Seguici anche su

15 novembre 2017

Joan Didion e l’arte della nonfiction

Netflix celebra la scrittrice che con i suoi saggi ha indagato lo spirito del tempo. Una capacità di racconto e analisi oggi posseduta solo dai documentari

Giulio D'Antona

 ► Dal numero di pagina99 in edicola dal 10 novembre e in edizione digitale

Nel 1967 gli americani sono stati messi di fronte a due fatti: il primo era che la controcultura hippie che in quegli anni invadeva le strade non assomigliava a niente di conosciuto, nel bene e nel male; il secondo, che nemmeno la scrittura giornalistica sarebbe stata più la stessa, dopo l’estate dell’amore. A fare da vettore per entrambe le informazioni, una scrittrice trentatreenne con un solo romanzo alle spalle, intitolato Run, River – ripubblicato recentemente in Italia dal Saggiatore, traduzione di Sarah Victoria Barberis – e ambientato a Sacramento, in una California lontana dal Flower power e ancorata a un passato di tentativi di allunaggio e guerre lontane che in pochi ricordavano con affetto, accolto tiepidamente da critica e pubblico: Joan Didion.

San Francisco era la mecca indiscussa del pensiero liberale, dell’amore libero e della libertà individuale. In Verso Betlemme – il Saggiatore, traduzione di Delfina Vezzoli – Didion si trova al centro esatto della controcultura come un elemento alieno, abbastanza distante dalle dinamiche che la circondano da poterne tracciare con precisione i limiti. Si immerge nel marasma dei movimenti hippie come una sonda scandagliatrice e ne rivela le storture, esagerazioni talmente grottesche da sembrare uscite da un romanzo di Thomas Pynchon. Lei è lì, piena di buone intenzioni, a osservare una bambina di cinque anni imbottita di Lsd con il quale i suoi genitori, ventenni e alimentati dallo stesso spirito di liberazione, stanno cercando di aprirle prematuramente i cancelli della mente.

Ha scritto un’altra icona del giornalismo narrativo come Renata Adler (della quale colpevolmente la saggistica, raccolta in un libro dal titolo After the Tall Timber, rimane inedita in Italia): «Nessuno ci capiva niente, ma qualcuno ci capiva abbastanza da non farsi illusioni». E mentre il mondo aspettava l’illuminazione, l’era dell’Acquario e la pace tra gli uomini, chi sapeva rimanere lucido al punto di non illudersi aveva il dovere morale di scriverne.

Nel documentario dal titolo The center will not hold, da poco su Netflix – che consta sostanzialmente di un’intervista del 2013 ed è stato girato con grande affetto dai suoi nipoti Griffin e Annabelle Dunne, ma che non rivela niente di nuovo – Didion parla di cosa significhi accorgersi per primi che quella che doveva essere un’evoluzione mistica si è in realtà rivelata una deriva depravata. «Si facevano pettegolezzi, si raccontavano storie», scrive in The White Album nel 1979, dove racconta del processo Manson. «Avevamo la sensazione di flirtare con l’idea di “peccato” e molti sarebbero andati oltre. Nella comunità cresceva una tensione vorticosa, forsennata e seduttiva. Non sapevamo che a trionfare sarebbe stato il male».

Il grande primato di Didion e di pochi altri come lei è di essere stata in grado di attribuire alla propria visione personale un autoritarismo distaccato in grado di restituire lo spirito del tempo. Non solamente un’attuazione del New Journalism di Tom Wolfe, in cui la narrativa e il giornalismo si mescolano, ma la sua applicazione come mezzo per trasmettere ai posteri la visione di ciò che è stato. Oggi che la saggistica narrativa si spreca, declinata in saggi di introspezione, investigativi, analitici e personal essay, questo genere di cura non esiste quasi più. Si fa saggistica per fissare il momento, cercando di battere sul tempo l’evoluzione sociale. Le analisi si riducono a impressioni, buone per il mercato ma superflue per il futuro. Si cavalcano scandali di qualche settimana e, mentre la realtà si svolge sotto i nostri occhi, c’è chi va a caccia dell’approfondimento senza dare il tempo agli animi di raffreddarsi. Sono pochi i giovani scrittori tanto coscienziosi da prendere un respiro e valutare la mano prima di scoprire le carte: Emily Witt, John Jeremiah Sullivan, Ta-Nehisi Coates, per citarne alcuni.

Forse, però, sono i mezzi a essere cambiati: se da una parte esiste una carenza di saggistica ponderata, dall’altra fioriscono i documentari e le piattaforme di diffusione. Accanto alla lettera d’amore che i cugini Dunne hanno confezionato per zia Joan, Netflix ha reso disponibile un piccolo capolavoro del 2015 dal titolo Best of Enemies, che racconta la storia della famosa rivalità occorsa tra Gore Vidal e William F. Buckley Jr. con dovizia di particolari. I film sembrano aver trovato l’equilibrio necessario a fissare le storie e la voce che questa generazione di fruitori trasversali sa ascoltare: spaziano dal true crime – come Casting JonBenet, che rifà luce su un vecchio caso di cronaca nera in maniera del tutto innovativa – alla politica e alla società contemporanee: in 13th Ava DuVernay sviscera il rapporto tra il sistema giudiziario statunitense e le comunità afroamericane, in Get Me Roger Stone a parlare è uno tra i più stretti consiglieri di Donald Trump durante la campagna presidenziale e in One Of Us si racconta la fuga da una comunità ebraica ultraortodossa. Come ha scritto Jonathan Gottschall nel suo saggio L’istinto di narrare (Bollati Boringhieri, 2014), «siamo circondati da storie, basta scegliere il modo di trasmetterle». Quello del nostro tempo, per lo meno per quanto riguarda la nonfiction, è visivo.

[Foto in apertura di Netflix]

Altri articoli che potrebbero interessarti