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16 novembre 2017

Nemici alleati contro l’Iran

Con l’ok di Washington, Israele e Arabia Saudita collaborano per fermare l’avanzata di Teheran nell’area. Ecco perché il Libano trema

Domenico Lusi

 ► Dal numero di pagina99 del 17 novembre in edizione digitale

Il tempo del se è scaduto da tempo. Oramai in Israele ci si domanda solo quando si tornerà a combattere di nuovo contro Hezbollah, il partito libanese sciita e filo-iraniano. Dall’ultima guerra sono passati 11 anni. Lungo il confine con il Libano sono stati innalzati recinti muniti di sensori e terrapieni sorvegliati giorno e notte da mezzi militari. In caso di conflitto servirebbero a poco. Entrambi i contendenti sanno che la guerra sarà combattuta dal cielo: da un lato Israele, pronto a bombardare a tappeto i vicini, dall’altro il partito guidato da Hassan Nasrallah, determinato a seppellire i nemici sotto una pioggia di missili…

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Rispetto al 2006 c’è tuttavia un fattore nuovo che potrebbe risultare decisivo: in coincidenza con il venir meno dell’emergenza Isis, diversi segnali indicano una sempre più forte convergenza di interessi – incoraggiata dagli Usa – tra Israele e l’Arabia Saudita, monarchia islamica con cui Gerusalemme non intrattiene relazioni diplomatiche: i due Stati hanno un nemico comune, l’Iran, spingono entrambi per un’azione militare nei confronti di Hezbollah e sono i perni della strategia (ancora da chiarire) di Trump in Medio Oriente.

Ridurre il potere iraniano nell’area, è questo l’imperativo che unisce l’anomalo triumvirato: Trump, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman. Tutti e tre vedono come fumo negli occhi la vittoria del presidente Bashar al Assad in Siria e la conseguente crescita di influenza di Teheran, già forte in Iraq, anche a Damasco e, tramite Hezbollah, a Beirut. Washington, Riad e Gerusalemme avrebbero individuato il prossimo terreno di confronto con l’Iran proprio nel Libano, dove fino a due settimane fa il premier filo-saudita Saad Hariri ha governato a stretto gomito con Hezbollah.

Poi ci sono stati il viaggio a Riad e, il 4 novembre, le sue improvvise dimissioni in diretta tv dalla capitale saudita con la scusa di essere in pericolo di vita e tanto di dichiarazione bellicosa a favore di telecamera: «Le mani dell’Iran sulla regione saranno tagliate». Una messinscena, secondo la maggior parte dei commentatori, inclusi quelli libanesi, orchestrata dai sauditi per accelerare i tempi dello scontro in Libano

In attesa di capire se Hariri tornerà a Beirut (il presidente libanese ha congelato le dimissioni fino al suo rientro), è certo che anche Israele si è ritagliato un ruolo nella pièce. Come rivelato la scorsa settimana dall’emittente Channel 10 di Tel Aviv, il ministero degli Esteri di Gerusalemme ha diramato a tutte le ambasciate un dispaccio in cui chiede di appoggiare Riad nello scontro con Hezbollah e Iran, raccomandando di sottolineare, con i diplomatici occidentali, che le dimissioni di Hariri dimostrano come non sia vero che la presenza di Hezbollah nel governo è un fattore di stabilità del Libano.

Un asse di fatto che ufficialmente nessuno dei due Stati ammette, in quanto imbarazzante per entrambi visto che i sauditi si ergono a capofila degli Stati arabi che ritengono l’esistenza stessa di Israele un’onta da cancellare. «È molto probabile che l’Arabia Saudita e Israele stiano dando vita a una strategia comune nei confronti di Hezbollah e Iran», conferma a Bloomberg l’analista di Rand Corp, Alireza Nader. «I sauditi possono avere un certo ascendente diplomatico ed economico in Libano, ma non possono combattere militarmente Hezbollah, mentre Israele ha la capacità di colpire». Un’eventualità che anche Hezbollah ritiene possibile, ma non auspicabile, perché avrebbe molto da perdere. «L’Arabia Saudita ha dichiarato guerra al Libano», ha detto Nasrallah in tv, ammonendo Israele a non commettere «errori di valutazione».

Un esplicito invito a seppellire le asce di guerra, dettato anche dalla consapevolezza di trovarsi in una situazione di relativa debolezza rispetto al 2006. Se da un lato i trionfi dei filo-iraniani in Iraq e Siria hanno reso più semplici per Hezbollah gli approvvigionamenti militari, dall’altro Nasrallah è consapevole che sul versante economico Stati Uniti e Arabia Saudita possono mettere in ginocchio non solo il Partito di Dio ma il Libano intero. Dopo quelle approvate il mese scorso, Washington si prepara a varare nuove sanzioni destinate a intaccare le entrate di Hezbollah in una fase in cui il movimento deve far fronte all’aumento della spesa per sostenere e curare i combattenti rimasti feriti in Siria e pagare le pensioni alle famiglie dei caduti.

Da parte sua, l’Arabia Saudita – che nel 2006 sostenne l’economia libanese depositando un miliardo di dollari nella banca centrale di Beirut e che ora ha invitato i suoi cittadini a rientrare dal Paese – potrebbe adottare in Libano la stessa strategia di destabilizzazione usata in Qatar: far rientrare i fondi investiti per costringere la banca centrale a intaccare le sue riserve in valuta estera.

[Foto in apertura di Mahmoud Zayyat / afp / getty images]

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