«Tutti i capi di Stato stranieri presenti all’Apec con cui ho parlato, pensano che la presidenza Trump sia stato un enorme regalo per i cinesi. Tutti». L’opinionista statunitense Ian Bremmer, nell’estrema sintesi di un tweet, centra il punto dei 12 giorni di viaggio asiatico del presidente Usa. Il più lungo dal 1992, quando George H.W. Bush, in un viaggio di analoga lunghezza, in preda ad un’influenza intestinale finì per rimettere sull’allora premier giapponese Kiichi Miyazawa durante una cena di Stato. Nessuna scena altrettanto imbarazzante per the Donald, che viene accolto però tra scetticismo e adulazione…

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Fare a meno degli Usa

In Oriente nessuno dimentica che, appena insediato, Trump ha ritirato il Paese dagli accordi del Ttp, la Trans-Pacific Partenrship. Una decisione che affossava la politica di accerchiamento alla Cina tanto voluta da Obama, senza però sostituirla con una nuova strategia. Solo un termine, ripetuto ossessivamente dall’attuale amministrazione americana fa pensare a uno scivolamento dell’area di influenza. Non si parla più di Asia-Pacifico, ma di Indo- Pacifico. Lasciando intendere che l’area di riferimento per una cooperazione più intensa sia quella formata dalle quattro democrazie: India, Giappone, Australia e Usa. Intanto gli 11 stati rimasti nel Tpp si sono accordati per far rivivere il patto di libero scambio. Rappresentano un sesto del commercio mondiale, anche in assenza degli Stati Uniti.

 

Il secolo transpacifico

Ed è infatti lo stesso Atlantic Council, thinktank di Washington, ad annunciare che il secolo «transatlantico» si è chiuso mentre quello «transpacifico» è iniziato. In un rapporto pubblicato a ottobre di quest’anno spiega come l’ordine globale che è uscito dalla seconda guerra mondiale sotto l’egida degli Stati Uniti non sia più né scontato né garantito. Oggi la regione con più potenziale dinamico è proprio quella dell’Asia Pacifico, con buona pace del cosiddetto Occidente. Secondo l’unità di intelligence economica dell’Economist se attualmente nell’area si produce il 32 per cento del Pil globale, entro il 2050 sarà il 53. E non solo. Perché si sa, alla crescita economica segue la spesa militare. Per il mensile britannico di settore Ihs Jane’s Intelligence Review, le nazioni asiatiche supereranno collettivamente la spesa militare Usa già nel 2021.

 

L’ascesa cinese

Gli Usa cedono il passo, dunque. Mancano di rassicurare quelli che sono stati storicamente i loro alleati, evitano di erigersi a esempio di democrazia e diritti umani e non propongono alternative valide alle iniziative economico finanziare che stanno sorgendo in opposizione a quelle già esistenti (Banca per gli investimenti e le infrastrutture asiatiche, Banca per il nuovo sviluppo, Fondo per la via della seta, solo per fare qualche esempio). È evidente che stiamo assistendo a un riequilibrio regionale in cui qualsiasi vuoto lasciato dagli Stati Uniti viene riempito da una Repubblica popolare sempre più assertiva. Ma gli Stati visitati per il momento non mettono il dito nella piaga. Anzi.

Dovunque Donald Trump viene accolto come un re e, statene certi, gli asiatici sanno bene come trattare i reali. E sanno come disinnescarne la potenza con la piaggeria. «Penso che tutti siano stati cortesi con Trump mostrandosi con un atteggiamento amichevole e volenteroso di cooperare. Ma credo che in molti ridessero alle sue spalle, soprattutto i cinesi», ha dichiarato un lobbista statunitense al Financial Times. «Non penso che nessuno di loro abbia alcuna intenzione di accordarsi con lui, almeno non nei termini da lui stabiliti». E infatti.

 

Piaggeria

L’appena rieletto premier giapponese ha dichiarato che Trump è «il suo uomo preferito», ma per giocare a golf. Il presidente sudcoreano Moon l’ha presentato affermando che «aveva già reso grande l’America». In Cina mentre veniva ricevuto in pompa magna con tanto di saluto militare in piazza Tian’anmen e firmava memorandum d’intesa per 250 miliardi di dollari (che per la maggior parte resteranno semplicemente sulla carta) si è trovato nella posizione di essere lui a omaggiare Xi Jinping. Alla cena di gala ha mandato il video di sua nipote che canta in mandarino e si è riferito al suo omologo come «un uomo molto speciale», «di cui il popolo va fiero».

 

Perdita di credibilità

Gli effetti si sono visti in Vietnam, proprio durante il sopracitato vertice Apec. Qui Trump è tornato a rivendicare la sua visione di America first, criticando come in campagna elettorale le bilance commerciali ineguali e le pratiche inique. Subito dopo Xi Jinping ha preso la parola delineando le possibilità di crescita della regione intesa come insieme. Ha enfatizzato i temi dell’innovazione e della lotta ai cambiamenti climatici in un discorso che volava alto. Proprio come ci saremmo aspettati da un presidente Usa.

«È la più grande ritirata statunitense dai tempi della guerra del Vietnam», ha scritto il corrispondente da Pechino del Washington Post John Pomfret in un articolo in cui sottolinea come la condotta del 45esimo presidente degli Stati Uniti, la sua volontà di chiudere solo accordi commerciali bilaterali e la furia imprevedibile con cui si scatena contro la Corea del Nord, hanno avuto come effetto la perdita di credibilità dell’America tra gli alleati storici del Pacifico. Trump, scrive sempre Pomfret, «sembra non aver compreso i benefici delle alleanze. Nel suo mondo, tutti prendono di mira gli Stati Uniti. Non riesce proprio a capire che l’America first non è sufficiente per affrontare le molteplici sfide che pone la Cina, né che oggi la realtà è che gli Stati Uniti hanno bisogno di tutti gli amici che riescono a ottenere».

La verità è che la regione Asia-Pacifico sta accelerando la sua corsa in un mondo in cui gli Stati Uniti sono sì ancora presenti, ma non più alla guida. Il tentativo di rebranding della regione come Indo-Pacifica, chiaramente non ha funzionato. Prova ne è che anche la reiterata offerta del presidente Usa di mediare sulle acque contese del Mar cinese meridionale è caduta nel vuoto. Le potenze coinvolte non si fidano della promessa dell’appoggio Usa, mentre i benefici dei rapporti economici con i cinesi sono evidenti a tutti. Meglio non inimicarseli, anche a costo di qualche concessione in più.

 

[Foto in apertura di Jim Watson / afp / getty images]

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